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Bussola locarnese

Un cinema «politico»

La rubrica quotidiana del direttore artistico del Locarno Film Festival
Giona A. Nazzaro
Giona A. Nazzaro
12.08.2026 06:00

Vorrei soffermarmi oggi sulla vocazione politica del Locarno Film Festival. Con una necessaria avvertenza: andiamo alla radice etimologica della parola «politica» e, per una volta, resistiamo alla tentazione di lasciarci coinvolgere dalle connotazioni ideologiche o partitiche, per provare a riflettere sulla politica come elemento che tiene insieme le nostre società, nel senso più ampio possibile.

Iniziamo con un cortometraggio della regista iraniana Bani Khoshnoudi, Elegy for the Forgotten, on an Endless War. L’assenza al Festival di lungometraggi iraniani non significa che la voce di un Paese così martoriato non sia giunta fino a qui: invito quindi chi naviga con noi attraverso il Festival a scoprire questo cortometraggio.

E parlando di Paesi in cui la tensione politica, sociale e conflittuale è molto alta, vorrei porre l’accento con tutte le mie energie su Tear Gas di Uta Beria, presentato in Cineasti del presente: un film che getta una luce potente sulle lotte, sull’immaginario, sulle aspirazioni e sulle speranze della gioventù georgiana, in lotta per non diventare l’ennesima appendice di un impero che non esiste più.

Ne avevamo già accennato, ma vale la pena soffermarsi sul nuovo film di Edgar Pêra, Guerrilha no Asfalto, perché riesce a legare il passaggio del Portogallo dal post-Salazar a un futuro in realtà già molto vicino a noi: basta pensare all’ondata di caldo con la quale conviviamo e alle conseguenze drammatiche che comporta. Con il suo sguardo punk, Pêra - che cita in colonna sonora i leggendari Suicide di Alan Vega e Martin Rev e che in un’inquadratura omaggia i grandissimi Area di Demetrio Stratos - immagina un arco politico visionario degno di William Burroughs e, soprattutto, ci permette di pensare un rapporto con l’IA completamente diverso da quello che vorrebbero imporci le multinazionali tecnologiche.

Di politica e di comunità parla anche O Jacaré di Basil Da Cunha, film in Concorso internazionale: l’ultimo capitolo della trilogia dedicata al quartiere di Reboleira che, nel momento in cui parliamo, potrebbe già non esistere più. Questo ci pone anche una domanda sul cinema come archivio contemporaneo, in presa diretta, delle comunità nelle quali viviamo e che già potrebbero essere memoria del passato. Con una leggerezza quasi da commedia degli equivoci, calata in un film d’azione e in una commedia all’italiana, O Jacaré è vivacissimo, divertentissimo, profondo, con un colpo di coda che è anche un colpo al machismo e al patriarcato che continua ad affliggere i rapporti uomo-donna.

Giungiamo, infine, in piazza Grande con un film umanista, commovente, che Peter Brunner ha realizzato in collaborazione strettissima con Caleb Landry Jones, l’attore di X-Men e del Dracula di Luc Besson: Down the Arm of God. È un film nel quale è messo in scena il dramma dei senzatetto, con l’inverno alle porte, realizzato in strettissima collaborazione con intere comunità di homeless: un film estremamente urgente, se consideriamo quello che accade a pochi chilometri da noi - penso a Ceuta - oppure solo a ciò che accade nelle strade delle nostre città, dove persone senza casa vivono con niente.