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Storie di cinema

Una birra con Kaurismaki

Il ritratto di Zoltan Ragasits
Prisca Dindo
11.08.2026 06:00

La incontrò da giovanissimo. Una sera la invitò al cinema, e, a luci accese, le buttò lì una domanda: «Che cosa ne pensi del film?». Lei rispose di getto, e in quella risposta lui ritrovò tutte le sue riflessioni, il suo modo di vedere le cose. Capì al volo che sarebbe stata la donna della sua vita, e così è stato. Zoltan Ragasits è uno fatto così. I film per lui vanno oltre l’immagine: sono la chiave per capire la natura delle persone. Come i gioielli, tutti pezzi unici, che crea e vende nel suo negozio in via della Motta, a Locarno. Si definisce un artista artigiano innamorato del cinema, e nei suoi 46 anni di attività non si è mai perso un’edizione del Film Festival.

I ricordi festivalieri più belli di Zoltan sono legati alle direzioni artistiche di David Streiff e Marco Müller, tra gli anni ’80 e ’90. «A quell’epoca ho visto film che mi hanno aperto gli occhi sul mondo; pellicole cinesi, giapponesi, ungheresi, iraniane. Erano storie anche crudeli ma che lasciavano il segno. Sono trascorsi oltre 30 anni da quelle proiezioni, ma le ricordo nitidamente, come se le avessi viste ieri. Questo è cinema, questa è arte. Tutto il resto conta poco». Tra le opere di cineasti svizzeri che l’hanno segnato nel profondo, Höhenfeuer (1985), di Fredi M. Murer, e Das Boot ist voll (1981) di Markus Imhoof. «Due capolavori. Ho amici cineasti di Los Angeles che sono usciti in lacrime dalla piazza, talmente grande era la commozione provocata da questi gioiellini».

Il Festival gli ha dato molto, soprattutto nel passato, e non solo commercialmente. Zoltan ricorda con emozione quando si ritrovò gomito gomito con alcuni mostri sacri del cinema internazionale: Roberto Benigni, Sandra Bullock, Quentin Tarantino, Paolo Villaggio, Aki Kaurismäki. «Allora li vedevi al bar, liberi di fare ciò che volevano. Con Kaurismäki bevvi una birra». Il suo ricordo più bello è legato a Marcello Mastroianni: «Riuscire a fargli i complimenti mentre sorseggiava un caffè al bar Fontana è stato emozionante». Una dimensione umana che secondo l’orafo locarnese oggi s’è persa. «Forse mi sbaglio, ma negli ultimi anni ho l’impressione che questa libertà di movimento delle celebrità sia venuta a mancare, sacrificata nel nome della mondanità protocollata. Scendono dal red carpet, si infilano nelle limousine e via, verso i party esclusivi del festival, senza vedere più nulla di Locarno; un peccato, perché questa era la forza del Film Festival, che lo rendeva diverso da Cannes e Venezia».

Fino a qualche anno fa il Festival era, per Zoltan, un secondo Natale. Nei dieci giorni della manifestazione i suoi gioielli andavano a ruba e il suo negozio si riempiva di gente arrivata da tutto il mondo. «Non c’è nulla di più gratificante che ricevere i complimenti per il mio lavoro da persone del calibro di Geraldine Chaplin e John Malkovich», spiega. Una volta, una troupe cinese, particolarmente insistente, lo costrinse ad aprire nel cuore della notte. «Cercai di far capire loro che era impossibile, ma erano irremovibili. Alla fine feci uno strappo alla regola. Ottima scelta, perché mi svuotarono il negozio». Ultimamente, questi affari sono diventati più rari. Alla clientela internazionale è subentrata quella locale e nazionale. «Il turismo è fondamentale per noi locarnesi», puntualizza. Gli chiediamo: Se il Festival fosse una pietra preziosa, quale sarebbe? Zoltan non esita: «Un diamante che poteva diventare prezioso, e invece ha perso un po’ di smalto».

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