Zizou, una testata al ventunesimo secolo (e altri 6 grandi film sul calcio per dimenticare il Mondiale)

Fischio d’inizio. Infantino cercasi. Meno di un mese dopo la partita più brutta della storia del calcio, la finale dei mondiali 2026, i programmatori di Histoire(s) du Cinéma del Locarno Film Festival schierano sua maestà Zinedine Zidane, a 21st Century Portrait al cinema GranRex. Una vera boccata d’aria nelle torride giornate locarnesi, e non solo per il caldo. L’occasione è il Raimondo Rezzonico Award a Sigurjón «Joni» Sighvatsson, produttore dell’opera.
Il film sperimentale di Douglas Gordon e Philippe Parreno è un riuscitissimo ritratto del campione. Raccontato un po’ come il Pollock del calcio, geniale e violento.
L’idea è semplice: diciassette videocamere che per i novanta minuti di Real Madrid–Villareal, analizzano l’epidermide di Zizou, il suo sudore, i suoi scarpini, nel corso della partita andata in scena il 25 aprile 2005 al Santiago Bernabeu.
A fare breccia è innanzitutto la forma del film che, attraverso possenti zoomate, si spinge oltre i confini del digitale, fino a toccare i pixel rossi gialli e blu (RGB), al cuore del fotogramma. Ma sono anche il ritmo filmico, la musica, l’adrenalina dell’essere lì in mezzo al campo con i famigerati Galacticos.
Restiamo con Zizou per tutto il tempo, ne carpiamo il battito, i respiri. Poco importa che il blancos con la maglia numero 5 sputacchi come un lama incallito. Ci piace osservarlo, e ancora non capiamo perché. Sarà forse la strepitosa colonna sonora dei Mogawi, o forse le cesure di montaggio che ci regalano silenzi assoluti. Una rarità.
Per quale assurda ragione lo sguardo intimo su un calciatore, seppur orchestrato da menti geniali in cabina di regia, dovrebbe rapire la nostra attenzione? Forse il motivo aleggia da qualche parte dentro di noi, nei meandri della memoria. Il film pullula di nostalgia.
Andiamo con ordine. Vedere Ronaldo (il fenomeno), Roberto Carlos, Raul e compagni ha certamente innescato qualcosa. Ma forse il bandolo della matassa va cercato in quello che era quel calcio, miseramente messo a confronto con quello che è oggi: uno spettacolo becero dove l’unico ad alzare la coppa del mondo, alla fine, è sempre Donald Trump. No grazie!
Ma attenzione. Aprendo ancora di più il diaframma a un bel quadro luminoso, ci si chiede come sia possibile che una non-storia come questa, dove non c’è narrativa alcuna, funzioni meglio di un altro film di giornata: Ketticè, definito semplicemente indegno da diversi spettatori all’uscita. Poco importa che dietro ci sia Guadagnino e dentro la Bellucci. Un film così, a Locarno, non dovrebbe riscuotere tali aggettivi (de)qualificativi.
Il film-ritratto su Zidane vince a mani basse, vuoi perché alla fine siamo tutti un po’ nostalgici, vuoi perché forse, ad interessarci davvero, rimangono sempre le emozioni. E quindi chi se ne frega dell’ampio spazio che questa pellicola ci lascia, senza mai annoiarci: tempo e suoni, percezioni che ci trascinano insieme a Zizou nei nostri pensieri, nei nostri ricordi.
Alla fine, quella trans agonistica che scaturisce nel cartellino rosso ai danni del francese è solo un presagio del 2006, o forse del 2026, del presente, dove poesia e romanticismo sembrano un ricordo sbiadito. E poco importa se ti chiami Materazzi o Infantino perché, alla fine, uno come Zizo lo vuoi sempre vedere in campo. Ma oggi, nel ventunesimo secolo, Zidane in campo non c’è più.
Brigante
Altri sei film sul calcio da non perdere
Se Zidane: A 21st Century Portrait ci ha fatto tornare la voglia di un altro calcio, allora tanto vale continuare. E lo facciamo scegliendo sei film. Sei, non a caso: il numero della maglia di Franco Baresi, appena scomparso, uno di quei calciatori capaci di trasformare anche un gesto difensivo in qualcosa di elegante, con il suo braccio alzato da regista navigato per chiamare non un ciak ma un fuorigioco. Sei film molto diversi tra loro, accomunati dalla capacità di usare il pallone per raccontare qualcosa che va ben oltre i novanta minuti.
Fuga per la vittoria
Probabilmente il film di calcio per eccellenza. John Huston prende una partita tra prigionieri alleati e soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale e la trasforma in una favola sportiva, mettendo insieme Michael Caine, Max von Sydow con leggende del calcio del calibro di Pelé, Bobby Moore e Osvaldo Ardiles. Poi c’è Sylvester Stallone. Sudato, pompato, sanguinante e credibile nei panni di un portiere più o meno quanto Pelé in quelli di Rambo, e proprio per questo straordinario. Calcio e cinema popolare allo stato puro, con una partita finale che generazioni di spettatori ricordano quasi come se fosse stata giocata davvero.
I am Zlatan
Prima ancora del campione, Zlatan Ibrahimović è stato il figlio di Rosengård, periferia multiculturale di Malmö. I am Zlatan racconta soprattutto questo: il riscatto sociale di un ragazzo cresciuto ai margini, in una Svezia lontanissima dall’immagine ordinata e rassicurante che siamo abituati ad associare al Paese. Il calcio diventa la via d’uscita, ma anche il luogo nel quale rabbia, talento e una personalità già ingombrante trovano finalmente una direzione. Ben interpretato e mai troppo agiografico, funziona proprio quando dimentica il campione che conosciamo e torna al ragazzino che ancora non sa di essere Zlatan.
Il maledetto United
Prima di fare la storia del calcio con il Nottingham Forest, Brian Clough dura appena 44 giorni sulla panchina del Leeds United, abbastanza per rischiare di compromettere la sua carriera ma sufficienti per costruire uno dei migliori film mai realizzati sul calcio. Un Michael Sheen in grande forma interpreta magnificamente un allenatore geniale, arrogante, ossessivo, divorato dall'ambizione e dal confronto con un odioso Don Revie. Il pallone rimane centrale, ma Il maledetto United parla soprattutto di ego, rivalità, amicizia e fallimento. E dimostra che per raccontare una grande storia di calcio non è necessario raccontare una vittoria.
L’allenatore nel pallone
Se fosse stato americano questo estratto di cultura popolare avrebbe vinto almeno un paio di Oscar. Un commovente Lino Banfi, alias Oronzo Canà, porta la Longobarda in Serie A affidandosi alla zona 5-5-5, al talento di Aristoteles e a una serie di intuizioni tattiche che fortunatamente (o purtroppo, fate voi) nessun allenatore ha mai provato a replicare sul serio. Nel film compaiono veri protagonisti del calcio dell’epoca, da Ancelotti a Graziani, disposti a giocare con la propria immagine quando il pallone sapeva ancora prendersi poco sul serio. Le battute sono diventate iconiche, i personaggi pure. E quarant’anni dopo continuiamo a ridere. Facciamo vinta che il sequel non sia mai esistito.
Jimmy Grimble
«Cosa può esserci di meglio dello United?». «Il Manchester City!». Basta questo scambio per capire Jimmy Grimble, piccola dichiarazione d’amore per il calcio vissuto dalla parte meno comoda di Manchester. Jimmy è un ragazzino timido, vittima dei bulli e innamorato del City, quando era ancora una squadra lontanissima dalla corazzata che sarebbe diventata. Sullo sfondo c’è una storia di periferia, di appartenenza e di riscatto, con un paio di vecchi scarpini «magici» a dare a Jimmy il coraggio che gli manca. Ma la magia vera è quella di un film che racconta cosa significhi amare il pallone quando vincere non è ancora diventata la cosa più importante.
Sognando Beckham
Il titolo italiano (l'originale è Bend It Like Beckham) rischia quasi di ingannare: il numero 7 inglese è il sogno, ma il film di Gurinder Chadha parla soprattutto di libertà. Jess è una ragazza britannica di origine indiana che vuole giocare a calcio mentre la famiglia immagina per lei tutt’altra vita. Keira Knightley le corre accanto e il pallone diventa il terreno sul quale si scontrano tradizione, identità, famiglia e desiderio di scegliere autonomamente il proprio futuro. Era il 2002, il calcio femminile occupava uno spazio enormemente inferiore a quello di oggi e Sognando Beckham riusciva già a raccontarne la forza senza trasformarsi in un manifesto. Bastava un pallone. E la voglia di calciarlo, a giro come Beckham.



