Il personaggio

Da «Eroe» dell’Unione Sovietica a icona universale

Svincolato dai lacciuoli dell’ideologia comunista, Alekseeviè Gagarin è entrato ormai stabilmente nell’immaginario collettivo di tutta l’umanità
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Dario Campione
12.04.2021 06:00

Film, romanzi, statue, francobolli, documentari, pièce teatrali. E ancora, l’intiolazione del centro di addestramento della Città delle Stelle o il cratere lunare sul quale sognava un giorno di mettere piede.

Il nome e il volto di Jurij Alekseeviè Gagarin fanno da decenni parte dell’immaginario collettivo di tutti noi. Se inizialmente fu celebrato come «Eroe dell’Unione Sovietica», per ragioni che chiunque è in grado di comprendere, nel corso del tempo il cosmonauta di Smolensk è diventato un’icona universale. Il suo nome, assieme a quelli degli astronauti americani di Apollo 11 che per primi misero piede sulla Luna - Neil Armostrong e Buzz Aldrin - è parte di un’unica vicenda: la conquista dello spazio da parte dell’uomo. Una storia senza bandiere, in cui ciascuno si riconosce e si immedesima.

Certo, non è stato sempre così. Il Partito Comunista sovietico ne sfruttò l’immagine in modo quasi ossessivo, organizzando per lui decine di tour in giro per il mondo e inviandolo in «missioni di pace» (che profumavano però vistosamente di propaganda). Gagarin fu ricevuto da leader e capi di Stato in ogni angolo della Terra, da Elisabetta II a Fidel Castro ma, ironia della sorte, non gli fu mai più permesso di tornare nello spazio, nonostante questo fosse il suo desiderio più autentico: per i sovietici era diventato un simbolo troppo prezioso perché potesse accadergli qualcosa.

La morte liberò la figura di Gagarin dai lacciuoli dell’ideologia e restituì il cosmonauta al suo destino di pioniere dell’umanità. Non solo: ne fece anche una sorta di figura apotropaica. Un talismano portafortuna. L’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, proprio in occasione del 60.mo anniversario del lancio di Vostok 1, ha raccontato quanto Gagarin sia tuttora uno dei punti di riferimento nei protocolli di avvicinamento a ogni volo spaziale organizzato in Russia e in Kazakhstan. E quanto siano rispettti i rituali ripresi da quello storico primo volo umano: dalla visita alle statue di Gagarin nel cosmodromo di Bajkonur fino all’urlo «Poyekhali», ripetuto ancora oggi da tutti i comandanti a bordo delle Soyuz al momento dell’accensione dei motori.

Non tutti sono però d’accordo con una lettura libera dagli schemi di stretta appartenenza ideologica. Secondo il sociologo Paolo Jedlowski, ad esempio, dopo 60 anni «La competizione» spaziale tra Stati Uniti e Russia sembra essere ancora «aperta», anche se è diventata «una lotta per la memoria: chi è stato il primo? Nel 2013 la Russia produce Gagarin. Primo nello spazio, con la regia di Pavel Parkhomenko; nel 2018 gli Stati Uniti rispondono con Il primo uomo, con la regia di Damien Chazelle, incentrato sulla figura di Neil Armstrong. In entrambi i film il senso della sfida che allora si giocava è ben ricostruito: l’obiettivo era vincere e marcare l’immaginario collettivo. Entrambi, pur in modi diversi, tendono a suscitare un senso di orgoglio nazionale. Al termine del film su Gagarin, studenti universitari escono dalle aule e si riversano nelle strade in festa alla notizia della riuscita del volo. In quello su Armstrong, l’accento finale è più intimo: lo spettatore è trascinato in un’esperienza di solitudine e mistero».