Epistemia, nuova malattia

Questa parola nuova (con l’accento tonico sulla seconda «i»: «epistemìa ») è registrata dalla Treccani fra i neologismi del 2026. Si tratta di una «nuova malattia», una specie di degenerazione dell’episteme (la conoscenza certa, scientifica, che si oppone all’opinione, alla doxa), che rischia di coinvolgere pesantemente la società tutta.
Ma diamo subito la definizione proposta, che rimanda a «la confortevole illusione di conoscenza prodotta con l’IA generativa dei grandi modelli linguistici (LLM), là dove la plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati».
Come a dire che di fronte a una macchina la quale, grazie all’intelligenza artificiale (IA), ci risponde subito con una lingua corretta, senza errori grammaticali, di buon livello e che suona bene, tendiamo facilmente a concederle la nostra fiducia. E magari, solo per comodità o per pigrizia, ci accontentiamo dell’apparenza.
Questo anche se siamo stati messi in guardia che la macchina non sa, ma simula di sapere, prevedendo in maniera plausibile un convincente concatenamento di parole, grazie a una mole immensa di dati lessicali a cui attingere su basi statistiche.
Non ci voleva certo l’IA per sapere che chi si esprime bene, al di là della bontà dei suoi ragionamenti, riesce spesso a essere convincente. I creduloni sono sempre esistiti, ma oggi questa inclinazione pare più pericolosa di fronte alla moltitudine di testi che ci sommergono: da semplici ingenuità puntuali si rischia quindi di passare a un’imprudente dabbenaggine diffusa.
Di fronte all’IA che ci lascia così spesso a bocca aperta con le sue risposte pertinenti è quindi indispensabile mettere sempre in campo un sano scetticismo. Non è solo una questione di disinformazione o di infodemia (neologismo ormai consolidato da diversi anni che rimanda a un sovraccarico di informazioni), ma, visto che il bersaglio è la nostra mente e la nostra attenzione, dobbiamo tutti renderci conto che siamo immersi in una sorta di «guerra cognitiva». Per questo un bel discorso fatto bene non dovrebbe privarci del nostro spirito critico, in particolare in relazione a una verifica dell’affidabilità dei dati e delle affermazioni con cui entriamo in contatto. Curioso che a quanto sembra (sembra! Lo abbiamo chiesto a ChatGPT 5.5, oltre ad aver fatto diverse ricerche puntuali in rete) il neologismo «epistemia» sia diffuso «quasi esclusivamente in italiano». Si conosce anche il padre di questa nuova parola (ma non la madre che «semper certa est»), la quale ha buone possibilità di evolversi (o forse si è già evoluta) in un internazionalismo (ingl. «epistemy» per «epistemic illusion», ma anche fr. épistémie, ted. Epistemie, sp, epistemia).
Si tratterebbe di Walter Quattrociocchi (condizionale di cautela forse eccessivo, visto che la Treccani ne sancisce la veridicità), professore ordinario di informatica alla Sapienza di Roma, di cui vengono citati un’intervista al Corriere della Sera del 23 luglio 2025 («Ci stiamo ammalando di epistemia, l’illusione di sapere cose solo perché l’AI le scrive bene»), ma soprattutto un suo studio, scritto il 13 ottobre 2025 con Edoardo Loru, Jacopo Nudo e Niccolò Di Marco, apparso su «PNAS» («Proceedings of the National Academy of Sciences»), intitolato The simulation of judgment in LLMs.
Insomma di fronte a tutto ciò che ci sta arrivando addosso bisogna stare in campana e non fidarsi di nessuno.
Neppure di «Deprexis» la prima app tedesca di psicoterapia digitale rimborsata in Svizzera (un programma online contro la depressione, il burnout e i disturbi legati all’ansia), autorizzata dall’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) e valutata positivamente dalla Federazione svizzera degli psicologi (FSP).
La fonte di queste informazioni è swissinfo. ch, solitamente accurata e affidabile.
Tanti bisognosi, pochi specialisti, largo all’IA sempre disponibile e che costa molto meno (finora). Ma al di là dei conti, c’è qualcosa che non torna.


