Giovanissimi e italiani: chi ha devastato Milano, e perché

Giovani. Giovanissimi, anche. E italiani, nella maggior parte dei casi. Eccolo, in estrema sintesi, il profilo dei ragazzi che, lo scorso fine settimana, hanno devastato Milano. Saccheggiando i negozi del centro e scontrandosi, inevitabilmente, con le forze dell'ordine. I dati diffusi dalle autorità, d'altro canto, parlano chiaro. Confermano, soprattutto, quanto emerso dai video circolati sui social: il cuore di Milano è stato distrutto da adolescenti o poco più.
Che cosa dicono i numeri
I numeri, dicevamo. Delle 271 persone accompagnate in questura, domenica, 220 erano minorenni. Alcune, addirittura, sotto i 15 anni. Erano minorenni anche 11 delle 16 persone fermate sabato e 23 delle 32 arrestate domenica. Per 174 persone portate in questura è scattato il fermo di prevenzione, misura introdotta grazie all'ultimo decreto sicurezza. Il Post.it, fra gli altri, insiste sulla nazionalità: meno di un quarto dei fermati, 60 persone, non ha la cittadinanza italiana; gli altri, invece, sono tutti italiani o – come diremmo in Svizzera – secondos, cioè figli di immigrati nati in Italia o arrivati da piccoli.
Stessi disordini, dinamiche differenti
Saccheggi e scontri, in un certo senso, hanno fatto da fil rouge per tutto il weekend. E, per dirla con la questura, molti dei casseur alla milanese presenti sabato hanno colpito anche all'indomani. Al di là di questa sovrapposizione, tuttavia, in piazza e per le vie di Milano non c'erano «esattamente» le stesse persone, come sottolinea sempre il Post. A cambiare, poi, è la dinamica. Sabato, le tensioni sono esplose a margine di una manifestazione del tutto pacifica, «Italia in piazza», legata al carovita e capace di coinvolgere circa 5 mila partecipanti. Durante il corteo, alcuni ragazzi a volto coperto e separati dagli altri hanno vandalizzato il centro città, fra piazza Duomo, corso Vittorio Emanuele II, piazza dei Mercanti e San Babila. Domenica, invece, le circa 2 mila persone presentatesi in centro avevano quale unico scopo il saccheggio e la vandalizzazione. Il raduno del giorno dopo, riassumendo, è nato al di fuori dei contesti di protesta e attraverso il passaparola via Telegram, WhatsApp e social.
Da dove arrivano? E chi sono?
È interessante notare, come scrivono i media italiani, MilanoToday in testa, che davanti alla questura, tra le famiglie accorse per riportare a casa i figli minorenni fermati, c'erano genitori arrivati da altre province: Bergamo, Como, Lecco, Monza e Brianza. E poi Parma, in Emilia-Romagna. Il fenomeno, insomma, non è ascrivibile alla sola città di Milano e al termine, spesso abusato, di «maranza», ci arriveremo, ma lambisce (anzi, supera) anche il confine con il Ticino. A proposito del nostro cantone o, meglio, della manifestazione in programma questo sabato a Como, in queste ore sui social si moltiplicano i profili e le chat che invitano a sfasciare tutto.
Il profilo tracciato da Rainews24 aggiunge altri tasselli. Vestiti di nero, il volto coperto da scaldacollo o passamontagna, i ragazzi del «sacco di Milano», come li definisce l'emittente pubblica italiana, sono appunto giovanissimi, in molti casi: i più piccoli avrebbero appena 11 anni, ben al di sotto dei 14 che in Italia segnano la soglia dell'imputabilità.
Come Corvetto? No
Milano brucia, dunque, e la mente è immediatamente corsa alle proteste del 2024, circoscritte al quartiere di Corvetto, periferia sud-est della città, dopo la morte di Ramy Elgaml, 19enne di origine egiziana deceduto durante un inseguimento dei Carabinieri. Allora, la rabbia era legata a doppio filo agli italiani di seconda generazione, i «maranza» come dicevamo, termine (oggi) dispregiativo e dall'etimologia incerta (chiedere all'Accademia della Crusca per credere) la cui prima attestazione, in ben altri contesti, risale addirittura agli anni Ottanta e a Jovanotti: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani / facciamo tutto ora o al massimo domani». Quegli stessi «maranza» che, a Corvetto, si sentirono traditi dallo Stato e, presi da un crescente senso di emarginazione, diedero fuoco a cassonetti.
Il Post, forte di fonti di polizia, invita però a non sovrapporre quanto accaduto nel weekend al 2024. Nel fine settimana, in centro a Milano, c'erano ragazzi quasi del tutto estranei alle periferie milanesi. Di più, si sono mossi in maniera e con finalità differenti.
Il punto, infatti, è proprio questo: a Milano, secondo gli inquirenti, i disordini sarebbero figli di gruppi disaggregati, senza bandiera politica o ideologica e, soprattutto, senza un coordinamento strutturato. Molto, se non tutto, hanno fatto i social, nello specifico TikTok, e le chat. La polizia, di riflesso, ha avuto non poche difficoltà a contenere saccheggi e vandalismi. Anche perché i giovani sono arrivati in città a gruppi e in punti diversi.
