L'anniversario

I cent’anni del weekend

Il 25 settembre 1926 Henry Ford annunciò che nelle sue fabbriche si sarebbe lavorato solo dal lunedì al venerdì - Ma la sua decisione non fu l’invenzione del moderno fine settimana
Operai al lavoro in una catena di montaggio della Ford durante i primi decenni del secolo scorso. ©Reuters
Mauro Rossi
25.09.2026 19:22

Il 25 settembre 1926 Henry Ford annunciò che la settimana di cinque giorni sarebbe diventata una politica permanente della sua azienda, la Ford Motor Company. Dopo mesi di sperimentazioni, gli operai degli stabilimenti avrebbero lavorato otto ore al giorno per cinque giorni, con il sabato e la domenica liberi e, per molti, una paga settimanale equivalente a quella precedente. La notizia fu pubblicata dalla stampa americana il giorno successivo. È questa la ricorrenza simbolica da cui parte la storia del weekend moderno. Ma va subito precisato un punto: non fu Henry Ford l’inventore del fine settimana: semplicemente la sua decisione rese visibile, credibile e imitabile un cambiamento preparato da decenni di lotte sindacali, campagne religiose, accordi aziendali e trasformazioni dei consumi.

Una decisione non filantropica

La Ford aveva infatti già introdotto il modello di cinque giorni e quaranta ore negli stabilimenti il 1. maggio 1926; gli impiegati seguirono in agosto. L’annuncio di settembre trasformò dunque una sperimentazione in una scelta stabile e pubblica. La motivazione di Ford era ambivalente. Da un lato, il riposo doveva migliorare la vita familiare e ridurre l’usura dei lavoratori. Dall’altro, un operaio più riposato poteva essere più produttivo e, soprattutto, diventare un consumatore più attivo. Il ragionamento era tipico della produzione di massa: se le fabbriche producevano automobili in quantità crescente, occorrevano lavoratori con abbastanza reddito e tempo libero per acquistarle. Ford aveva già collegato salario e consumo nel 1914, quando aveva introdotto il celebre “five-dollar day”. Nel 1926 applicò la stessa logica al tempo: una giornata di lavoro in meno non doveva necessariamente significare meno produzione, se le otto ore quotidiane venivano organizzate in modo più intenso ed efficiente. In una successiva intervista, Ford presentò il progetto come “cinque giorni di lavoro con la paga di sei”. Il suo non fu però un regalo disinteressato. La riduzione dell’orario era anche uno strumento per contenere il turnover, rafforzare la fedeltà all’azienda e trasformare il tempo libero in mercato. Il weekend nasce così da un incontro curioso fra rivendicazione sociale e razionalità capitalistica: i lavoratori chiedono più tempo per vivere, l’industria scopre che quel tempo può generare nuovi consumi.

Prima di Henry Ford

Per gran parte dell’Ottocento la settimana lavorativa era ancora di sei giorni. La domenica costituiva il principale giorno di riposo nei paesi cristiani, ma il sabato era normalmente lavorativo. Nelle città industriali britanniche si diffuse allora il “Saturday half-day”, il sabato pomeriggio libero. Il cambiamento fu favorito da una combinazione di fattori. I sindacati chiedevano orari più brevi; le associazioni religiose volevano sostituire le abitudini del cosiddetto «Saint Monday» – il lunedì di assenza informale praticato da molti artigiani e operai – con una pausa regolare; gli imprenditori speravano di ridurre l’assenteismo e di avere dipendenti più riposati all’inizio della settimana. Il nuovo tempo libero produsse anche una nuova economia. Le ferrovie offrirono biglietti agevolati per le gite del sabato pomeriggio; teatri e sale da concerto spostarono gli spettacoli; il calcio organizzò le proprie partite nel momento in cui gli operai uscivano dalle fabbriche. Alla fine dell’Ottocento il sabato pomeriggio era già diventato una delle matrici della cultura sportiva e popolare moderna. Anche la parola «weekend» appartiene a questa fase. La prima attestazione generalmente riconosciuta risale al 1879, quando la rivista britannica «Notes and Queries» la utilizzò per descrivere il periodo dal sabato pomeriggio alla domenica.

Lo standard internazionale

Il passaggio dal sabato breve al weekend di due giorni fu lento e diseguale. Negli Stati Uniti un cotonificio del New England aveva già sperimentato, nel 1908, una settimana di cinque giorni per consentire ai lavoratori ebrei di rispettare lo Shabbat, che va dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato. Il caso mostra che il weekend non è soltanto una derivazione della domenica cristiana. È anche il risultato del pluralismo religioso e della necessità, nelle società industriali, di coordinare calendari diversi. In seguito, il modello si sarebbe adattato alle tradizioni locali: in molti paesi il fine settimana sarebbe rimasto sabato-domenica; in altri avrebbe assunto la forma venerdì-sabato o combinazioni differenti, in rapporto al calendario religioso e agli scambi economici internazionali. La crisi del 1929 accelerò il dibattito sulla settimana corta. Ridurre l’orario appariva anche come un modo per distribuire il lavoro disponibile fra più persone. Nel 1938 il Fair Labor Standards Act consolidò negli Stati Uniti il principio del limite settimanale e del pagamento degli straordinari; il tetto iniziale fu fissato a 44 ore e venne poi ridotto a 40. La legge non impose da sola un weekend universale, ma contribuì a stabilizzare il modello reso popolare da Ford.

In Europa il processo seguì traiettorie diverse. La settimana di cinque giorni si diffuse attraverso la contrattazione collettiva, le leggi sull’orario, la crescita del lavoro amministrativo e l’espansione della società dei consumi. Nel secondo dopoguerra il weekend di due giorni divenne una pratica comune in gran parte dell’Europa occidentale e del Nord America; nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada era ormai uno standard ampiamente riconoscibile verso la metà degli anni Cinquanta.

Il weekend ha quindi viaggiato con l’industrializzazione, l’urbanizzazione e la standardizzazione del lavoro dipendente. Non si è però imposto ovunque nello stesso modo e non ha mai riguardato tutti i lavoratori. Il sabato e la domenica liberi sono soprattutto il risultato di un modello organizzativo adatto all’industria, agli uffici e ai servizi con orari regolari. Restano invece più esposti al lavoro nel fine settimana il personale sanitario, i trasporti, il turismo, la ristorazione, il commercio, la logistica, l’agricoltura e tutti i settori che devono garantire continuità. Il fine settimana è dunque una conquista importante, ma non una condizione distribuita in modo uniforme.

La domanda contemporanea – settimana di quattro giorni, orari flessibili, telelavoro – ripropone, in forma diversa, il conflitto originario: il tempo libero è un costo per l’impresa o una risorsa per la produttività, la salute e la società? La storia del weekend suggerisce che la risposta non è mai stata puramente economica: le’ trasformazioni durature sono nate quando rivendicazioni dei lavoratori, innovazioni organizzative e interessi delle imprese hanno finito per convergere.

E in Svizzera?

Il nostro Paese offre una conclusione istruttiva di come il «weekend»una volta diventato normale, non sia necessariamente fissato da un unico standard nazionale rigido. La settimana di cinque giorni è oggi la norma per gran parte del lavoro d’ufficio e dei settori regolati, ma la durata ordinaria dipende spesso dal contratto individuale o collettivo: in molti comparti si colloca fra 40 e 44 ore. La legge federale stabilisce infatti principalmente dei limiti massimi: 45 ore settimanali per l’industria, gli impiegati d’ufficio, il personale tecnico e alcune categorie della grande distribuzione; 50 ore per altri gruppi di lavoratori. Il riposo domenicale resta un principio centrale, ma esistono eccezioni e regole specifiche per i settori che lavorano di notte o durante il fine settimana. È un modello coerente con la tradizione federalista elvetica: la legge definisce una cornice, mentre contratti, aziende e settori stabiliscono spesso condizioni più favorevoli o più precise. Il weekend svizzero non è quindi soltanto il risultato di una decisione calata dall’alto; è l’esito di un equilibrio fra protezione legale, autonomia contrattuale e organizzazione concreta del lavoro. A un secolo dall’annuncio di Ford, il punto non è più soltanto stabilire se il sabato debba essere libero. La questione è capire chi può davvero disporre del proprio tempo, in quali condizioni e con quale protezione. Il weekend è nato come una pausa collettiva. La sua sfida futura sarà restare tale anche in un’economia sempre più aperta, digitale e disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro.