La recensione

Jethro Tull e il progressive che non vive solo nel passato

Domenica sera la leggendaria band capitanata dall’istrionico flautista Ian Anderson ha incantato il folto pubblico accorso al Palazzo dei Congressi di Lugano con brani di oggi e di ieri
Ian Anderson, 75 anni, fondò i Jethro Tull nel 1967 assieme a Mick Abrahams, Glenn Cornick e drummer Clive Bunker.
Dimitri Loringett
Dimitri Loringett
29.11.2022 06:00

Appuntamento con la storia del rock, domenica sera al Palazzo dei Congressi di Lugano, con il concerto dei leggendari Jethro Tull, o meglio, del leggendario e istrionico frontman Ian Anderson, unica figura rimasta nel gruppo, ininterrottamente, dall’esordio di 54 anni fa. Ma chi pensava di sentire una semplice carrellata di successi del passato sarà forse rimasto parzialmente deluso, non tanto perché la band non abbia intonato certi classici come – e non potevano certo mancare, sebbene proposti solo come bis – Aqualung e Locomotive Breath, ma perché la scaletta era di fatto una «celebrazione di alcuni dei momenti più prog dei Jethro Tull, dal 1968 fino al 2022», come ha spiegato Anderson a inizio serata.

In effetti, il tour in corso di Anderson & Co. si chiama The Prog Years e prima dell’inizio del concerto sullo schermo è stata proiettata una definizione della «musica prog» che ne sottolinea la caratteristica dei «lunghi assoli». Cosa poi puntualmente avvenuta. Il buon Anderson ha infatti suonato molto e cantato un po’ meno, dando così spazio, appunto, a lunghi assoli, specie del suo iconico flauto che ha suonato con la verve di sempre e con i caratteristici «cantati» nel bocchino dello strumento. Di assoli però ne ha fatti anche la chitarra, suonata dal giovane Joe Parrish che ci è sembrato un degno erede dello storico Martin Barre. E pure la batteria, nonostante «nel 2022 i batteristi non facciano più assoli», come ha ironizzato Anderson prima di Dharma For One – brano strumentale della prima ora dei Jethro Tull scritto per (e con) l’allora drummer Clive Bunker – con il simpatico assolo del giovane Scott Hammond che, nonostante lo stile pulito e sicuramente adatto al genere prog, ci ha fatto un po’ rimpiangere quelli di Barriemore Barlow dei tempi che furono.

Living In The Past?

Al foltissimo pubblico (il concerto era «sold out») i Jethro Tull hanno anche dedicato ampio spazio a brani recenti, in particolare tratti dall’album The Zealot Gene, uscito all’inizio di quest’anno. Ci sono state poi alcune interessanti proposte «di mezzo», come Clasp dell’82 e Hunt By Numbers del ‘99, ma a dominare in scaletta sono stati comunque i brani della tradizione, sebbene completamente riarrangiati in chiave più moderna. Infatti, la citata Aqualung suonava più come una «mini-suite», con solo alcuni accenni al famoso riff, un approccio usato anche in Living In The Past. E il classicissimo Bourrée, basato sulla composizione di J.S. Bach, lo abbiamo sentito ancora più jazzato e «free» dell’originale del ‘69.

Insomma, Ian Anderson non è un nostalgico, vive il presente pur «pescando» nel suo importante passato, sottolineando nel contempo quanto i Jethro Tull siano a tutti gli effetti una band prog, tanto quanto quelle storiche che sono state «menzionate» nel video di apertura, quasi a voler ribadire – come se ve ne fosse bisogno – l’appartenenza a quel prestigioso «club».