L'italianità del Ticino spiegata dall'onorevole Motta

La italianità del Ticino
Il «Secolo» di Milano pubblica per la firma di Gino Cornali, suo inviato speciale, un’intervista col Consigliere federale avv. Giuseppe Motta che crediamo di dover riprodurre integralmente. «Benchè da moltissimi anni, ha incominciato l’on. Motta, io abiti ormai nella capitale della Confederazione, pur conosco profondamente il Cantone Ticino e i suoi problemi, e sono in constante contatto cogli uomini che ne reggono con tanta efficacia le sorti. Ora, parlare di una germanizzazione del Canton Ticino è semplicemente un’assurda fantasticheria. Che il Canton Ticino non debba in qualche modo e sotto un certo punto di vista, risentire un poco l’influenza della numerosa immigrazione dei confederati tedeschi, sarebbe forse una eccessiva pretesa. Non va dimenticato che l’industria alberghiera, dalla quale traggono la loro fiorente esistenza le due città più importanti del Cantone, Lugano e Locarno, è, nella sua maggioranza, nelle mani dei tedeschi. [...] Ma pensare poi che il popolo ticinese non abbia in sé forze ed energie sufficienti per difendere efficacemente la sua italianità da ogni assalto esterno e per tradurla in pensieri che si possono realizzare, non mi pare che sia il voler fare una ingiuria ai ticinesi. I ticinesi sono sempre stati italiani: profondamente italiani. Dopo la effimera Repubblica indivisibile, instaurata secondo i principi della Rivoluzione francese e durata pochissimi anni, quando Napoleone, coll’Atto di mediazione del 1803 restituì al federalismo la vecchia repubblica elvetica, il Cantone Ticino diventò autonomo, e da allora ha visto crescere ed intensificarsi la sua importanza anche politica nella vita della Confederazione. Ora, quale interesse dovrebbe mai avere la Svizzera a favorire questa supposta colonizzazione tedesca del Cantone italiano? Anzi, il governo federale e tutta la Confederazione hanno sempre sentito che il Ticino è tanto più utile alla esistenza e alla fortuna elvetiche quanto più esso conserva la forza e lo spirito della sua stirpe [...]. Il popolo ticinese è, da buon italiano, portato naturalmente alla emigrazione: ma, nel caso specifico, vi è anche costretto dalla natura stessa della sua terra. Da Airolo giù giù fino a Chiasso, salvo qualche breve tratto pianeggiante, è tutto un susseguirsi di monti scoscesi e dirupati: bellissimi come paesaggio, ma poverissimi e aridi. Il suolo non basta, non basterà forse mai a dare vita a una agricoltura sufficiente ai bisogni della popolazione. Ed è precisamente per il carattere del popolo ticinese, tenace, laborioso ed elevato spiritualmente e intellettualmente, che il Cantone è diventato una regione così importante nella economia della Confederazione. Il senso profondo della libertà e della responsabilità che anima tutti i ticinesi ha consentito e favorito mirabilmente l’altro progresso raggiunto nel Cantone a proposito dell’assistenza pubblica, delle vie di comunicazione e delle scuole. [...] Per concludere: nessuna germanizzazione [...]. Un semplice fenomeno di immigrazione interna destinata immancabilmente ad essere assorbita dall’italianissima popolazione ticinese».
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