L'intervista

Big Fish fra Ticino e Sanremo: «In un'epoca di sovraesposizione social, la chiave è essere se stessi come Ele A»

Con la metà dei Sottotono, disc jockey e produttore musicale, affrontiamo i temi caldi della cosiddetta Settimana Santa: la quota rap-trap, il compromesso, le melodie
©ETTORE FERRARI
Marcello Pelizzari
23.02.2026 17:06

Massimiliano Dagani, in arte Big Fish, conosce molto bene il Ticino. Classe 1972, è nato a Galliate, in Piemonte, non lontano dal confine. Conosce molto bene, curriculum alla mano, anche l'hip hop e il rap e, ovviamente, Sanremo. Nel senso del Festival della canzone italiana, s'intende. Unendo i puntini, è nata un'intervista a tutto tondo che ha toccato, fra le altre cose, pure aspetti – se vogliamo – filosofici. Come l'importanza di essere, sempre e comunque, se stessi.

Siamo alle porte della cosiddetta Settimana Santa: qual è l'impressione, pensando ai 30 cantanti in gara e alla cosiddetta quota rap-trap?
«Ci sono cose, a mio giudizio, interessanti e altre che, onestamente, non saprei ancora valutare. Ma, come sempre, credo sia stato fatto un giusto bilanciamento. Ci sono artisti e brani per un pubblico più adulto, per un pubblico diciamo medio e per un pubblico più giovane. Amadeus, a suo tempo, ha tirato una linea per separare il vecchio Sanremo dal nuovo Sanremo. Quelli della mia generazione, da ragazzi, facevano di tutto pur di non guardare il Festival, a differenza dei genitori. Ora, si è prodotto quasi l'effetto contrario, per cui i ragazzi fra i venti e i trentacinque anni sono totalmente innamorati di Sanremo, al punto da prendersi una settimana di ferie per poter seguire, bene, ogni serata e non pagarne lo scotto all'indomani. Dicevo del bilanciamento: c'è Sayf, c'è Dargen che appunto ha un pubblico più adulto e poi, ancora, c'è J-Ax. E vi assicuro che lui porterà un pezzo incredibile. Io credo che sarà una bella edizione. Nonostante le critiche».

Domanda provocatoria: negli ultimi anni la quota rap, a Sanremo, non ha sacrificato le barre sull'altare della melodia?
«Premessa: una volta era più difficile portare il rap a Sanremo. Banalmente, la gente non era pronta. Ora, beh, le cose sono cambiate. Parliamo di un genere più ascoltato del pop, in Italia. È impensabile, dunque, non avere rapper o trapper all'Ariston. Se la domanda fa riferimento a operazioni come quelle di Lazza o Geolier, artisti che hanno messo più melodia, io rispondo dicendo che questa scelta era già presente nel loro percorso e nei loro dischi. Lazza, per dire, non è uno che rappa e basta, pur rappando fortissimo. Nell'anno di Cenere, il 2023, io ero al Festival come manager e direttore d'orchestra di Giorgia. Al di là del fatto che Jacopo è un amico, in lui avevo visto la voglia di portare qualcosa di nuovo all'interno del panorama musicale italiano. Non parlerei di un'operazione furba, ma come qualcosa di veramente sentito. Per aprirsi a un pubblico mainstream ma portando qualcosa che, al netto della melodia, lo rappresentasse. L'importante, per me, è non andare a Sanremo e fare una parruccata. Cioè, non fare qualcosa che non è nelle tue corde o che non vorresti fare. Altrimenti, diventa una cosa brutta. Sanremo non è una scorciatoia, ma un modo per esprimersi e far conoscere la propria musica. Al di là della grandezza di quel palco, quello che proponi va a un pubblico ampio, davvero ampio».

Nel 2001, ai tempi dei Sottotono, anche Fish era stato su quel palco. Che esperienza è stata, fra polemiche, accuse di plagio e tapiri di Striscia? Era l'anno, fra l'altro, di Eminem quale superospite e dei Placebo che spaccarono tutto. Alieni, verrebbe da dire...
«La prima parola che mi viene in mente, ripensando a quell'esperienza, è inconsapevolezza. Io ero sotto i trenta, Tormento era ancora più giovane ma, pensando al palco, si comportava come un killer: che fosse Sanremo o l'MTV Day, a lui non importava. Spingeva e basta. Abbiamo visto e toccato con mano, in ogni caso, lo stato dell'arte della musica italiana dell'epoca. Come dicevo prima, l'Italia non era pronta allora per il rap. E poi c'era questa forte, fortissima presenza di programmi satirici che, tuttavia, di satirico avevano ben poco».

Per dirla con un eufemismo, Valerio Staffelli non fu gentilissimo.
«Direi di no, Striscia aveva questo approccio del tipo: adesso vi facciamo vedere che cosa abbiamo scoperto. Noi, beh, oltre a essere molto giovani ed eravamo attorniati da persone non esattamente diplomatiche. Ci prendemmo anche colpe non nostre. Molte cose, per fortuna, nel frattempo sono cadute in prescrizione. Però sì: quello era un Sanremo con gente come Gigi D'Alessio e Alex Britti e noi eravamo delle mosche bianche. Un ricordo bello, anzi bellissimo, comunque ce l'ho».

Quale?
«Raffaella Carrà. Fu speciale. Si comportò da zia, con noi. E vederla cantare e ballare sulle note di Mezze verità fu qualcosa di incredibile. Riassumendo: quella del 2001 è stata un'esperienza intensa, anche formativa».

Devi capire che quello è il Festival della canzone italiana. Detto ciò, non è difficile né impossibile innovare. Alcuni anni prima di noi, i Subsonica portarono la loro musica

Ma a Sanremo può esserci innovazione, quindi? 
«Sì. Devi avere presente che cos'è quel palco e capire il periodo. Devi capire che quello è il Festival della canzone italiana. Detto ciò, non è difficile né impossibile innovare. Alcuni anni prima di noi, i Subsonica portarono la loro musica. Si fecero conoscere».

In questo senso, che effetto vi ha fatto come Sottotono tornare in qualità di ospiti nel 2019?
«Faccio un passo indietro: stavo producendo un disco di Livio Cori, un artista napoletano. E lui voleva andare a Sanremo con questo pezzo. Riuscì a convincere Nino D'Angelo, sulle prime un po' titubante. Poi, rivolgendosi a me, disse: c'è Nino, figata, ma ho bisogno dei Sottotono come ospiti per la serata dei duetti. E questo perché, parole sue, era un nostro fan sin da piccolo. Alla fine, io e Tormento accettammo. Non salivamo assieme, su un palco, da quindici anni. Però fu divertente e, ripensandoci, sono contentissimo di avere fatto un'esperienza del genere».

Big Fish, l'anno scorso, ha lanciato un workshop di produzione musicale sull'arco di cinque weekend rivolto alle giovani generazioni. Domanda delle domande: come si impara il rap? Come si diventa Big Fish?
«Io spero che la gente non diventi come me. battute a parte, a muovere tutto è sempre e solo la passione. Ognuno di noi, nella vita, nel lavoro, in amore, vive fra alti e bassi. Ma credo che bisogna sempre avere una missione. O, meglio, credo che ognuno di noi debba capire qual è la sua missione. Parlavo, di recente, con una cantante. Non vi dirò chi è, tuttavia era delusa perché non è stata presa a Sanremo. Le ho chiesto: perché hai iniziato a cantare? Lei mi ha risposto: perché è la cosa più importante della vita. A quel punto, le ho detto di ricominciare a cantare, perché se non canti non succede nulla e invece noi vogliamo che succeda qualcosa. Ai ragazzi e alle ragazze che si annunciano per i miei workshop insegno una cosa, fondamentalmente. Instagram e i social ti promettono successo immediato, dicendoti che se ce l'ha fatta il rapper tal dei tali puoi farcela anche tu. Ci sono anche finti discografici e produttori che ti abbagliano con proposte. Ma, dicevo, alla fine conta solo e soltanto la passione. Passione e metodo. E io trasmetto proprio questo: è necessario avere un metodo. Siamo giunti alla terza edizione, oramai, e sono felice di poter dire che, l'anno scorso, in occasione della prima edizione, quattro partecipanti arrivavano dal Ticino. Una cosa che mi ha riempito il cuore, anche perché nel vostro cantone c'è voglia di fare arte pulita. A chi ci legge consiglio di andare a fare un giro sulla pagina Instagram di Doner Music e di mandare un'e-mail».

A proposito di Ticino: che effetto fa, cito Rolling Stone, sapere che la miglior rapper italiana è Ele A, di Lugano?
«Ele A, sin dal principio, non ha imitato nessuno. E questa cosa è stata premiata. Il fatto che arrivi dal Ticino è un extra. Ma se è riuscita a imporsi, al netto della provenienza, è perché si è presentata come Ele A e non come wannabe. Chiaro: è molto, molto brava. Però è pure una ragazza normale. Faccio un paragone e pongo io una domanda: perché Fibra è diventato Fibra?».

Perché è sempre rimasto fedele a se stesso e ai luoghi in cui è cresciuto, giusto?
«Risposta giusta, sì. Perché Fibra è la provincia. Come lo è Ele A e come lo è Massimo Pericolo. Tutti, oggi come oggi, vogliono la felpa di Gucci e le scarpe di Balenciaga. Vogliono essere quello che non sono. Ele A, invece, ha dato voce ai ragazzi normali, a chi ha problemi di soldi, a chi si annoia. Il Ticino, in questo senso, non è diverso dalla provincia di Como o Varese. In un periodo di forte sovraesposizione social, essere se stessi è la chiave. Quando mi capita di andare in centro a Milano, al sabato, vedo ancora gente che si fa fotografare davanti a una Lamborghini. Gente che poi corre subito a postare. Fibra, Salmo, Ele A non farebbero mai una cosa simile. Perché la loro forza è raccontare chi sono davvero».

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