Musica

Cent'anni di Miles Davis, il rivoluzionario del jazz

Il 26 maggio 1926 ad Alton, nell’Illinois, nasceva uno dei musicisti più influenti del '900 che ha reinventato il linguaggio della musica afroamericana
Miles Davis in un’iconica immagine scattata dal fotografo luganese Marco D’Anna durante la sua storica esibizione, nell’estate del 1987 a Estival Jazz. © www.marcodanna.ch

È morto ormai da quindici anni (ci ha lasciato il 28 settembre 1991) eppure è come se non se ne fosse mai andato. Il suo sguardo penetrante, la sua voce roca e i suoi assoli riconoscibili sin dalla prima nota, continuano anche oggi ad essere un assoluto punto di riferimento nel jazz, specie quando questo genere, tra i più rappresentativi del Novecento si guarda allo specchio interrogandosi sul suo futuro. E quello specchio rimanda immancabilmente l’immagine di Miles Dewey Davis III, nato esattamente cent’anni fa il 26 maggio 1926 ad Alton, nell’Illinois: non solo un trombettista straordinario, ma un artista che ha saputo reinventare il linguaggio della musica afroamericana, cambiando ripetutamente pelle senza tuttavia mai perdere identità: anzi, trasformandola in un marchio estetico, sonoro e umano.

Miles Davis da giovane.  © Wikipedia
Miles Davis da giovane.  © Wikipedia

Contrariamente ad altri grandi maestri afroamericani del jazz Miles Davis non è nato e cresciuto in un ambiente difficile: proveniente da una famiglia relativamente agiata, ha potuto forgiare in modo particolare alcuni aspetti del suo carattere regalandogli sicurezza, orgoglio e un piglio quasi aristocratico con cui ha sempre affrontato il pubblico e i colleghi. Cominciò a suonare la tromba da ragazzo , mostrando presto una sensibilità diversa da quella di molti coetanei. Non cercava la pura esibizione tecnica o il virtuosismo travolgente: cercava il suono, la pausa, il fraseggio essenziale. Fin dagli inizi, la sua idea di musica sembrava puntare più all’intensità che all’abbondanza. Trasferitosi a New York nel 1944, teoricamente per studiare alla Juilliard, Davis entrò ben presto nel cuore vivo della rivoluzione bebop. Frequentò i club della 52. strada e soprattutto si avvicinò a Charlie Parker e Dizzy Gillespie, protagonisti assoluti di quel nuovo jazz rapido, nervoso, incendiario. Con Parker, in particolare, Miles suonò e imparò moltissimo. Eppure anche dentro il bebop la sua voce appariva eccentrica: meno pirotecnica, più trattenuta, quasi introversa. Dove altri riempivano lo spazio, lui imparava a scolpirlo.

Questa tensione verso un diverso equilibrio emerse con chiarezza alla fine degli anni Quaranta nel progetto poi confluito in Birth of the Cool. Quelle incisioni, realizzate tra il 1949 e il 1950, non furono solo un episodio fortunato: rappresentarono l’annuncio di un’altra possibilità per il jazz moderno. Arrangiamenti più ariosi, timbri inusuali, la ricerca di una dinamica meno aggressiva e più cameristica mostravano che l’innovazione non coincideva necessariamente con la velocità o con l’eccesso. Il cosiddetto cool jazz trovò lì uno dei suoi manifesti più importanti.

Gli anni Cinquanta furono per Davis un periodo di crescita artistica ma anche di gravi difficoltà personali, soprattutto per la dipendenza dall’eroina. Riuscì però a uscirne e a ricostruire la propria carriera con grande forza. Intorno a lui si formarono gruppi memorabili, popolati da musicisti destinati a fare la storia: John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones. Il suo primo grande quintetto definì uno stile in cui eleganza, tensione lirica e sofisticazione armonica convivevano in modo esemplare. Album come ’Round About Midnight e Milestones testimoniano una fase in cui Miles appare già come un leader pienamente maturo. Il 1959, con Kind of Blue, segnò un punto di non ritorno. È probabilmente il disco jazz più celebre di sempre, ma definirlo semplicemente un classico non gli rende piena giustizia. In quel disco Miles, assieme a musicisti come Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans e Jimmy Cobb, propose un uso innovativo della modalità, alleggerendo la dipendenza dalle complesse progressioni armoniche del bebop. Il risultato fu una musica aperta, sospesa, intensa, capace di coniugare immediatezza emotiva e profondità strutturale.

Miles Davis assieme a Charlie Parker. © Wikipedia
Miles Davis assieme a Charlie Parker. © Wikipedia

Negli anni Sessanta, anziché adagiarsi sul successo, Davis cambiò ancora. Il suo secondo grande quintetto, con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams, fu uno dei laboratori più avanzati del jazz contemporaneo: il linguaggio si fece più mobile, astratto, imprevedibile. Il ritmo sembrava frantumarsi e ricomporsi di continuo; le armonie si aprivano; la struttura dei brani diventava più libera con Davis che, invece di imporsi come solista dominante, governava il gruppo con intelligenza strategica, lasciando spazio ai suoi musicisti e guidandoli verso territori nuovi.

Alla fine del decennio arrivò poi un’ulteriore svolta: l’incontro tra jazz, rock, funk ed elettricità. Dischi come In a Silent Way e soprattutto Bitches Brew inaugurarono una stagione controversa ma fondamentale. Alcuni puristi considerarono il suo un tradimento, altri, una liberazione. Di certo fu un’altra prova del coraggio di Davis, della sua insofferenza per ogni ortodossia e della sua capacità di intercettare il suono del proprio tempo. Cosa che fece anche nell’ultimo periodo della sua vita, andando ad incontrare anche il pop (memorabili le sue versioni di Human Nature di Michael Jackson e di Time After Time di Cindy Lauper) ridisegnando il concetto degli standard.

Miles Davis in una delle sue ultime apparizioni. © Wikipedia
Miles Davis in una delle sue ultime apparizioni. © Wikipedia

Miles Davis non fu un personaggio facile. Il suo carattere duro, spesso scontroso, il rapporto problematico con il successo, le dipendenze, le ombre della vita privata fanno parte di una biografia complessa e non romanzabile. Ma proprio questa complessità contribuisce a restituirci un artista autentico, lontano da ogni immagine rassicurante. Sul palco, spesso immobile o voltato di spalle, sembrava ribadire che la musica non era intrattenimento, bensì visione, rischio, sfida. Ed è forse questa la sua eredità più grande: aver mostrato che la vera fedeltà alla musica consiste nel non smettere mai di cercare.

Uno straordinario fiuto per il talento

Tra i primi, infatti, si annoverano nomi del calibro di Tony Williams, chiamato diciassettenne a far pare del secondo quintetto, nel ’63, Dave Holland, Jack DeJohnette e John McLaughlin che vengono reclutati per l’epocale «svolta elettrica» di fine anni Sessanta. E poi, nei decenni successivi Steve Grossman, che Davis fa debuttare a 18 anni sostituendo Wayne Shorter, Mike Stern, Marcus Miller – che a sua volta diede una grande mano ad un Davis che usciva dal suo periodo più buio, permettendogli di reinventarsi ancora una volta negli anni Ottanta. Tutti musicisti che con lui mossero i primi passi di un percorso stellare, mentre per la seconda categoria si possono citare figure leggendarie come Sonny Rollins e Red Garland, che Davis è stato tra i primi a valorizzare ad alto livello, Paul Chambers che, già in attività da qualche anno guadagnò grande visibilità nel primo celebre quintetto degli anni Cinquanta e, nel decennio successivo, Herbie Hancock che rimase con Davis per diversi anni, per venire poi sostituito da Chick Corea. Quest’ultimo all’epoca (1968) già sicuramente in vista per i lavori con Blue Mitchell e Bongo Santamaria, ma è con Davis che prende il volo «elettrico» e, dopo In A Silent Way e Bitches Brew viene incoraggiato da quest’ultimo a lanciarsi nella carriera solista che lo consacrerà negli anni a venire con qualcosa come 27 Grammy Award. E ancora, lo stesso John Coltrane, che ha raggiunto alcune delle sue vette artistiche nel sodalizio con il nostro, come anche Cannonball Adderley, dapprima chiamato a sostituire Trane defezionario e poi al suo fianco nel celebre sestetto. E la lista andrebbe ancora avanti, ma il punto fondamentale è chiaro: la genialità del trombettista di Alton non risiede «solamente» nella sua musica, nel suo modo di suonarla, nel suo essere sempre un passo avanti agli altri, anticipando gusti e stili e nella sua peculiare visione dell’esercizio jazzistico come luogo di apertura e ricerca (celebre la sua polemica con un giovane, ultraconservatore, Wynton Marsalis), ma anche nel modo in cui riuscì a concretizzare tali elementi, ovvero scegliendo sempre le persone che secondo lui avevano le capacità per farlo e lasciando loro la massima libertà espressiva, così che le sue idee emergessero in modo naturale, diventando capolavori.