Ernia: «Racconto esperienze incontri e cambiamenti»

È uno dei personaggi più attesi del rinnovato Estival, in programma da giovedì 9 a sabato 11 luglio in Piazza della Riforma a Lugano. Parliamo di Matteo Professione, trentaduenne rapper milanese conosciuto come Ernia, nomignolo affibiatogli ai tempi delle scuole medie e che si è tenuto stretto nel corso del lungo percorso musicale che ne ha fatto uno dei personaggi centrali dei quella scena hip hop da qualche anno divenuta il vero e autentico mainstream del pop italiano. Ernia sarà a Lugano sabato 11 luglio con una tappa del tour legato al suo più recente lavoro discografico Per soldi e per amore. Lo abbiamo intervistato.
Cominciamo dall’inizio. Quando ha capito che il rap non era solo un passatempo, ma qualcosa di importante e più grande?
«È stata una cosa graduale: all’inizio era semplicemente il modo più naturale che avevo per esprimermi e stare con le persone con cui condividevo quella passione. Poi, vedendo che continuava a occupare sempre più spazio nella mia vita e che riusciva a creare una connessione con gli altri, ho capito che poteva diventare qualcosa di più di un passatempo».
La sua città, Milano è centrale nella sua musica. Quanto ha contribuito alla sua formazione, personale e artistica?
«È una città che ti mette davanti a ritmi, contrasti e stimoli continui e inevitabilmente finisce nelle cose che scrivi. Però non mi piace ridurre tutto al luogo da cui vengo: credo che quello che raccontiamo sia sempre il risultato di un insieme di esperienze, incontri e cambiamenti. Milano è sicuramente una parte importante della mia storia, ma non è l’unica chiave per leggerla».
I tuoi testi sono spesso molto onesti, quasi brutali. Quanto le costa mettere certi pezzi di vita in una canzone? Ha mai scritto qualcosa e poi deciso di non pubblicarla perché troppo personale?
«Dipende dal momento. A volte scrivere certe cose è liberatorio, altre invece ti accorgi che stai entrando in zone più delicate. Non tutto quello che scrivi è destinato a diventare una canzone e non tutto quello che è vero per te è automaticamente “giusto” da pubblicare in quel momento. Può capitare di lasciare fuori cose perché sentivo che erano troppo personali o perché non ero pronto a farle uscire in quel modo. Però fa parte del processo: trovare un equilibrio tra sincerità e consapevolezza».
Come funziona il suo processo creativo? Aspetta l’ispirazione o ha una disciplina quotidiana?
«Ci sono momenti in cui arriva tutto in modo abbastanza naturale, quasi senza cercarlo e altri in cui invece devi proprio metterti lì e lavorare, anche se non hai quella spinta immediata. Col tempo ho capito che affidarsi solo all’ispirazione non basta, però nemmeno forzare le cose porta sempre a qualcosa di buono».
Ha collaborato con alcuni dei nomi più importanti della scena italiana. Come sceglie le persone con cui lavorare? È una questione di feeling, di stima artistica, di opportunità o cosa?
«Sicuramente il feeling personale conta molto, perché alla fine devi condividere uno spazio creativo e se non c’è una certa sintonia diventa tutto più complicato. Però c’è anche una parte di stima artistica: devi sentire che dall’altra parte c’è qualcuno che ti stimola, che porta qualcosa che da solo non avresti. Le opportunità ci sono sempre, ma non bastano da sole per far nascere qualcosa di interessante».
Il rap in Italia negli ultimi anni è diventato il genere mainstream. Cosa si è guadagnato e cosa si è perso in questo processo?
«Quando un genere diventa mainstream è normale che cambi qualcosa. Sicuramente si è guadagnato in visibilità, in possibilità, in apertura: oggi il rap è arrivato a un pubblico molto più ampio rispetto a prima e questo ha permesso a tante realtà diverse di emergere. Dall’altra parte, ogni tanto si ha la sensazione che una parte di spontaneità o di urgenza iniziale si diluisca un po’, perché quando qualcosa diventa grande inevitabilmente si struttura di più. Poi ognuno trova il suo modo per restare fedele a quello che vuole dire dentro quel contesto».
Spesso si parla di autenticità nel rap. Ma cosa significa essere «autentico» nel 2026?
«È una parola che oggi viene usata molto. Per me l’autenticità non è tanto legata a un’immagine o a uno stile preciso, ma al fatto di riuscire a dire le cose in modo coerente con quello che sei e con quello che stai vivendo in quel momento. Ovviamente tutti cambiamo, quindi anche quello che racconti cambia con te. Più che cercare di “dimostrare” di essere autentico, credo sia importante non forzare una versione di sé che non esiste o che non ti appartiene».
Come sta vivendo la grande notorietà? C’è qualcosa di questo mondo che ancora la sorprende, in positivo o in negativo?
«La notorietà è una cosa a cui, col tempo, ti abitui in parte, ma non credo diventi mai del tutto “normale”. Ci sono aspetti positivi, come il fatto che la tua musica arrivi a persone che non avresti mai immaginato, e altri più complicati da gestire, soprattutto nella vita quotidiana. Più che sorprendermi ancora, direi che continuo a imparare a starci dentro, perché è un contesto che cambia e ti mette sempre davanti a dinamiche nuove».
Guardando avanti, dove vuole portare la sua musica? C’è qualcosa che non ha ancora detto o fatto che sente di dover esprimere?
«Non ho mai avuto un’idea troppo rigida di “dove devo arrivare”. Cerco più che altro di continuare a fare musica che sento vera per me in quel momento, senza ripetermi. È normale che col tempo cambi il modo in cui scrivi e quello che ti interessa raccontare, quindi anche la direzione cambia di conseguenza. Se c’è qualcosa che non ho ancora detto, probabilmente è più un insieme di sfumature che arrivano vivendo e crescendo. L’idea è continuare a trovare il modo giusto per raccontarle, senza forzarle».
Ultima domanda: se potesse essere ricordato per una sola cosa, cosa vorrebbe che fosse?
«Direi per la mia musica, per quello che ho scritto e per il modo in cui ho provato a raccontarlo».
