Herreweghe regala al LAC un Requiem da antologia

Beethoven lo riteneva in assoluto la miglior composizione del genere, Brahms mostrò nei suoi confronti un grande apprezzamento e Berlioz non esitò a definirlo un capolavoro. E una volta ascoltatolo non si può non essere d'accordo con simili importanti valutazioni: il Requiem in do minore di Luigi Cherubini, eseguito giovedì sera al LAC da un complesso orchestrale-canoro di grandissimo spessore (il Collegium Vocale Gent e l'Orchestre des Champs-Élysées diretti da Philippe Herreweghe) è tranquillamente in grado di rivaleggiare con tutti i Requiem composti dall'Ottocento ad oggi se non, addirittura, di porsi in una posizione di primo piano rispetto ad altri più celebri Requiem in quanto ne incarna meglio lo spirito. Che è, appunto, quello di una composizione commemorativa che non deve necessariamente trasformarsi in una smaccata, pomposa (e ipocrita) celebrazione del defunto, ma deve mantenere un tono elegante ma sobrio, che lasci il giusto spazio alla pietas senza esagerazioni di ogni sorta, conservando un grande equilibrio tra le parti vocali e quelle suonate.
Caratteristiche che la composizione di Cherubini incarna in toto, mantenendo una misurata ed elegante linearità dalla prima all'ultima nota, evitando, attraverso l'assenza di parti solistiche, ogni squilibrio tra il coro e l'orchestra sia nelle parti musicalmente più calme sia quelle più mosse, come il potente Dies Irae o come il conclusivo Agnus Dei che nel suo meraviglioso decrescendo sembra idealmente accompagnare il defunto verso la pace eterna. Una composizione che ha avuto nelle due formazioni di Philippe Herreweghe l'interprete ideale che il settantanovenne direttore belga ha gestito con serafica maestria accompagnata da una confidenziale gestualità che solo chi conosce perfettamente i suoi interpreti (sia il Collegium Vocale Gent sia l'Orchestre des Champs-Élysées sono sue creature, che gestisce sin dalla loro fondazione...) può permettersi.
Oltre al Requiem di Cherubini, la serata al LAC prevedeva in apertura anche la monumentale Sinfonia n. 3 Eroica di Beethoven: un accostamento anch'esso riuscito perché permetteva di gettare un attento sguardo su come la musica viveva un periodo di grande complessità quale quello di inizio Ottocento, stretto tra la Rivoluzione francese, la grande illusione napoleonica e la restaurazione, ovvero tra la focosità del compositore germanico e la sostanziale serenità del Requiem con cui Cherubini sembra lanciare un segnale sulla provvisorietà dell'umanità.
