«I napoletani hanno devastato Sanremo?»

«I toscani hanno devastato questo Paese». Era una battuta della serie di culto italiana Boris, una provocazione che funzionava proprio perché esagerata, caricaturale. E allora, con lo stesso spirito – e sottolineo: con lo stesso spirito – possiamo chiederci se «i napoletani hanno devastato Sanremo?». È una provocazione, appunto. Ma come tutte le provocazioni, parte da un dato reale.
Da qualche anno esiste un «effetto Napoli» che incide in maniera significativa sul televoto, creando una frattura evidente tra il giudizio popolare e quello della stampa. Non è un complotto, non è un problema. È un dato di fatto.
Nel 2024, la scalata di Geolier verso le zone alte della classifica – culminata con la vittoria nella serata delle cover – aveva scatenato i fischi dell’Ariston e il giorno successivo domande al vetriolo in conferenza stampa. Una tensione palpabile, quasi una resa dei conti culturale tra platea, critica e pubblico da casa. Era stata letta come un’anomalia. Forse non lo era.
In sala stampa, mi ero permesso di far notare nella classica conferenza istituzionale della RAI che, dopo la vittoria di LDA (figlio di Gigi D’Alessio, ndr) suo concittadino Aka 7even, si sarebbe probabilmente verificato lo stesso effetto nella sera con gli altri napoletani in gara. Carlo Conti e l’entourage Rai hanno minimizzato: «nessuna dinamica territoriale, il televoto è imprevedibile». In realtà era prevedibilissimo.
Come volevasi dimostrare, in top 5 è finito Luchè, considerato quasi all’unanimità tra le canzoni più deboli in gara e con evidenti difficoltà vocali. E poi Sal Da Vinci, che tuttavia merita un capitolo a parte: per quanto la canzone possa far storcere il naso a molti, è innegabile che sia una macchina popolarissima, capace di mobilitare consenso trasversale e compatto. È rimasto escluso dalla cinquina il solo Samurai Jay, ma in quel caso sarebbe stato davvero troppo.
Ma fermarsi al «voto territoriale» sarebbe riduttivo. A Napoli, e più in generale nel Sud, esiste una cultura musicale che segue logiche proprie, spesso diverse da quelle del mainstream raccontato dai grandi media nazionali. Artisti che altrove vengono percepiti come secondari o di nicchia possono godere di una popolarità enorme nelle loro regioni, con storie importanti alle spalle, tournée affollate, comunità fidelizzate.
Questo significa che alcuni concorrenti arrivano a Sanremo con un patrimonio di pubblico già consolidato, anche se nel resto d’Italia non sono considerati centrali. Non sono improvvisamente «esplosi» grazie al Festival: hanno semplicemente portato su un palco nazionale una forza che esisteva già. È una differenza di mercato musicale, ma anche di interpretazione della musica. In certe regioni la canzone è vissuta come appartenenza, come linguaggio identitario. E quando quell’identità viene chiamata a raccolta, la risposta è immediata.
Ora, sia chiaro: questo non è un problema. Sanremo è un festival nazionalpopolare. Vince chi piace al pubblico, anzi: vince chi viene votato. E chi vota ha sempre ragione. È il principio stesso del televoto. Semmai, la riflessione andrebbe spostata altrove: sarebbe bello vedere la stessa solerzia partecipativa su temi civici o politici, ma questo è un altro discorso.
Il punto è un altro. Non si può negare che esista una questione di «geolocalizzazione». Non è una colpa, non è una distorsione morale. È un dato sociologico. In un Paese dove l’identità locale è fortissima, è naturale che un artista percepito come rappresentativo di una comunità venga sostenuto in modo compatto. Napoli, in questo senso, è un bacino enorme, culturalmente coeso e mediaticamente potente.
Il risultato è una spaccatura quasi automatica tra il voto dei giornalisti e quello del pubblico. La stampa tende a valutare struttura musicale, qualità del testo, originalità dell’arrangiamento, solidità vocale. Il pubblico tende a premiare ciò che lo coinvolge, che lo rappresenta, che lo fa cantare o ballare. E se nel brano c’è un’atmosfera mediterranea, un ritmo immediato, una melodia che entra subito in testa, tanto meglio. Elementi che la cultura napoletana ha sempre saputo sublimare al meglio.
A questo punto, però, serve coerenza. Se accettiamo – giustamente – che il Festival sia governato dal consenso popolare, allora relativizziamo anche l’importanza di altri parametri. Parliamo meno di architettura armonica e più di presa emotiva. Meno di raffinatezza letteraria e più di capacità di creare comunità.
La verità è che, alla fine, la struttura musicale conta fino a un certo punto. La bellezza dei testi conta fino a un certo punto. Conta che la canzone sia orecchiabile, che funzioni nel suo insieme, che attivi un senso di appartenenza. Il resto è un dibattito interno alla critica, talvolta un po’ supponente, spesso perbenista.
Non è una resa culturale. È una presa d’atto. Se il Festival è lo specchio dell’Italia, allora riflette anche le sue dinamiche territoriali, di mercato e di cultura musicale. Napoli è ed è sempre stata una forza trainante della musica popolare italiana. È normale che questo peso si senta nelle classifiche.
Possiamo discuterne, possiamo ironizzarci sopra come in Boris. Ma non possiamo far finta che non esista. E forse, anziché indignarci ogni anno, dovremmo semplicemente accettare che Sanremo non è un concorso di composizione accademica: è una competizione di consenso. E in una competizione di consenso, vince chi riesce a mobilitare più pubblico.
Che sia Napoli, che sia un’altra città, che sia un fenomeno generazionale. Chi vota decide. E chi decide, nel bene e nel male, racconta il Paese.


