Il fondo del barile dei Vad Vuc apre il Nevermind Music Fest

Saranno i Vad Vuc, i decani del folk-rock d’autore ticinese ad inaugurare, giovedì 4 giugno al Parco Urbano di Bellinzona, unitamente ai Gipsy Kings by Diego Bailardo (inizio ore 20.00, ingresso libero) la prima edizione del Nevermind Music Fest, che animerà la prima parte dell’estate sopracenerina. Vad Vuc che si presentano all’appuntamento con un disco nuovo di pacca, Il fondo del barile nel quale – con l’ironia e con lo sguardo lucido che da sempre li caratterizza – spaziano tra il presente ed il passato, in questo caso attraverso una serie di canzoni rimaste a lungo nei loro cassetti ed ora rimesse a nuovo.
«Un album nato principalmente a seguito di due elementi», spiega Michele «Cerno» Carobbio, leader e frontman del gruppo. «Il primo è che abbiamo in cantiere un album che però, a nostro avviso, richiede ancora un paio d’anni di lavorazione. L’altro è l’esigenza di un’uscita discografica per tenere vivo il contatto con il pubblico. Partendo da ciò, quasi fosse un gioco, siamo andati a riesumare vecchie canzoni mai pubblicate, rendendoci conto che tra queste ce n’erano alcune che era un peccato tenerle chiuse in un cassetto. Da qui il concetto del «fondo del barile»: il nostro che abbiamo «raschiato», ma anche altri che si sta raschiando una volta toccato il fondo, a partire da quelli del petrolio. Ecco, così è nato il disco che, una volta iniziata la lavorazione, è stato affrontato da tutti con grande entusiasmo da parte, in quanto si è trattato di un lavoro differente rispetto al passato, ma ugualmente affascinante».
Riprendere in mano canzoni scritte nel passato significa anche confrontare quel tipo di scrittura con quella di oggi nonché l’evoluzione musicale che il gruppo ha avuto. Che impressione ha lasciato questa operazione?
«Anzitutto che c’è stata una crescita, soprattutto musicale, all’interno della band. Questo album, in particolare, ha sonorità forse un po' più rock rispetto al passato, con delle innovazioni che in precedenza non c'erano. E che si sono riverberate sui pezzi più vecchi. Prendiamo ad esempio Nabumba: se senti l’originale e lo confronti con la versione del disco, ti sembra tutt’altra canzone, pur conservando l’anima di quando fu scritta».
Ne Il fondo del barile non mancano, accenni alla quotidianità e prese di posizione anche politiche. Che arrivano al pubblico in un momento in cui la «militanza» degli artisti sulla scena fa discutere, come dimostra la polemica innescatasi attorno a Francesco De Gregori, che si ritrova alla gogna per averla criticata. Dove si collocano i Vad Vuc in questa diatriba?
«Personalmente sto dalla parte di De Gregori: so che è stato crocifisso per la sua uscita anche se dice cose a mio avviso giuste. Ossia che certe uscite sul palco sono superflue: in molti casi è sufficiente quello che un artista dice nelle sue canzoni – e per quanto lo riguarda i suoi brani hanno sempre lasciato intendere da che parte sta».
Meglio dunque lasciare la parola alla musica…

«Certamente, perché il più delle volte i messaggi sono molto più chiari di mille proclami. Prendiamo un brano di questo nostro nuovo disco: Obrigado. È una netta presa di posizione su un certo concetto di democrazia. Non sulla democrazia in generale – siamo tutti d’accordo sul fatto che sia necessaria in ogni luogo – ma su quella che si sta esportando, soprattutto gli Stati Uniti di questo periodo: non è quella la democrazia che noi vogliamo. E visto che lo diciamo chiaramente nel brano, non è necessario specificarlo ulteriormente».
In apertura ha affermato che Il fondo del barile è sostanzialmente il prologo di un disco che deve ancora un po’… maturare. Ci può dare qualche indicazione supplementare?
«Posso anticipare che è un disco già interamente scritto e che necessita unicamente di un po’ di lavorazione. E che rappresenterà qualcosa di nuovo rispetto al passato dei Vad Vuc, nel senso che se tutti gli album realizzati fino ad oggi avevano un sottile filo conduttore, questo sarà un vero e proprio «concept»: una storia da ascoltare dall'inizio alla fine. È un progetto molto ambizioso che però necessita ancora di un po’ di tempo prima di essere completato».
Pensare ad un concept album è un’operazione che ha ancora senso in un’epoca di singoli e di musica «liquida»?
«Assolutamente sì. Anzi, a mio avviso più gli album escono dalle logiche di mercato attuali più sono interessanti. Specie in un periodo come questo in cui, ascoltando tanti prodotti pop si ha quella strana sensazione di già sentito o di artificiale. È musica che manca di vita, di energia. Che è quella che invece noi Vad Vuc cerchiamo: vogliamo che i nostri dischi, come i concerti, siano il più naturali possibile: che il suono di una chitarra non esca da un computer ma da una cassa di legno, che la batteria sia vera e non elettronica e che ogni brano trasudi vitalità. Ed è quello che faremo anche in futuro, in modo che chi ci ascolta non sia mai sfiorato dal dubbio di star ascoltando un prodotto artificiale. Un dubbio che a me, di fronte a troppe produzioni, sorge purtroppo in maniera molto ampia».
