L'uomo che trasformò quattro scarafaggi nei Beatles

È ricordato come «il quinto Beatle», colui che, restando sempre dietro le quinte (o meglio dietro la console di uno studio di registrazione) ha influenzato e indirizzato il suono della più importante band della storia e, in generale, della musica leggera che ancora oggi scandisce le nostre giornate. È George Henry Martin, di cui in questa prima parte dell’anno ricorre un duplice centenario: il centenario della nascita (nacque infatti il 3 gennaio 1926 nella zona a nord di Londra) ed il decennale della scomparsa, avvenuta all’età di 90 anni l’8 marzo del 2016 nell’Oxfordshire. Una figura fondamentale della musica del secondo Novecento anche per come ha saputo dare dignità artistica e considerazione ad un ruolo che nell’ambito della discografia, fino alla sua entrata in scena, godeva di scarsa considerazione: quello del produttore artistico di cui è considerato una sorta di archetipo. Una qualifica che Martin si era guadagnato sul campo con una lunga gavetta iniziata con studi di pianoforte (cui aggiunse in seguito quelli all’oboe) e di composizione, qualche timido e non troppo fortunato approccio alla carriera di musicista e un oscuro lavoro da funzionario in una delle più grandi case discografiche britanniche, la EMI. Dove però riuscì presto a farsi notare e a salire la scala gerarchica fino ad approdare, nel 1955, alla testa di una delle sotto-etichette del gruppo, la Parlophone, in odore di chiusura e che Martin riuscì a risollevare con una serie di registrazioni umoristiche che coinvolsero personalità come Peter Ustinov, Antony Hopkins, Dudley Moore ed un giovanissimo e sconosciuto Peter Sellers. In seguito fu uno dei primi discografici a captare la crescente popolarità dello skiffle (un genere che mescolava musica folk britannica con blues, country, bluegrass e jazz) e a mettere sotto contratto le prime formazioni del settore, gettando basi per quella rivoluzione pop che sii sarebbe manifestata pochi anni dopo.
L'incontro con i futuri «Fab 4»
Ma la svolta definitiva nella carriera di George Martin avvenne nel settembre nel 1962 quando un rampante manager di Liverpool, Brian Epstein, gli portò una registrazione di prova di un quartetto composto da tali John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Pete Best che qualche tempo prima una casa discografica rivale, la Decca, aveva rifiutato. «Ad un primo ascolto non mi sembrarono un granché», confessò in seguito, ma colpito dallo humour dei quattro ragazzi, decise di provare qualcosa con loro. Li convocò in studio di registrazione, gli consigliò di cambiare batterista (consiglio che la band accettò licenziando Best e prendendo al suo posto Ringo Starr che però, inizialmente non convinse pure lui Martin tanto che nella prima registrazione del singolo, Love Me Do, lo sostituì con un turnista relegandolo a suonare un tamburello) ed iniziò a lavorare sul materiale composto dai «ragazzi» cui riconosceva la genialità ma che erano totalmente a digiuno di ogni teoria musicale («non sapevano leggere e scrivere la musica e avevano idee confuse sul concetto di arrangiamento». Inizialmente i Beatles accettarono controvoglia i suoi suggerimenti ma, di fronte ad evidenti risultati (il singolo Please Please Me al quale Martin aveva messo pesantemente mano raggiunse rapidamente il primo posto in classifica nel Regno Unito divenendo il primo successo della band) cambiarono idea. «Eravamo un po’ imbarazzati del fatto che avesse trovato soluzioni migliori della nostre», raccontò anni dopo McCartney.
Nel breve volgere di poco tempo, dunque, i rapporti di forza tra Martin e i Beatles cambiarono: non fu più lui a suggerire arrangiamenti e modifiche alle canzoni ma furono i musicisti a rivolgersi a lui per dei consigli. Tra le tante occasioni in cui il «tocco» di Martin è visibile c’è l’assolo di pianoforte di In My Life, quello di tromba di Penny Lane, la centralità degli archi in Yesterday ed Eleanor Rigby, la dissolvenza finale di All You Need Is Love e il celebre assemblaggio tra di due versioni diverse di Strawberry Fields Forever, ottenuto unendo due nastri in tonalità e tempi differenti… Il momento più felice di questa collaborazione è Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ottavo disco del gruppo, uscito nel 1967 e annoverato tra gli album più importanti di tutti i tempi. Il contributo di Martin fu importantissimo: tradusse infatti le intuizioni più sperimentali del gruppo in soluzioni musicali comprensibili e coerenti, rendendole accessibili senza snaturarle. Emblematico l’esempio di A Day in the Life, la cui realizzazione nacque dall’unione di due canzoni distinte, unite in un’unica traccia da Martin grazie ad un elaborato intervento orchestrale. I rapporti tra Martin e i Beatles si interruppero nel 1969, dopo la pubblicazione dell’album Abbey Road. Negli anni successivi le strade tra i componenti dei Beatles e Martin si incrociarono nuovamente: collaborò con Lennon per la colonna sonora del documentario Imagine: John Lennon e con Paul McCartney in vari dischi, da quelli degli Wings a quelli solistici. Nel 1995 assieme al figlio Gilles riprese infine in mano le canzoni del quartetto, remixandole in un lungo e straordinario medley utilizzato dal Cirque du Soleil quale colonna sonora dello spettacolo Love.
Il riconoscimento del ruolo di produttore
Ma oltre al lavoro con i Beatles il contributo di George Martin alla musica fu dato attraverso la fondazione, nel 1965, di una società di produzione, la Associated Independent Recording (AIR) che sdoganò il lavoro del produttore fino a quel momento considerato una funzione interna alle etichette discografiche, che riuscivano a esercitare un controllo creativo molto serrato sui musicisti che avevano sotto contratto, spesso limitandone la creatività. Grazie a Martin e alla AIR i produttori iniziarono ad avere più indipendenza e iniziarono ad intervenire sulle registrazioni con maggiore libertà, inserendo gli accorgimenti che ritenevano più adatti e soprattutto mantenendo la proprietà delle registrazioni originali degli album, da cedere poi in licenza alle varie società discografiche. Martin, inoltre, fino agli anni Novanta lavorò con molti altri artisti tra cui Ella Fitzgerald, Bee Gees e Jeff Beck. L’ultimo suo lavoro come produttore vero e proprio fu la realizzazione di Candle in the Wind 1997, la versione della canzone che Elton John incise dopo la morte della principessa Diana, divenuto il singolo inglese più venduto di tutti i tempi.
