Maxi B è tornato e si scaglia contro le «stupide dive» della scena rap

A un anno dall'uscita del suo ultimo pezzo, il ticinese Maxi B, nome d'arte di Maximiliano Bonifazzi, torna con un nuovo singolo, Stupide Dive, in cui riflette sull'attuale scena rap denunciandone le derive. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la genesi del brano e per analizzare le tendenze e lo stato di salute del genere.
Maxi, lo scorso 10 aprile hai pubblicato Stupide Dive; come nasce la canzone?
«Stupide Dive rappresenta la prima pietra di quella che è la costruzione di un nuovo percorso che mi auguro possa sfociare in un album con al centro la musica e non, come accade spesso negli ultimi tempi, l'immagine. A darmi l'impulso è stata la partecipazione al documentario della RSI Sulla mappa - 30 anni di RAP in Ticino per il quale, assieme a Mattak, ho realizzato l'omonima colonna sonora. Le sonorità del pezzo erano volutamente anni Novanta/Duemila: ciò mi ha fatto riscoprire l'amore per il genere. Ho così deciso di incamminarmi su un sentiero che conduce proprio a quell'hip hop nel quale sono nato. Oggi, purtroppo, il rap in italiano è infatti soprattutto ostentazione della ricchezza e parafrasi degli americani. Ciò mi annoia: ho quindi deciso di fare qualcosa che in primis io vorrei ascoltare. Stupide Dive è stato pensato per rispondere a questa necessità e non per incontrare il favore di radio e piattaforme di streaming».
Hai parlato dell'album a cui stai lavorando: quante tracce conterrà e quando verrà pubblicato?
«Non ho ancora fissato una data di pubblicazione, per ora mi concentro sui singoli brani che vorrei far uscire ogni due mesi circa. L'idea è fare tre/quattro canzoni così da mettere di nuovo in giro il mio nome. Se dovessi riuscirci, inizierò allora a pensare più nel dettaglio all'album. Anche per quanto riguarda il numero di tracce che conterrà, non c'è ancora niente di definito: dipenderà da quali e quante tematiche affronterò. Ogni pezzo dovrà raccontare la vita ed essere vicino alla gente e al territorio in cui vivo. Voglio insomma posizionare la mia musica oltre al teenager e parlare a tutte le generazioni».
In Stupide Dive denunci le derive dell'attuale scena rap: che cosa secondo te non va bene?
«Faccio fatica a capire come sia possibile che ci siano "artisti" che nei propri pezzi non fanno altro che raccontare quanto siano ricchi e quante donne abbiano senza stufarsi mai. Mi domando cioè se non abbiano altre idee, se non abbiano voglia di parlare di altro, magari facendo riferimento all'attualità. Capisco l'attitudine spavalda tipica del rap e la voglia di rivalsa sociale, sono più che legittime, non si può però ridurre tutto a ciò. Pensiamo a un'icona dell'hip hop come Nas: nei suoi pezzi parla sì di Lamborghini, ma anche delle sue origini africane e delle difficoltà con cui sono confrontate le persone di colore nella società statunitense. Un'altra cosa che mi lascia perplesso è l'aggressività dei giovani. Oggigiorno, infine, i ragazzi hanno un'attitudine completamente diversa dalla nostra: noi non facevamo rap per i soldi o per le ragazze, ma perché era una valvola di sfogo attraverso cui denunciare determinate situazioni».
Diciamolo esplicitamente allora, chi sono le «stupide dive»?
«Premetto che non mi riferisco solo ai giovani in quanto ci sono anche ragazzi con la mentalità giusta. Le "stupide dive" sono quelle persone per cui il rap è solo un'attitudine di facciata. Sono coloro per cui il rap non è altro che una moda, un modo di vestire e di parlare usando sempre le stesse figure retoriche legate al mondo del crimine. Le "stupide dive" sono cioè coloro che considerano il genere, ad oggi molto redditizio, un modo per fare soldi facili».
Nel pezzo citi Anna Pepe, i party di Puff Daddy e la faida tra Drake e Kendrick Lamar: sono l'emblema di tutto ciò che non funziona nell'odierna scena rap?
«Preciso subito una cosa: nel brano non attacco Anna, dico semplicemente che il rap c'era molto prima che sulla scena arrivasse lei con le sue "baddies". Allo stesso modo non attacco Drake e Kendrick il cui scontro, anzi, ci ha allietati. Non posso invece essere d'accordo con i party di Puff Daddy: ritengo infatti che, per quello che ha fatto, la pena che gli è stata comminata sia ridicola. A salvarlo da una condanna più pesante, purtroppo, penso siano stati i suoi soldi».
Sbaglio se dico che il rap è passato dall'essere un modo per veicolare messaggi, a volte anche scomodi, in grado di far indignare la gente all'esatto opposto, cioè un genere studiato a tavolino per incontrare il favore del pubblico?
«Non sbagli affatto, anche perché il 90% di quello che oggi viene definito "rap" è invece "pop". Le canzoni sono costruite a tavolino, non devono durare più di due minuti a causa della bassa soglia di attenzione sulle piattaforme digitali e devono avere il ritornello che entra prima del minuto. Personalmente ho deciso di non seguire queste regole e di tornare a ciò che è veramente il rap: istinto, bravura e stile nel dire le cose. Anna Pepe, di cui abbiamo parlato poco fa, è l'esempio lampante: è un'artista molto brava, ma fa pop, non rap».
Con il tuo ultimo singolo hai deciso di tornare a quello che è il rap delle tue origini. Ampliando lo sguardo, c'è un'altra artista ticinese che sta avendo grandissimo successo anche in Italia e che si rifà a sonorità che potremmo definire di «vecchia scuola», parlo ovviamente di Ele A. Secondo te, quindi, dopo le derive che denunci in Stupide Dive è possibile un ritorno alle radici dell'hip hop?
«Un ritorno alle origini del genere è in realtà già in atto: basta guardare a cosa hanno fatto negli ultimi tempi rapper quali Neffa o Danno dei Colle der Fomento. Non si tratta poi solo di una tendenza italiana, anche negli Stati Uniti ci sono artisti che hanno riabbracciato l'attitudine tipica degli anni Novanta/Duemila; penso per esempio ai Wu-Tang Clan o a Redman. Il rap come il rock ha mille sottogeneri ed è giusto che si preservi anche quello della "golden era"; poi se i 15.enni non lo capiscono pazienza, ci sono comunque molti adulti che sono cresciuti con esso e a cui fa piacere ascoltarlo».
A questo punto ti lancio una provocazione: il tuo non è il classico atteggiamento di chi crede che nel passato fosse sempre tutto migliore?
«Spero non sia questo il messaggio che la gente legge in Stupide Dive. Il pezzo adotta infatti quella che potremmo definire un'attitudine del passato, ma guarda al futuro. Il brano si chiude con la frase: "Mi serve solo un mic, un beat e spacco il palco baby… baby"; una persona che dice così non è ancorata al passato, ma dimostra di avere ancora la passione per fare qualcosa di nuovo. Quello che propongo è insomma un progetto che vive nel presente e guarda al futuro».
Per concludere, dopo aver analizzato l'attuale scena rap a livello internazionale, ti chiedo invece come valuti quella della Svizzera italiana?
«Quando ho iniziato ero l'unico che aveva la mira di sfondare a livello internazionale, gli altri si accontentavano di essere conosciuti in Ticino. Oggi non è più così e le nuove generazioni hanno già lo sguardo rivolto oltre il nostro cantone. Questa mentalità mi piace molto perché è quella che permette di fare la differenza».

