Il compleanno

Mogol, novant’anni di pensieri e parole

Taglia quest’oggi il traguardo il celebre paroliere Giulio Rapetti che in sessant’anni e oltre 1500 testi (da quelli dei favolosi anni Sessanta a quelli, straordinari, del connubio con Lucio Battisti, ma non solo) ha raccontato, con semplicità e nitidezza la vita degli italiani in canzoni senza tempo
© KEYSTONE (Photo by IPA/Sipa USA)
Mauro Rossi
17.08.2026 06:00

Novant’anni. Un traguardo che per chiunque rappresenta una vita intera, ma che per Giulio Rapetti - conosciuto da tutti come Mogol che taglia quest’oggi l’importante traguardo - è qualcosa di più: un intero universo poetico, fatto di oltre 1.500 testi di canzoni che generazioni di italiani hanno cantato sottovoce, a squarciagola, nei momenti di gioia e in quelli di dolore.

Nato a Milano il 17 agosto 1936, in una famiglia dove la musica era di casa (suo padre, Mariano Rapetti, era un importante dirigente della casa editrice musicale Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo di Calibi) Giulio ha respirato note e parole fin dall’infanzia. Non sorprende, quindi, che abbia iniziato a lavorare come paroliere appena diciannovenne, nel 1955, affiancando il padre. I primi anni furono di gavetta, ma il talento emerse presto, tanto che nel 1961 arrivò la prima consacrazione con Al di là, brano cantato da Betty Curtis che vinse il Festival di Sanremo. Il giovane Rapetti aveva venticinque anni e il suo nome - o meglio, il suo pseudonimo - cominciava a circolare negli ambienti che contano.

Il nome d’arte

Un nome d’arte dalla storia curiosa. Quando il giovane Giulio si iscrisse alla SIAE per depositare i propri diritti d’autore, dovette scegliere uno pseudonimo. Ne propose trenta, uno dopo l’altro, e tutti vennero bocciati. Il trentunesimo, Mogol proposto quasi per caso, fu invece accettato. Lui stesso racconta di aver quasi avuto un infarto, perché riconobbe nel nome quello del capo delle disneyane Giovani Marmotte. «Pensai: pazienza, tanto Mogol non lo conoscerà nessuno», disse anni dopo, ridendo. L’ironia della storia è sotto gli occhi di tutti.

Un primo decennio di successi

Gli anni Sessanta furono per Mogol un decennio straordinario, nel quale si affermò come uno degli autori più richiesti e versatili della scena italiana. Nel 1963 firmò Grazie, prego, scusi di Celentano; l’anno seguente Una lacrima sul viso di Bobby Solo; nel 1965 arrivò un’altra vittoria sanremese con Se piangi, se ridi, sempre interpretata da Bobby Solo. In questi anni lavorava senza sosta per gli artisti e i gruppi più in voga affermandosi anche come traduttore e adattatore di grandi successi internazionali, contribuendo alla stagione d’oro delle cover all’italiana. A lui si devono, tra le altre, Riderà (traduzione di Fais la rire) di Little Tony, Io ho in mente te (You Were On My Mind) dell’Equipe 84; Sognando la California (California Dreamin’ dei Mamas & the Papas) e Senza luce (A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum) dei Dik Dik e per Caterina Caselli tradusse I’m A Believer dei Monkees (Sono Bugiarda). Ma furono soprattutto i suoi adattamenti di Bob Dylan e David Bowie a restare nella storia, anche per le polemiche che suscitarono. Con Dylan il rapporto fu intenso ma burrascoso. Mogol fu per anni il traduttore italiano autorizzato dal cantautore americano firmando le versioni di Blowin’ in the Wind (diventata La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco) e Mr. Tambourine Man (Mister Tamburino, proposta da Don Backy). All’inizio Dylan approvava le versioni con telegrammi di benestare. Col tempo, però, le posizioni dei due si fecero inconciliabili: Mogol rivendicava la propria autonomia creativa di autore, sentendosi libero di reinterpretare i testi piuttosto che tradurli fedelmente; Dylan, al contrario, pretendeva che le sue parole fossero rispettate senza libertà di intervento. Il contrasto esplose durante un incontro a Londra nel corso del quale Dylan fu esplicito: «Io sono Dylan e tu sei Mogol, tu devi dire quello che dico io». Mogol rispose che, in quanto autore e non mero traduttore, non poteva scrivere cose in cui non credeva. La collaborazione si chiuse lì. Altrettanto emblematico è il caso di David Bowie: nel 1970 Mogol scrisse il testo italiano di Space Oddity, ribattezzandola Ragazzo solo, ragazza sola. Ma della storia dell’astronauta Major Tom non rimase nulla: Mogol la trasformò in una canzone d’amore sulla fine di una storia sentimentale. Quando Bowie si rese conto che la traduzione era completamente diversa dall’originale, ebbe una reazione non proprio entusiastica.

Si tratta ad ogni modo di un catalogo impressionante, costruito in pochi anni, che dimostra come Mogol fosse già un autore di primo piano, capace di adattarsi a generi e voci disparate mantenendo sempre una cifra stilistica riconoscibile: la chiarezza dell’immagine, la semplicità apparente del verso, la capacità di toccare una corda emotiva precisa senza scadere nella retorica. Quando incrociò Lucio Battisti, fu l’incontro con un suo pari, con cui costruire qualcosa di ancora più grande.

L’incontro che cambiò tutto

I due si incontrarono nel 1965, dietro insistenza di una produttrice francese, Françoise Laroux. Battisti, aveva ventitré anni, ed era sconosciuto: si presentò alla Ricordi e gli fece ascoltare alla chitarra un paio di provini. Mogol gli disse «francamente non mi sembrano un granché». Di fronte ad un simile commento, una persona qualsiasi si sarebbe scoraggiata o offesa. Lucio invece sorrise e gli disse, «sono d’accordo»: fu la scintilla che segnò la nascita di uno dei sodalizi artistici più straordinari del pop italiano. Battisti componeva le melodie, Mogol scriveva le parole: e le sue parole non erano mai semplici riempitivi metrici, ma immagini potenti, metafore sorprendenti, emozioni autentiche tradotte in versi. La loro collaborazione durò circa quindici anni producendo un catalogo che ancora oggi non ha eguali nel panorama italiano: Emozioni, Il mio canto libero, Ancora tu, Sì, viaggiare, Una donna per amico, I giardini di marzo... Brani i cui testi parlano di natura, di libertà, di amore, di malinconia, con una freschezza e una profondità che li ha resi immortali.

Il poeta della quotidianità

Il segreto di Mogol come paroliere non sta nell’uso di un linguaggio aulico o ricercato. Sta, al contrario, nella capacità di trovare le parole giuste - spesso semplici, quasi banali- e disporle in modo tale da creare un effetto di verità immediata. I suoi testi parlano di esperienze universali: l’amore, la separazione, il viaggio, il tempo che passa, la nostalgia, la speranza. E le raccontano con immagini così precise e originali da sembrare scritte per ciascuno di noi. È questa la magia del grande paroliere: non inventare mondi impossibili, ma far sì che il mondo reale, quello di ogni giorno, con le sue strade, i suoi tramonti, le sue storie d’amore e di abbandono , risuoni nella mente di chi ascolta come qualcosa di familiare ma straordinario.

La Numero Uno

Il sodalizio con Battisti non fu soltanto artistico: nel 1969 Mogol insieme al padre Mariano Rapetti, al produttore Alessandro Colombini e a Lucio Battisti fondò la Numero Uno, un’etichetta discografica indipendente destinata a diventare uno dei capitoli più straordinari della storia della musica italiana. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: un piccolo nucleo di persone che gestiva in autonomia la produzione, la distribuzione e la promozione dei propri artisti, senza dipendere dalle major. Il primo 45 giri pubblicato fu Questo folle sentimento della Formula 3, scritto proprio da Mogol e Battisti, che arrivò a vendere 350.000 copie. Ma la Numero Uno fu molto di più di un veicolo per i due: fu un vero laboratorio creativo che lanciò alcuni dei più importanti nomi della musica italiana degli anni Settanta come Ivan Graziani, Edoardo Bennato, Adriano Pappalardo e la PFM, che con l’etichetta debuttò nel 1971 con il singolo Impressioni di settembre - testo di Mogol - e l’album Storia di un minuto, opere che avrebbero definito l’identità del progressive rock italiano.

La rottura con Battisti e il dopo

Nel 1980 la collaborazione con Battisti si interruppe bruscamente. Le ragioni erano essenzialmente economiche: una controversia sui diritti d’autore che trascinerà le due parti in una lunga e dolorosa battaglia legale. Battisti prese un’altra strada - quella sperimentale con Pasquale Panella - e si chiuse in un silenzio pubblico quasi totale fino alla sua morte, nel 1998.

Per Mogol fu un duro colpo. Ma l’ artista non si fermò. Negli anni Ottanta e Novanta lavorò con una serie di altri interpreti di primo piano: Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Mango, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Firmando nuovi successi, dimostrò che il suo talento non era legato a un solo sodalizio, ma era una risorsa inesauribile.

Il CET e la formazione

Nel 1992 Mogol fondò poi il CET - Centro Europeo di Toscolano: una scuola di musica dedicata alla formazione di autori, musicisti e cantanti. Un progetto che ancora oggi gli sta a cuore, una sorta di restituzione al mondo della musica di tutto ciò che la musica gli ha dato. Al CET sono passati molti giovani artisti italiani che poi hanno fatto strada. La scuola è immersa nel verde umbro, lontana dal rumore delle città, pensata come un luogo di concentrazione creativa dove si impara facendo, suonando, scrivendo, confrontandosi. Mogol ne è rimasto a lungo la guida spirituale e didattica, convinto che il talento si possa coltivare ma che l’autenticità, quella non si insegna.

Nove decenni di storia italiana

Celebrare i novant’anni di Mogol significa anche celebrare 90 anni di storia d’Italia attraverso le canzoni. Nato nel 1936 Giulio ha vissuto la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il ‘68, gli anni di piombo, Tangentopoli, i grandi cambiamenti di fine secolo. E in tutto questo, ha continuato a scrivere: di amore, di vita, di bellezza. La sua opera è uno specchio fedele e poetico di un Paese che cambiava, di una società che cercava nuove forme per esprimere se stessa. Con i suoi oltre 1.500 testi scritti, Mogol è una delle figure più influenti della musica leggera europea. E a novant’anni, con la lucidità e la passione che lo hanno sempre contraddistinto, rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire cos’è una canzone.