Tanti cantanti, poche canzoni: il paradosso del Festival di Sanremo

Festival di Sanremo. O meglio, Festival della canzone italiana. Della canzone italiana, più chiaro di così non si può. Tutto cominciò nel 1951, nella sala del Casinò: a contendersi la vittoria non erano i «personaggi», ma i brani. E a interpretarli bastavano tre voci. Tra queste, una su tutte: Nilla Pizzi. Fu lei a vincere la prima edizione con Grazie dei fiori, e l’anno successivo arrivò a monopolizzare il podio. Più che un’anomalia, era la conseguenza logica di un impianto culturale preciso: il centro di gravità era la composizione, non l’ego dell’interprete.
Per anni il meccanismo della doppia esecuzione – due cantanti per lo stesso brano – ribadì questa gerarchia. La canzone era un oggetto autonomo, capace di vivere di più timbri e più letture. L’interprete era veicolo, non fine. Questa è la matrice storica di Sanremo: un laboratorio di scrittura popolare, con l’orchestra a sostenere melodie pensate per durare, per sedimentarsi nella memoria collettiva.
Detto questo, sarebbe ingenuo sostenere che quel modello fosse automaticamente quello giusto o «migliore». I tempi sono cambiati, l’industria musicale si è trasformata, la scena è diventata più ricca e più stratificata. Oggi esistono molti più cantanti talentuosi, la musica è più variegata, i linguaggi si intrecciano tra pop, urban, elettronica, cantautorato. È giusto che il Festival rispecchi questa pluralità. È giusto che non sia più una gara tra tre voci che interpretano lo stesso spartito. L’evoluzione è naturale, e per molti aspetti è un bene.
Il problema non è il passato contro il presente. Il problema è l’equilibrio.
La prima serata di ieri ha restituito un’impressione chiara: tanti cantanti, poche canzoni. Trenta artisti in gara. Trenta esibizioni consecutive. Ma quante composizioni, al di là dell’impatto immediato, hanno davvero mostrato una scrittura solida, una costruzione melodica capace di restare, una personalità riconoscibile? È qui che nasce il dubbio. Non nel numero in sé, ma nel peso specifico.
Non si può dire che non ci sia nulla di buono, anzi. Serena Brancale ha portato un brano con una struttura precisa e una scrittura che si distingue. Ditonellapiaga ha messo in scena un pezzo identitario, tagliente, con un’idea chiara alle spalle. Arisa ha confermato una solidità vocale e interpretativa che pochi possono vantare. Qualcosa di bello c’è. E non è poco.
Ma è abbastanza da giustificare trenta presenze?
Il punto è questo: in mezzo a una proposta così ampia, anche le cose valide rischiano di perdersi. La densità si abbassa, l’attenzione si frammenta. Si moltiplicano le performance, si riduce la memoria. E allora il paradosso è evidente: più aumentano i partecipanti, meno si fissano le canzoni.
Non si tratta di una critica generazionale o stilistica. Non è una questione di giovani contro veterani. È una questione di selezione. Chiamare 30 artisti – e definirli tutti «Big» – allarga inevitabilmente la categoria fino a renderla elastica. Ci sono concorrenti con un repertorio ridottissimo, magari un solo album; altri che nascono in contesti ibridi, dove l’esposizione mediatica conta quanto, se non più, del percorso musicale.
Sanremo, storicamente, è stato un banco di prova severo. Un palco che chiedeva mestiere, scrittura, visione. Non bastava un ritornello efficace per trenta secondi su una piattaforma digitale. Non bastava una community numerosa. Serviva una canzone che reggesse l’orchestra, il tempo, la ripetizione.
Oggi il rischio è diverso: trasformare la gara in una grande vetrina, dove le personalità si sovrappongono e le canzoni si confondono. Non è un problema di modernità. È un problema di proporzione.
Si può – e si deve – accettare che il Festival sia cambiato. Che sia più inclusivo, più aperto, più specchio di una scena complessa. Ma l’apertura non dovrebbe sacrificare la centralità del brano. Se la qualità media non è tale da sostenere un numero così ampio, forse la domanda, più che polemica, è strutturale: ha senso convocare trenta artisti se poi solo una manciata di brani ha davvero la statura della canzone? Tornare a un numero più contenuto non sarebbe un passo indietro, ma un atto di coerenza con la propria storia. Perché la lezione del 1951 è ancora lì: prima vengono le canzoni. Poi i cantanti.


