Musica

Veronica Fusaro: «Porto all'Eurovision il silenzio delle donne che non riescono più a parlare»

La rappresentante svizzera salirà sul palco di Vienna con Alice, un brano che affronta la violenza psicologica e quei confini invisibili che troppo spesso vengono superati nelle relazioni: «A volte la violenza può perfino travestirsi da parole d’amore»
©ANDREAS BECKER
Mattia Sacchi
12.05.2026 06:00

Seduta accanto a un pianoforte, con i raggi di sole che attraversano la finestra e le illuminano il sorriso. È questa l’ultima immagine che abbiamo di Veronica Fusaro prima della partenza per Vienna. Un alternarsi di calma e adrenalina: la sensazione è quella di chi sta per entrare in qualcosa di molto più grande di un semplice concorso musicale, ma cerca comunque di restare ancorata alla propria dimensione. Oggi si apre la prima semifinale dell’Eurovision Song Contest, mentre la cantante svizzera salirà sul palco soltanto giovedì, nella seconda semifinale, con Alice: un brano che parla di violenza, anche psicologica, e di quei confini invisibili che troppo spesso vengono superati nelle relazioni.

«Adesso si parte davvero. Forse proprio per questo c’è meno tempo per pensare troppo e tutto comincia a muoversi molto velocemente. Finora sono riuscita a dormire abbastanza tranquillamente, ed è quasi un privilegio. Non direi di essere particolarmente nervosa, anche se naturalmente ci sono ancora tanti punti interrogativi».

L’atmosfera eurovisiva, però, ormai la sta già travolgendo. «È un susseguirsi di interviste e incontri con i media, fitting per gli abiti, prove trucco… E poi naturalmente ci sono le prove sul palco, dove bisogna memorizzare la coreografia e sapere sempre dove guardare in camera, perché alla fine è un evento televisivo e questi dettagli fanno davvero la differenza. È impegnativo, ma anche molto elettrizzante».

Eppure, in mezzo a tutto questo, Alice resta il centro di gravità del suo percorso. «La canzone racconta la storia di una donna i cui confini non vengono rispettati. Il tema più grande è la violenza sulle donne, non solo quella fisica ma anche quella psicologica. Purtroppo quasi ogni settimana leggiamo qualcosa nelle notizie, ma spesso quella è soltanto la forma finale. La violenza comincia molto prima. A volte può persino travestirsi da parole d’amore».

Nel brano, infatti, il protagonista cerca continuamente di convincere Alice che quell’ossessione sia amore. «È una delle tante storie che si potrebbero raccontare su questo tema. Durante la canzone c’è questa voce che continua a ripetere: “Anche tu mi amerai, anche tu mi vorrai bene, non vedi quanto ti voglio bene?”. È proprio questa la dinamica dell’ossessione».

La cosa più particolare è che Alice, nella canzone, non parla mai. La voce che sentiamo è quella del personaggio tossico. Una scelta narrativa tutt’altro che scontata. «All’inizio è stato strano, perché non volevo immedesimarmi nella voce del personaggio negativo. Poi però mi sono ispirata a Polly dei Nirvana, che è raccontata dalla prospettiva del carnefice. Mi interessava usare questa dinamica perché mostra chiaramente che Alice potrebbe fare qualsiasi cosa: non è lei il problema. Il problema è questa voce che continua a sovrastarla e a toglierle spazio».

E nel finale del brano tutto si fa ancora più oscuro. Le ultime parole — “Please open your eyes, why are you turning cold from feather to stone? Baby, don’t leave me alone” — sembrano quasi il momento in cui il personaggio realizza di stare perdendo definitivamente il controllo sulla sua amata. Fusaro sorride amaramente quando le viene chiesto se esista davvero una via d’uscita nella storia che racconta. «Ognuno deve scegliere la propria interpretazione del finale. Però no, non finisce bene».

Ma quante volte la cantautrice di Thun si è sentita Alice nella sua vita? «Per fortuna non ho vissuto situazioni così estreme e spero di non doverle mai affrontare. Però credo che nelle piccole forme, nei piccoli fastidi quotidiani, siano davvero poche le donne che non abbiano vissuto esperienze simili».

Musicalmente Alice è invece un crescendo continuo: parte quasi delicata, per poi diventare sempre più tesa e scura. Fusaro l’ha scritta insieme alla produttrice inglese Charlie McClean, conosciuta proprio il giorno della sessione di scrittura. «Lei aveva già ascoltato le mie canzoni e aveva capito subito quanto io ami quel mondo tra rock, soul, blues e pop organico, poco elettronico. Mi ha proposto questo suono iniziale e mi sono sentita immediatamente a mio agio. Prima ancora delle parole, era già la musica a raccontare la storia».

Anche la chitarra ha avuto un ruolo centrale nel processo creativo. «È il mio strumento principale. Mi serve per comporre in modo molto intuitivo. Tante idee nascono semplicemente lasciando andare le mani senza pensarci troppo». E proprio la chitarra dovrebbe avere uno spazio importante anche sul palco di Vienna: «Non vedo l’ora di arrivare a quel momento, di vedere finalmente tutto prendere forma fuori dallo studio».

Poi c’è il lato mentale, forse il più difficile, soprattutto con l’avvicinarsi della sua esibizione di giovedì. «Mi rifugio nella meditazione: cerco di prendermi il tempo per elaborare tutto quello che sto vivendo. Di trovare la calma nel mezzo del temporale, diciamo così. E soprattutto di circondarmi delle persone che mi fanno stare bene».

Quanto agli obiettivi, Fusaro evita volutamente di parlare di classifica. «Non è così importante, anche perché in un concorso come Eurovision ci sono troppe dinamiche che vanno oltre al mio controllo. L’obiettivo primario è riuscire a commuovere le persone. Vorrei che questa canzone lasciasse qualcosa e riuscisse a provocare emozioni. Perché è questo il motivo per cui faccio musica».

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