Musica

Veronica nel paese di Eurovision: «La mia Alice senza voce per raccontare la violenza psicologica sulle donne»

La cantante di Thun rappresenterà la Svizzera a Vienna con una canzone sulla manipolazione affettiva: «Voglio che il pubblico senta qualcosa»
©ANDREAS BECKER
Mattia Sacchi
13.03.2026 06:00

«I know you really really love me, don’t lie». Parte da qui Alice, il brano con cui Veronica Fusaro rappresenterà la Svizzera alla 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio. La cantante, nata a Thun da madre svizzera e padre italiano, ha presentato mercoledì il pezzo agli studi della SRF di Zurigo: una canzone che affronta il tema della violenza anche nelle sue forme più sottili.

In Alice c’è una frase — «I know you really really love me, don’t lie» — che sembra quasi una dichiarazione d’amore ma che in realtà racconta una relazione disturbante, fatta di manipolazione e controllo.
«Nella mia musica parto sempre da un’emozione molto forte. Quando scrivo una canzone ci sono temi che non mi lasciano dormire di notte e questa storia è qualcosa che sentivo il bisogno di raccontare. Nel brano Alice è la protagonista, ma allo stesso tempo rimane in silenzio per tutta la canzone perché è diventata completamente un oggetto per la persona che le sta di fronte. Nel brano si parla di confini che non vengono rispettati e di relazioni in cui qualcuno prende sempre più spazio nella vita dell’altro. Spesso queste cose iniziano in modo molto sottile, prima ancora che si arrivi a una violenza evidente. È proprio quella dimensione più nascosta che mi interessava raccontare».

L’Eurovision è un palco enorme, seguito da centinaia di milioni di spettatori. Portare su quella scena un tema così delicato è anche una responsabilità.
«Io ho l’onore di poter condividere questa musica con il mondo e di poter mettere questo tema su un palco del genere per dargli l’attenzione che merita. Però non voglio forzare una discussione o imporre un messaggio. Alla fine è la gente che decide di cosa parlare, è la gente che decide se sente qualcosa oppure no. Io posso solo essere sincera con la mia musica e con la storia che sto raccontando».

La tua carriera è cresciuta molto attraverso i concerti dal vivo. Dal Glastonbury al Montreux Jazz Festival fino all’apertura per Mark Knopfler: quanto contano quelle esperienze nel prepararti a una serata come quella dell’Eurovision?
«Porto soprattutto l’esperienza degli errori», sorride. «Perché sul palco può succedere di tutto: un problema tecnico, un momento di distrazione, qualsiasi cosa. La cosa più importante è come reagire. In questi anni ho avuto la fortuna di suonare in contesti molto diversi e di accumulare tanta esperienza. Per questo sono molto grata di aver vissuto tutti quei concerti: ti insegnano a rimanere presente, a non perdere la concentrazione e a continuare comunque a raccontare la tua musica».

L’Eurovision è allo stesso tempo una competizione molto seguita e un grande palcoscenico internazionale. Come vivi questo equilibrio tra gara e occasione artistica?
«Se penso troppo alla competizione diventa difficile rimanere concentrata», ammette. «Quindi cerco di rimanere focalizzata su quello che voglio esprimere sul palco. E poi penso che tanti non mi conoscano, quindi per me è anche una chance unica. Non ci sono aspettative precise e posso semplicemente presentarmi per quello che sono, come artista».

Nel videoclip di Alice ti vediamo anche con la chitarra, uno strumento molto legato alla tua identità musicale. E nel bridge c’è anche un bell’assolo: ti vedremo «schitarrare» anche sul palco di Vienna?
«La chitarra è sempre stata molto importante per me, è lo strumento con cui scrivo quasi tutte le mie canzoni. Molte idee nascono proprio da lì, quando sono da sola e provo accordi o melodie. Anche Alice è partita in quel modo, con la chitarra, prima di svilupparsi poi nella produzione. Per questo è una parte molto naturale del mio modo di fare musica. Per quanto riguarda il palco dell’Eurovision, vedrete che ci sarà un modo… sorpresa. Non voglio dire troppo adesso».

La costruzione musicale di Alice è molto particolare, in un crescendo di suoni ed emozioni. Come avete lavorato su questa evoluzione insieme alla produttrice Charlie McClean?
«Abbiamo lavorato molto sull’atmosfera della canzone, perché volevamo che anche la musica raccontasse la tensione della storia. All’inizio sembra quasi un valzer, c’è qualcosa di più leggero e quasi delicato, ma poi entrano elementi più rock e l’energia cresce sempre di più. È come se la musica seguisse quello che succede nella relazione che raccontiamo nel brano. Con Charlie McClean è stato un lavoro molto bello proprio su questi dettagli. Abbiamo parlato molto di come costruire l’intensità del pezzo e di come far emergere le emozioni senza perdere la sincerità della canzone. Per me era fondamentale che il brano rimanesse autentico e che ogni elemento musicale avesse un senso rispetto alla storia che stavamo raccontando».

Sei cresciuta tra due culture, con un padre italiano e una madre svizzera. Questa doppia appartenenza ha influenzato anche il tuo rapporto con la musica?
«Sicuramente. A casa mia c’è sempre stata molta musica e anche quella italiana ha fatto parte dei miei ascolti, a partire da Vasco Rossi. È una tradizione molto forte, soprattutto nel modo di raccontare le emozioni attraverso le canzoni, e penso che questo mi abbia influenzato. Negli ultimi anni ho scoperto anche molti artisti italiani contemporanei che trovo molto interessanti. Per esempio la canzone di Ermal Meta all’ultimo Festival di Sanremo mi ha colpito subito, perché ha un modo molto diretto e intenso di raccontare una storia toccante e dai risvolti sociali».

Sul palco dell’Eurovision si intrecciano sempre due dimensioni: quella della performance e quella del messaggio che una canzone lascia al pubblico. Che cosa vorresti trasmettere a Vienna e che cosa speri rimanga a chi ascolterà Alice?
«Il mio obiettivo è salire sul palco e fare una performance autentica. Voglio raccontare questa storia nel modo più sincero possibile. Spero che la canzone faccia nascere qualche riflessione, ma soprattutto che il pubblico senta qualcosa. Alla fine è questo il motivo per cui faccio musica».

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