Il lutto

Gino Paoli, artista senza fine

Si è spento a 91 anni il decano della canzone italiana – Tra i padri fondatori di quella «Scuola genovese» che ha dato origine al cantautorato – In settant’anni di carriera ha firmato brani entrati nella storia come «Il cielo in una stanza», «La gatta», «Sapore di sale», «Una lunga storia d’amore»
© Gabriele Putzu
Mauro Rossi
24.03.2026 23:00

Se ne è andato «in serenità, circondato dall’affetto dei suoi cari» – come recita il comunicato dei famigliari – al termine di una lunga vita «sentita e goduta fino in fondo»: Gino Paoli, il decano della musica italiana, l’ultimo sopravvissuto di quella «scuola genovese» che agli inizi degli anni Sessanta ha rivoluzionato la canzone italiana, è morto all’età di 91 anni.

Personaggio chiave del cantautorato, che assieme ad un gruppo di amici – Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese e i fratelli Reverberi – ha di fatto fondato prendendo spunto dalla lezione dei «chansonnier» francesi (Brassens, Brel, Ferré e Vian su tutti) Gino Paoli ha attraversato settant’anni della vita artistica italiana con le sue indimenticabili canzoni, ma anche con un grande impegno che l’ha visto in prima fila in politica (è stato deputato nelle fila del PCI), nella gestione dello showbiz (a lungo ha presieduto la SIAE, la società italiana dei diritti d’autore) e nella vita sociale. Il tutto con un piglio unico: un misto di ribellione, indolenza, follia e, perché no, di eccessi, che lo ha accompagnato sino alla fine. «Non mi pento di niente. Potrei rivivere tutto nella stessa maniera», spiegava in occasione di uno dei suoi più recenti compleanni, ossia «pensando di nascere tutte le mattine e di morire tutte le sere. Da sempre infatti vivo come se ogni giorno fosse l’unico giorno. E la vita è un susseguirsi di questi giorni unici».

Gli inizi

Il primo giorno unico di Paoli fu il 23 settembre 1934, quando nacque a Monfalcone, città friulana di cui era originaria la madre ma dove non ha mai vissuto: da sempre è stata infatti Genova la sua città, dove è cresciuto e dove ha iniziato la sua vita d’artista con un percorso da perfetto bohemien: liceo scientifico interrotto per dedicarsi prima alla pittura – ambito nel quale ottenne qualche piccolo successo – e poi alla musica, al jazz in primis, assieme al già citato gruppetto di amici. Uno dei quali, Gianfranco Reverberi, favorì il suo ingresso nel mondo della discografia. Fu infatti lui, che lavorava a Milano alla Ricordi, a procurargli un provino (così come a Luigi Tenco, Umberto Bindi e Fabrizio De André) e fargli registrare le prime canzoni. La spinta successiva gli arrivò poi da Mina che incise Il cielo in una stanza, ottenendo un grande successo, poi bissato da un'altra sua composizione, Senza fine interpretata da un’altra voce femminile meneghina, quell’Ornella Vanoni che all’epoca era ancora identificata come «la cantante della mala», con la quale avrebbe avuto una lunga relazione e un sodalizio sentimentale-artistico durato tutta la vita.

Successi e follie

Ma il vero grande successo Paoli lo raggiuse nel 1963 con una canzone che ha segnato la storia del costume italiano, Sapore di sale, arrangiata da Ennio Morricone e contenente un celebre assolo di sax dell’emergente Gato Barbieri che arrivò al numero uno delle classifiche conquistando il «Disco d’oro». In quel periodo artisticamente felice Paoli, già sposato e in attesa di un figlio, ebbe una travolgente – e scandalosa per l’epoca – storia d’amore con Stefania Sandrelli, allora adolescente, dalla quale sarebbe nata Amanda. Un turbinio di eventi che nel luglio 1963 lo portò ad un gesto ancora oggi non ben chiarito: un tentativo di suicidio con un colpo di pistola all’altezza del cuore che però, fortunatamente, non colpì zone vitali restando conficcato nella zona del pericardio, da dove non è mai stato estratto.

Il periodo buio e la rinascita

Il periodo d’oro di Gino Paoli durò fino alla fine degli anni Sessanta lasciando spazio, poi ad un lento declino professionale e umano, segnato anche da alcol e droga, con tanto di drammatico incidente stradale: anni nei quali incise dei dischi interessanti (su tutti I semafori rossi non sono Dio, basato su pezzi del cantautore catalano Joan Manuel Serrat e Ha tutte le carte in regola, dedicato all’amico Piero Ciampi, appena scomparso) ma di scarso successo. Per una vera «rinascita» si dovette attendere un ventennio e l’incisione, nel 1985, di Una lunga storia d’amore che lo riportò ai vertici delle classifiche, così come Insieme, il doppio «live» che, assieme ad una fortunata tournée, lo riconciliò con Ornella Vanoni. Arrivarono poi Ti lascio una canzone (1985), Cosa farò da grande (1986) e Quattro amici al bar (1991) che l’hanno definitivamente issato nell’empireo della musica italiana. Negli anni successivi, collaborazioni eccellenti quale «crooner» accanto ad alcuni dei migliori jazzisti italiani, in particolare con il pianista genovese Danilo Rea con il quale si è esibito anche a Estival Jazz dove ricevette il «Premio alla Carriera - Corriere del Ticino», e altrettante esibizioni che tuttavia, si sono progressivamente ridotte nell’ultimo periodo anche a causa e di una fastidiosa labirintite. Gino Paoli non ha tuttavia mai smesso di comporre nuova musica, firmando nel 2019 l’album Appunti di un Lungo Viaggio e nel 2021 Groovin’ with Paoli realizzato con la brass band toscana dei Funkoff.