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Taca la bala

Aiuto, mi si è ristretto il Tour

Che fine farà il glorioso Tour de Suisse, quest’anno in programma dal 17 al 21 giugno con sole cinque tappe?
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
02.05.2026 06:00

Non so se essere felice: non riuscendo a rintracciare da nessuna parte sul web l’inno (ufficioso) al Giro della Svizzera scritto, credo negli anni Cinquanta, dal maestro Fernando Paggi, allora direttore d’orchestra presso la RTSI, ho chiesto aiuto all’intelligenza artificiale, alimentandola con una nutrita serie di informazioni. Zero! L’AI ha fatto cilecca e io sono ancora alla ricerca di quella musichetta allegra che accompagnava i finali delle primavere che ho vissuto da ragazzo, aspettando il Giro e la sua variopinta carovana a bordo strada, con la speranza di poter rammassare qualche oggetto inutile o qualche leccornia. Che fine avrà fatto quella sigla che accompagnava ogni radiocronaca dal Tour? Perché non la trovo sul web? Chissà se i colleghi della RSI la utilizzano ancora? Futili interrogativi, a sostegno di una domanda però impegnativa, che scaturisce in concomitanza con la disputa del Tour de Romandie. Che fine farà il glorioso Tour de Suisse, quest’anno in programma dal 17 al 21 giugno?

Calma e gesso, dirà qualche lettore: il Tour (quello svizzero…) non è morto e anzi tenta di rilanciarsi sotto una nuova veste. Tutto vero, tutto giusto, non fosse che il vostro vecchio cronista si è ormai assuefatto ai proclami che tendono a vendere un prodotto come qualcosa di straordinario, unico, capace di soddisfare le esigenze di un pubblico che chiede novità e ha una gran voglia di tagliare il legame col passato. «Con un formato di gara compatto e completamente rinnovato, il Tour de Suisse 2026 lancia un segnale forte a favore dell’innovazione, dell’interazione e di una moderna messa in scena del ciclismo internazionale» proclamano gli organizzatori. Sarà anche vero, ma intanto la realtà ci dice che quello che un tempo era considerato il quarto giro del calendario internazionale per importanza (spero di non sbagliarmi, ma se leggo i nomi dei grandi campioni del passato che hanno nobilitato con la loro presenza le nostre strade mi pare di essere nel giusto: un elenco lunghissimo, da Eddy Merckx a Felice Gimondi, da Michel Pollentier a Giuseppe Saronni, senza tornare indietro a Kübler, Koblet, Bartali e Coppi); ecco, quel giro così importante, quest’anno si è ridotto a ben poca cosa. L’hanno messo in lavatrice per rinnovarlo e rinfrescarlo, e quando l’hanno tolto se lo sono ritrovati striminzito, con sole cinque tappe invece delle otto precedenti, che in tempi ancora più lontani erano addirittura dieci.

Non sono un esperto di ciclismo, non credo di essere la persona giusta per spiegare cosa sia accaduto: nonostante le disavventure legate al doping, è chiaro che lo sport della bicicletta negli anni ha guadagnato interesse e popolarità, nuovi attori si sono affacciati sul palcoscenico, sia a livello di squadre, sia a livello di proposte organizzative. Siccome lo sport è un business, anche il calendario del ciclismo si è intasato e la Svizzera come paese organizzatore non rappresenta una fetta di mercato importante, sicché si prediligono altre proposte. Ma nell’epoca dello sport business e di un ciclismo che sta sulla cresta dell’onda, lascia alquanto perplessi sapere che il Tour de Romandie non ha trovato uno sponsor in grado di sostenerlo, mentre è più o meno noto che il Tour de Suisse ha attraversato una fase burrascosa dal profilo economico e forse paga dazio anche per questo. La Svizzera è un paese strano: è sostenuta da un’economia che, pur nelle difficoltà del momento, è comunque florida, ma fatica a tirar fuori la grana per supportare i suoi grandi eventi sportivi. In questo senso, sappiamo che alcuni anni fa anche gli organizzatori del Lauberhorn dovettero fare la questua, mentre la serata che incorona i migliori sportivi svizzeri, da anni, dopo l’uscita di scena di Credit Suisse, è senza sponsor…