L'intervista

Anderson: «Alleno i miei piloti a calmarsi a 300 km/h»

A tu per tu con il responsabile della psicologia della performance dell'azienda finlandese Hintsa, che ha collaborato alla conquista di 19 titoli mondiali di Formula 1
L’aspetto mentale è diventato fondamentale per i piloti, sempre più star, della F1. © AP/Asanka Brendon Ratnayake
Maddalena Buila
06.03.2026 22:06

Tutto è iniziato con Mika Häkkinen, uno dei primi piloti ad affidarsi a Hintsa, l’azienda finlandese nata per prendersi cura a 360 gradi degli atleti del motorsport e che a oggi ha contribuito alla conquista di 19 Mondiali di F1. Abbiamo intervistato Robbie Anderson, head of psychology performance.

Dottor Anderson, in cosa consiste il metodo Hintsa?

«È una filosofia basata sull’individualità. Tutto parte da quello che chiamiamo “core”: capire chi è la persona che abbiamo davanti, quali sono i suoi sogni, le sue ambizioni, la sua età e il suo contesto familiare. Una volta chiarito questo, costruiamo attorno all’atleta un team di esperti di livello mondiale: coach della performance, nutrizionisti, psicologi e medici. Tutte queste figure lavorano insieme con un obiettivo comune: migliorare la prestazione. Io mi occupo soprattutto degli aspetti psicologici, delle relazioni chiave - quello che chiamiamo “il cerchio” - e dell’ambiente più ampio, come il team di gara».

Quanto conta la componente mentale in F1?

«A questo livello tutti sono preparatissimi fisicamente e tecnicamente. Guidano kart sin da bambini e arrivano in Formula 1 dopo anni di esperienza. La macchina fa ancora la differenza, ma la psicologia diventa un fattore decisivo: prendere decisioni al volante, comunicare sotto pressione, gestire le emozioni e reagire agli imprevisti. Parliamo di ragazzi che guidano a 300 km/h. Basta un attimo di esitazione per perdere decimi di secondo, ovvero la differenza che può separare la prima e la dodicesima posizione in qualifica».

Lavora anche con altri membri del team?

«La maggior parte del mio lavoro è con i piloti, ma offriamo supporto anche ad altri componenti della squadra. In una gara combattuta, ad esempio, la velocità con cui un meccanico cambia una gomma può decidere il risultato. Per questo accompagno anche gruppi di meccanici, ingegneri e talvolta pure team principal. Anche loro sono sotto pressione e devono performare al massimo».

La stagione dura quasi dieci mesi. Come si mantiene la concentrazione così a lungo?

«Il cervello è come il corpo, se siamo stanchi o non mangiamo bene, ne risente. Oltre a questo, il pilota è sottoposto anche al peso dei viaggi continui tra continenti, fusi orari, analisi dati e impegni mediatici. Una delle sfide principali è quindi la gestione dell’energia. Questi sportivi devono poter avere le risorse mentali nei momenti giusti della stagione. Al contempo, devono saper resettare tra una gara e l’altra e recuperare. Per me la F1, pur essendo lo sport più veloce al mondo, è una maratona più che uno sprint».

Come si allena un pilota a prendere decisioni a 300 km/h?

«Partiamo da un esempio semplice: quando guidiamo non pensiamo a ogni movimento, il cervello agisce in automatico. I piloti di F1 hanno già sviluppato questa automaticità. Il nostro lavoro è mantenerla il più a lungo possibile, riducendo lo stress, preparando risposte a situazioni probabili e lavorando sulla regolazione emotiva. Se un pilota si lascia frustrare da una strategia o un contatto, il cervello esce dalla modalità automatica. Per questo le simulazioni sono fondamentali: allenano a reagire in modo naturale. Gran parte del mio lavoro riguarda le abitudini mentali: restare calmi, rifocalizzarsi e comunicare sotto pressione».

Quello che viene chiamato “flow state”?

«Esatto. È uno stato in cui la mente è libera da distrazioni e il corpo gestisce naturalmente eccitazione e battito cardiaco. In F1 è difficile mantenerlo per tutta la gara, perché le variabili sono troppe. Si manifesta soprattutto nei giri di qualifica, quando il pilota è in perfetta sintonia con la macchina e non deve duellare. In gara invece il cervello alterna momenti di flow e attenzione attiva».

Come esercita concretamente il suo lavoro? Come uno stereotipato incontro dallo psicologo, sdraiati sul lettino?

«Non proprio (ride, ndr). Immaginate un foglio bianco. Su quello costruisco il programma per ogni pilota. Decidiamo insieme la frequenza degli incontri e la modalità di lavoro. Gran parte della preparazione avviene prima della stagione, quando affrontiamo temi importanti come contratti o questioni familiari. Durante l’anno ci sentiamo poi spesso al telefono: prima della gara per prepararla mentalmente e dopo per analizzarla e guardare alla successiva. Assisto anche a sei Gran Premi, in modo da avere un contatto diretto con piloti e team ogni 2 o 3 gare».

Con quali piloti collabora questa stagione?

«Non posso rivelarlo per motivi di riservatezza. Posso solo dire che lavoro con personalità molto diverse tra loro».

Come aiuta invece i piloti a riprendersi dopo un incidente?

«Dipende dalla gravità. Nel motorsport ci sono stati incidenti molto seri, come quello di Mika Häkkinen. In questi casi medicina e psicologia lavorano insieme. Parlare dell’evento aiuta a elaborarlo e a evitare reazioni emotive troppo forti quando si torna nello stesso circuito».

Häkkinen è stato tra i primi piloti a parlare pubblicamente del lavoro con Hintsa, è corretto?

«Sì. Ai tempi della McLaren fu seguito da Aki Hintsa, medico molto presente nel paddock e apprezzato anche da Lewis Hamilton. Non l’ho conosciuto personalmente prima della sua scomparsa, ma ho sempre sentito dire che fosse una persona speciale. Per i piloti, ormai divenuti delle star, avere qualcuno di cui fidarsi davvero ha cambiato le cose».

C’è differenza tra lavorare con un rookie e con un veterano?

«Con i giovani si costruiscono le basi, un po’ come il telaio di un’auto. Si lavora sulla gestione delle emozioni, della pressione, sulla respirazione e sulla comunicazione. Con i piloti più esperti ci si concentra sui dettagli più sottili».

Hintsa ha aiutato 19 piloti a diventare campioni del mondo. Esiste un tratto mentale comune?

«Uno studio britannico del 2012 chiamato “Gold medalist study”, indicava denominatori comuni quali la determinazione e la grinta tra i medagliati olimpici. Noi pensiamo che non esista un modello unico. Il nostro lavoro è capire i punti di forza di ogni persona e costruire su di essi una strategia. Di certo i piloti di maggior successo sono estremamente competitivi e molto costanti durante la stagione».

Se potesse parlare a un pilota pochi secondi prima dello spegnimento dei semafori?

«Gli suggerirei: corpo calmo, mente chiara e fiducia nella preparazione. Non gli direi invece come muoversi, perché i pulsanti sul volante li conoscono molto meglio di me (ride, ndr)».

Ha notato differenze nella preparazione di questa stagione con i nuovi regolamenti?

«Sì, la preseason è stata fantastica. Con grandi cambiamenti, parte del mio lavoro è aiutare le persone ad adattarsi. Abbiamo lavorato per sviluppare la capacità di assorbire molte informazioni, accettare frustrazioni come guasti o problemi di affidabilità e fidarsi di sé stessi. Tutto il resto è gara».

Prima della F1 ha lavorato anche in altri sport?

«Sì. Ho iniziato con il canottaggio olimpico. L’attenzione era tutta sulla prestazione pura, senza avversari attorno. Poi mi sono spostato al taekwondo a Rio 2016, dove il tema centrale è la gestione della paura e del dolore. Poi ho lavorato al Tour de France. I ciclisti soffrono in modo incredibile, pedalando per ore e per giorni. Quando sono arrivato in F1 ho ritrovato tutto: la precisione del canottaggio in qualifica, i contatti in gara del taekwondo e la resistenza del ciclismo nei 50 gradi del cockpit e nei sei chili di sudore persi a Singapore».

Se potesse scegliere un pilota del passato con cui lavorare?

«Difficile. Nessuno mi ha mai posto quest domanda (sorride, ndr). Ognuno è unico e spesso i pregiudizi iniziali vengono smentiti conoscendosi. Però, da quello che ho sentito, Niki Lauda era una persona straordinaria. Lavorare con lui sarebbe stato davvero affascinante.».

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