Calcio

Asciugamani vudù, giocatori su Snapchat e quel rigore: la Coppa d'Africa tra limiti e stereotipi

La finale di Rabat è sulla bocca di tutti, complici il suo folle epilogo e i diversi momenti grotteschi vissuti dentro e fuori dal campo - A sintetizzare l’inaudito, la caccia al panno del portiere senegalese Mendy - Intanto il Marocco ricorre e contesta l’abbandono del campo dei futuri vincitori
©AP/Samah Zidan
Massimo Solari
20.01.2026 06:00

Marocco-Senegal si sta ancora giocando. Sui siti di mezzo mondo, sui social, nelle trasmissioni tv e pure a colpi di comunicati stampa. L’ultimo, giunto nel pomeriggio di lunedì, ha visto la Federcalcio marocchina annunciare il ricorso alle vie legali per contestare quanto avvenuto dopo il 95’ della finale della Coppa d’Africa, disputata domenica a Rabat. Nel dettaglio, le autorità competenti di CAF e FIFA sono invitate a «pronunciarsi sul ritiro dal campo della nazionale senegalese», nonché «sugli eventi che hanno accompagnato tale decisione, successivamente all’assegnazione da parte dell’arbitro di un calcio di rigore ritenuto corretto all’unanimità dagli specialisti». Questa situazione - si legge nella nota marocchina - «ha avuto un impatto significativo sul regolare svolgimento della partita e sulla prestazione dei giocatori».

Mbaye online

Beh, di sicuro a risentirne è stato Brahim Diaz, protagonista di un tentativo di trasformazione dal dischetto che è già mito. Lo scavetto del fantasista del Real Madrid, finito docilmente fra le braccia del portiere senegalese Édouard Mendy, ha messo in ginocchio un Paese, risollevandone un altro. Eppure, a ben guardare, la scellerata decisione del numero 10 del Marocco - quando sul cronometro correva oramai il 25. minuto di recupero - è stata solo una delle molteplici circostanze grottesche che hanno consegnato la partita alla storia.

Il giorno dopo, suggerivamo, ancora impazzava la bufera. I video girati a Rabat, d’altronde, sono presto diventati virali, immortalando i tanti momenti surreali durante e al termine dell’atto conclusivo. Le violenze tra i tifosi del Senegal e le forze dell’ordine presenti allo stadio Prince Moulay Abdellah, nei minuti che hanno seguito la massima punizione accordata dall’arbitro Jean-Jacques Ndala, si commentano purtroppo da sole. Ha per certi versi dell’inconcepibile, invece, quanto fatto dall’attaccante senegalese Ibrahim Mbaye. Prima che la sua squadra decidesse di rientrare sul rettangolo verde, convinta dalla saggezza di Sadio Mané e dalle possibili ritorsioni in chiave Mondiale 2026, l’attaccante del PSG si è connesso a Snapchat dagli spogliatoi, pubblicando una foto di sé e la scritta «Peace on se f volé» (Pace ci hanno derubati).

Magia nera e super poteri

È però attorno all’asciugamano del portiere Mendy, nel frattempo eroe nazionale insieme al match winner Pape Gueye e al citato Mané, che in queste ore si è misurata l’incredulità generale. Sì, perché si fatica a comprendere il tentativo di privare a tutti i costi l’estremo difensore del Senegal di un panno apparentemente innocuo. Dapprima ci ha provato Hakimi, esortato a gran voce dai tifosi marocchini. Poi è stato Yehvann Diouf, riserva di Mendy, a ergersi a protagonista, proteggendo stoicamente l’asciugamano dai tentativi di scippo di giocatori avversari, raccattapalle e funzionari. Scene clamorose, che il solo diluvio abbattutosi su Rabat - e di riflesso la necessità di tamponare l’acqua su viso e guanti - difficilmente riesce a spiegare. Perciò a farsi largo è stata l’ipotesi di un rito vudù, che avrebbe permesso a Mendy e al suo asciugamano di assorbire magia nera e al contempo sprigionare poteri speciali. Clamoroso, di nuovo.

La madre di tutte le edizioni

Al netto dell’inevitabile trambusto creatosi attorno alla finale della Coppa d’Africa, tra sdegno e stupore, la questione è tuttavia un’altra. E interessa l’immagine di un continente che con l’edizione marocchina della competizione ambiva ad abbracciare una nuova dimensione, sul piano infrastrutturale e in termini di gestione dell’evento. Marocco, detto altrimenti, avrebbe dovuto fare rima con futuro, considerata pure la co-organizzazione del Mondiale 2030. Tutto finito al macero? O l’immagine del Paese ospitante - malgrado la dolorosa appendice - è salva? «Tutti i limiti accostabili al calcio africano sono emersi nel momento cruciale» ammette l’esperto in geopolitica dello sport Jean-Baptiste Guégan. «È una questione di maturità organizzativa, e non mi riferisco al Marocco, in qualità di Paese ospitante. No. Laddove erano attesi dei decisori, e dunque l’autorità chiamata a intervenire in modo fermo per far rispettare regole e procedure, si è assistito al caos. Per la Confederazione calcistica africana (CAF), principale colpevole, non poteva esserci immagine peggiore. L’incapacità di gestire gli eventi a fronte di due errori arbitrali, prendendosi letteralmente una pausa delle proprie responsabilità, è stata una dimostrazione d’incompetenza». E, appunto, si tratta di un’abdicazione che fa rumore, poiché - spiega Guégan - «quella in Marocco doveva essere la madre di tutte le edizioni della Coppa d’Africa, considerati i suoi ricavi record e la messa a punto di stadi all’avanguardia in vista del Mondiale 2030. Al contrario, e di nuovo, sono bastate due interpretazioni arbitrali opinabili a far crollare il castello».

Tutti i limiti associabili al calcio africano sono emersi nel momento cruciale
Jean-Baptiste Guégan, esperto in storia e geopolitica dello sport in Africa

Il cospirazionismo sui social

Il vanto, dunque, si è tramutato in vergogna. «E nel mancato rispetto degli standard internazionali» prosegue il nostro interlocutore, che è pure responsabile del corso «Storia e geopolitica dello sport in Africa» all’Istituto di Istituto di studi politici di Parigi (Sciences Po). La dubbia assegnazione del rigore al Marocco, dicevamo, ha rappresentato la miccia. Guégan, però, tiene a precisare come sotto le ceneri covasse il fuoco del sospetto. «Prima di parlare di complotti e corruzione arbitrale, è doveroso concentrarsi sul cospirazionismo prodotto dai social media. Un veleno che influencer e presunti giornalisti hanno a loro volta alimentato, finendo per inculcarlo nella mente di staff tecnici e giocatori, che hanno ritenuto credibili determinate supposizioni. Ma ripeto: a non mostrarsi all’altezza e in possesso dei necessari anticorpi non è stato il Marocco, ma il dipartimento arbitrale e la CAF, incapaci di offrire un livello di competenza degni del torneo. E alla fine lo stesso direttore di gara, ritenuto il migliore del continente africano, si è ritrovato destabilizzato e solo».

«Ma i progressi sono evidenti»

Guégan non usa mezzi termini e parla di «atteggiamento amatoriale. Un atteggiamento pericoloso, poiché foriero di un clima permanente di sospetto e, in seconda battuta, di violenze. Aver registrato una ventina di feriti lievi, in questo senso, dev’essere ritenuta una fortuna». Non solo. Ai risvolti interni, si somma la considerazione di chi osserva dall’esterno. «E a emergere, puntualmente, sono gli stereotipi e l’immaginario che da tempo accompagna il calcio africano» indica l’esperto. «Penso in particolare all’estrema politicizzazione del pallone e alla folle pressione esercitata sui suoi principali attori, ai quali non basta militare in Europa per risultare immuni».

La verità, evidenzia Guégan, è però un’altra. «Il calcio, in Africa, ha conosciuto progressi incontestabili: dal punto di vista sportivo, economico e infrastrutturale. L’ultima Coppa d’Africa in Costa d’Avorio era stata un successo. E lo stesso discorso vale per il torneo organizzato in Marocco. Poi, purtroppo, è arrivata la finale, con il suo spettacolo insopportabile che ha finito per suggerire l’esistenza di un ritardo che fondamentalmente non è più attuale».

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