Cornaredo, tra fede e pallone: le emozioni di uno stadio unico

Il 12 giugno del 2014, l’allora sindaco Marco Borradori, davanti alla targa commemorativa appena affissa a Cornaredo, disse: «Questo giorno di festa dà prova della bellezza e dell’unità della nostra città, nella diversità della qualità e delle identità di ognuno. La storia e il futuro di Lugano sono realizzati e scritti da tutti noi. È fondamentale seguire l’incoraggiamento di papa Wojtyla: non abbiate paura». Parole interessanti, specie se lette oggi, nel bel mezzo di anni complessi. La targa, naturalmente, era dedicata ai trent’anni dalla visita di papa Giovanni Paolo II proprio a Cornaredo. Mai, prima di quel 12 giugno del 1984, un pontefice ci onorò di una visita. Difficile che possa ripetersi.
L’architetto ticinese Alberto Camenzind, ospitato dal Corriere del Ticino, spese una riflessione proprio sulla cornice, chiedendosi: «Cornaredo cattedrale del nostro tempo?». E poi, oltre il titolo: «Chi fa architettura crea spazi. Lo spazio determina comportamenti. Spazio e comportamento generano ambiente. L’ambiente di oggi allo stadio di Cornaredo è creato da una dimensione dello spirito e dell’animo che va ben oltre quella dell’architettura; anche se, occorre ricordare, senza architettura non sarebbero sorte le cattedrali. È Cornaredo di oggi cattedrale del nostro tempo?».
Difficilmente possiamo parlare di Cornaredo come di una cattedrale calcistica, invece. Certo, ha avuto i suoi momenti di gloria, ma una gloria ben più prosaica di quella avvicinata grazie alla visita dell’amatissimo papa Giovanni Paolo II. Per lui si mossero trentamila persone, tra fedeli e curiosi, che andarono a comporre quello che Mario Agliati allora definì «un disordine affettuoso». Un disordine tra fin troppo storico ordine. Un ordine dovuto, spesso, in particolare in epoca moderna, all’assenza di pubblico.
Un esempio? Rimaniamo a quel 12 giugno del 1984. Lo stesso Corriere del Ticino, a pagina 18, dopo aver parlato della preparazione alla visita del Papa e della morte di Enrico Berlinguer, riportava della partita tra Lugano e Friburgo: «Una prova al limite del ridicolo». Sottotitolo: «Il Lugano è costretto al pareggio dal modesto Friburgo e resta in DNB». Presenti al decisivo incontro mille spettatori. Piccolo dettaglio: si giocò – per ovvi motivi – sul neutro di Chiasso. Ma la sostanza non cambia: la partita casalinga precedente, con i bianconeri che battendo il Winterthur tornarono di fatto a sperare, venne ospitata proprio da Cornaredo. Spettatori: 1.500.
Cornaredo ha saputo trasformarsi in uno stadio da calcio vero soltanto in rare occasioni, senza continuità. E pensare che la premessa fu, in realtà, incoraggiante. Una promessa, più che una premessa, con quei 32.500 spettatori per l’amichevole tra Svizzera e Italia che, di fatto, inaugurò l’allora nuovo stadio luganese. Era il 25 novembre del 1951. Tre anni più tardi (20 giugno 1954), lo stesso Cornaredo ospitò una partita del Mondiale casalingo (Italia-Belgio 4-1) con 26.000 spettatori sulle tribune e sugli spalti, anche se altre fonti parlano di 35.000. Quella era una Lugano ancora capace di entusiasmarsi per il grande sport. Le cronache di allora riportano di come, per i Mondiali svizzeri, in piazza Dante venne organizzato addirittura un primo storico maxischermo. In realtà la ditta Paganetti si fece bastare uno schermo delle dimensioni di 1,40x0,90 e un gioco di specchi, ottenendo una «ricezione nitida e naturalmente in proporzioni notevolmente superiori a quelle di un comune apparecchio di tv» (cit. CdT del 19 giugno 1954).
Certo, il Lugano ha poi vissuto a Cornaredo alcuni storici incontri, tra campionato, Coppa Svizzera ed Europa. Ma il grande pubblico non ha mai davvero offerto una garanzia di presenza sul lungo periodo. Insomma, una cosa è Lugano-Barcellona del 1968, Coppa delle Coppe, un’altra è Lugano-Wohlen nell’epoca delle mancate promozioni dei primi anni Duemila (nel 2006 davanti a 150 spettatori). Per il Barça arrivarono in 16.000. Allora lo spettacolo deludente fu però quello offerto in campo. «All’insegna dell’intimidazione. Indegno spettacolo calcistico a Cornaredo», titolò il Corriere del Ticino del 19 settembre. Vinsero i blaugrana con rete di Fernandez, prima di ripetersi in una più corretta gara di ritorno per 3-0 nonostante le tante parate di Prosperi (su cui i catalani fecero anche un pensierino, a quanto pare).
Inutile, qui, ricordare tutti i momenti più bassi. A che pro? Cornaredo non sarà stato cattedrale calcistica, ma ha comunque vissuto alcune pagine destinate a rimanere nella storia. Il Papa, certamente. Ma anche il calcio, il motivo per cui venne voluto e costruito, con le rare capatine della nazionale svizzera, e con il saliscendi emotivo del club bianconero. Che il 12 settembre del 1995, davanti a 11.000 spettatori, seppe tenere in scacco l’Inter, prima di sorprenderlo poi nella partita di ritorno. Walker; Morf, Galvao, Penzavalli, Fornera; Gentizon, Esposito, Colombo, Shalimov, Carrasco; Erceg. Difficile dimenticare quella formazione. Difficile dimenticare quel primo gol di Carrasco, prima del bis a San Siro. Difficile dimenticare le emozioni vissute allora. A Cornaredo, sì. Belle perché condivise. La lezione da trarre, dalla storia di Cornaredo, è proprio questa: l’importanza del contesto per favorire la condivisione, in modo da sfiorare, qua e là, quella che Camenzind definì «dimensione dello spirito e dell’animo». Raggiungibile, a volte, anche di fronte a una grande giocata calcistica.
