Calcio

Doumbia e l'addio al Lugano: «Altri sei mesi in panchina? No, grazie: ma a Cornaredo non ho fallito»

Il centrocampista ivoriano ha rescisso il contratto che lo legava ai bianconeri con sei mesi d'anticipo: «Mi sono sempre allenato e comportato in modo professionale, l'Yverdon ha però avuto il merito di riaccendere la mia passione»
Ousmane Doumbia, 33 anni, durante i quarti di finale di Coppa Svizzera vinti dall’Yverdon contro lo Xamax. © Keystone/Cyril Zingaro
Massimo Solari
26.02.2026 06:00

Dalla rincorsa al vertice della Super League all’inseguimento dell’Aarau, seconda forza della lega cadetta. Nel giro di poche settimane, la carriera di Ousmane Doumbia ha conosciuto uno scossone notevole. L’ex centrocampista e vicecapitano del Lugano rifiuta però il concetto di declino. «Poco importa il livello, l’Yverdon ha riacceso la mia passione».

Eppure, nell’estate del 2022 firmasti a Lugano da campione svizzero. Qualche settimana fa, invece, hai lasciato Cornaredo da comparsa. Davvero è scorretto parlare di involuzione nel caso di Ousmane Doumbia?
«Non la definirei un’involuzione. Il calcio vive di momenti, lungo i quali un giocatore può beneficiare o meno della fiducia del proprio allenatore. Non per forza, tuttavia, ottenere meno tempo di gioco significa diventare un calciatore peggiore. Per quanto mi concerne, il passaggio a Chicago - dopo una stagione da titolare quasi inamovibile - ha sicuramente inciso. Al mio ritorno, infatti, club e staff tecnico avevano puntato su altri profili, di fatto trasformandomi in un nuovo giocatore da integrare. Durante l’ultimo campionato, in ogni caso, ho disputato numerosi incontri dal primo minuto. E ciò a differenza dell’attuale stagione, quando è emerso chiaramente che il Lugano non aveva più veramente bisogno del sottoscritto. Semplicemente, ho avuto la saggezza di riconoscerlo, mettendomi alle spalle una convivenza che non funzionava più».

Hai compreso le ragioni di questo cambio di status o, al contrario, lo reputi privo di sufficienti giustificazioni?
«Ma anche se lo avessi ritenuto ingiustificato, che cosa sarebbe cambiato? Il boss, quando si tratta di decidere la formazione titolare, è l’allenatore. E se quest’ultimo mi chiedeva di giocare 5 minuti, lo facevo con impegno. Se me ne chiedeva 10, stesso discorso. Se serviva rimpiazzare un infortunato, non mi sono tirato indietro. Insomma, ho sempre cercato di allenarmi e comportarmi in modo professionale, evitando invasioni di campo. Perché fa parte del mio lavoro, e il mio lavoro non è lamentarmi, fare l’offeso o decidere di rimanere a casa. Di nuovo: nella mia testa non ho mai pensato di aver fatto dei passi indietro come giocatore; è stata una questione di scelte tecniche. Scelte che, infine, mi hanno spinto a cambiare aria. E, chissà, forse tra qualche mese ritroverete il miglior Ousmane Doumbia protagonista in Super League».

Per altro, eri anche il vicecapitano di Mattia Croci-Torti. Con l’allenatore il rapporto è sempre stato onesto o, a un certo punto, hai avvertito una mancanza di considerazione?
«No, la considerazione non è mai venuta meno. E nemmeno il rispetto. Parliamo dell’allenatore, colui che è chiamato a stabilire delle gerarchie. Piacevoli o meno che siano. Con Mattia, i compagni e la dirigenza non ho mai avuto problemi».

Il trasferimento ai Chicago Fire, dicevamo, ha funto da spartiacque. Al rientro dagli Stati Uniti, infatti, si è avuto l’impressione che Ousmane Doumbia non fosse più un giocatore imprescindibile, ma un jolly, da sfruttare in difesa o in chiave turnover. Hai avuto la stessa impressione?
«Sì. E, in fondo, è comprensibile. Al mio ritorno dagli USA, era stata allestita una squadra con altri centrocampisti e con determinate dinamiche. Ciò, comunque, non mi ha impedito di scendere in campo con continuità. Non ero più un titolare imprescindibile, ma sono rimasto una risorsa preziosa. Non solo. Una volta diventato vicecapitano, mi è sembrato giusto mostrare l’esempio, provando ad adattarmi al meglio a ogni ruolo che mi veniva richiesto».

Il Lugano non aveva più bisogno di me: ho avuto la saggezza di riconoscerlo e di fare un passo indietro

Aver sposato il progetto bianconero, appunto, ti ha permesso di vivere un’esperienza speciale e unica in MLS. Non capita a tutti.
«Lugano, in effetti, ha rappresentato un’opportunità anche in questo senso. Ma è soprattutto con la maglia bianconera che mi sono tolto delle belle soddisfazioni. Ho contabilizzato oltre 100 presenze in tre anni e preso parte alle competizioni europee. Esperienze, queste, che mi spingono a dire che, no, non ho fallito la mia missione con questo club. A fronte di mutate condizioni, era però arrivato il momento di fare un passo indietro».

E viste le dinamiche particolari della Super League - pensiamo solo alla favola Thun in questa stagione - c’è qualche rimpianto per non aver vinto il titolo con il Lugano? Perché al club bianconero manca sempre qualcosa?
«Difficile dare una risposta definitiva. È una questione di buoni giocatori, di chimica e dinamiche che si sviluppano lungo la competizione. Parlo per esperienza, poiché a Zurigo ho conquistato il titolo appena dodici mesi dopo aver rischiato di vivere lo spareggio per non retrocedere. Nessuno credeva in noi, e invece abbiamo vinto ogni scetticismo. E osservando il Thun giocare, ora, rivedo lo stesso spirito. La stessa capacità di superare ostacoli e diffidenza. Perciò credo che, alla fine, i bernesi riusciranno a laurearsi campioni svizzeri. Spesso si ragiona in cicli. La Super League ha sorriso a lungo al Basilea, poi allo Young Boys. E, a mio avviso, presto o tardi imboccherà anche la strada che porta a Lugano. La strategia del club è seria e il nuovo stadio contribuirà ad alimentare le aspirazioni bianconere».

A proposito di aspirazioni: a Yverdon hai ritrovato una maglia di titolare e tanti minuti di gioco. E, dunque, anche il sorriso?
«È così. In questo mondo, dopo tutto, la cosa più importante è sentirsi vivi in campo. Indipendentemente dalla lega in cui si milita. A Yverdon, una realtà francofona e vicina a Ginevra, ho oltretutto abbracciato un’ottima squadra e un progetto molto interessante».

Prima di trovare l’accordo con i vodesi, si è vociferato di visite mediche complicate. Non è andato tutto come previsto?
«Semplicemente si è resa necessaria una visita supplementare. Ma se qualcosa fosse andato storto, beh, semplicemente non sarebbero arrivate la firma sul contratto e, di riflesso, già sei partite tra campionato e Coppa».

Ma la considerazione e il rispetto di Mattia Croci-Torti non sono mai venuti meno

Sul piano dell’orgoglio, comunque, non dev’essere stato semplice accettare la «relegazione» in Challenge League.
«Non lo è stato, e non lo nego. Ma non sono approdato in una società senza ambizioni. Anzi. L’obiettivo è quello di ritrovare la Super League, se non questa, la prossima stagione. E poi ribadisco: qual era l’alternativa? Trascorrere altri sei mesi senza giocare a Lugano? Non la definirei una prospettiva piacevole. La situazione in bianconero, banalmente, non mi andava più bene. La passione, quella che mi accompagna da bambino e non è mossa solo dalla componente economica, si era spenta».

Avevi già giocato per l’Yverdon nel 2017, ma in Promotion League. Complice l’avvento della proprietà americana, hai trovato una realtà rivoluzionata?
«Indubbiamente. Da quasi tre anni a questa parte, il club ha cambiato dimensione. Nonostante la retrocessione alla fine della scorsa stagione, la rosa non è stata snaturata. La Super League, detto altrimenti, rimane la priorità ed è ciò che mi ha convinto a trasferirmi al Municipal. A separarci dall’Aarau, al momento, sono 7 punti. E perché dovrebbero essere troppi? Mancano ancora diverse partite e offrirci il barrage con la penultima del massimo campionato è un’operazione possibile. Senza dimenticare la Coppa Svizzera, con la finale oramai a un passo. No, non rimpiango in alcun modo la scelta d’Yverdon».

Venerdì sarete di scena al Comunale di Bellinzona e, classifica alla mano, non potete permettervi altri passi falsi se volete riacciuffare l’Aarau e il sogno promozione.
«È doveroso diffidare dei granata e di questi match trabocchetto. Dovremo prendere subito in mano le redini del gioco, impedendo all’avversario di esprimere un potenziale che, a mio avviso, esiste».

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