Mondiali 2026

Granit Xhaka e la storia che attende oltre pagina 150

La Svizzera sfida l’Algeria all’alba di domani: in palio l’accesso agli ottavi di finale - Al BC Place di Vancouver il capitano rossocrociato raggiungerà un traguardo eccezionale: squadra e giocatore dovranno trasformarlo in un successo all’altezza delle rispettive ambizioni
Granit Xhaka, capitano rossocrociato. ©KEYSTONE/PETER KLAUNZER
Massimo Solari
02.07.2026 06:00

È ancora troppo presto per sostenere di aver scritto la storia al Mondiale 2026. Di fatto, la Svizzera si è limitata alla stesura di un’introduzione tanto intaccabile, quanto arida. Al cospetto di tre avversari più deboli si sono materializzati i risultati che legittimano nuovi capitoli. Gli estremi del prossimo, ad ogni modo, non cambiano. Contro l’Algeria, all’alba di domani, la selezione rossocrociata sarà chiamata a far valere il ruolo di favorita. Sarà, semplicemente, chiamata a vincere. No, a Vancouver non sono ammesse distrazioni. Dai sedicesimi di finale in avanti, d’altronde, tentennare potrebbe rivelarsi fatale. Il grande ex Vladimir Petkovic, con i suoi uomini, non attende altro. Stupire e sovvertire. Il tempo delle sorprese, per Murat Yakin, dovrebbe invece essere scaduto. Per condurre il calcio svizzero su terreni inesplorati, struttura e certezze appaiono come le migliori compagne di viaggio. O, perlomeno, quelle consigliabili.

Un saggio di grandezza

«In passato, l’allenatore insegnava molto, ci trasmetteva qualcosa. Ora, forzando un po’, sono i giocatori dei campionati di alto livello che possono dare qualcosa al proprio allenatore». Così, alla vigilia del torneo americano, e sulle colonne della NZZ, si era espresso Alain Geiger, capitano della Nazionale che un racconto per l’eternità, a suo modo, lo scrisse a USA ’94. Da un leader all’altro, sguardo e riflettori si posano quindi su Granit Xhaka. Anche per il faro elvetico, non c’è dubbio, è ancora troppo presto per sostenere di aver scritto la storia al Mondiale 2026. Eppure, signori, il giocatore che capeggerà il serpentone rossocrociato, intento a cingere il cerchio di centrocampo al BC Place, lo farà per la 150. volta con addosso quella maglia. Centocinquanta righe, un saggio di grandezza. Basti pensare che sono solo dieci i giocatori attivi con più apparizioni a livello internazionale. E fra questi, appena sei sono ancora in corsa in questa Coppa del Mondo.

Un’urgenza inevitabile

«Non importa dove, non importa quando, non importa contro chi. Xhaka è un calciatore eccezionale per la costanza con cui riesce a fornire prestazioni di spessore. Ero consapevole del suo talento, della sua ambizione. Della sua forza di volontà, anche. Sì, non ho mai avuto dubbi. Su Granit si poteva scommettere». Forse lo avrete intuito. A riservare queste parole al Corriere del Ticino, in occasione dell’aggancio al record di presenze di Heinz Hermann (118), era stato Ottmar Hitzfeld, il commissario tecnico che il 4 giugno 2011 – a Wembley – consegnò la matita nelle mani di un 18.enne spregiudicato. Uno che un anno e mezzo prima si era laureato campione del mondo Under 17. Leggendo una recente intervista di Lamine Yamal, rilasciata a El Pais, abbiamo ritrovato la medesime stimmate caratteriali. Sentite: «C’è l’ego e c’è la fiducia in se stessi. Entrambe sono importanti. In una certa misura, è importante essere egocentrici. Non lo considero un male. Ma soprattutto, è importante avere molta fiducia in se stessi».

Prima di raggiungere San Diego, non a caso, Granit Xhaka ha dichiarato pubblicamente di voler riprovare quell’ebbrezza. La Svizzera sopra tutti, sì. E lui in missione, con il 10 disegnato sulla schiena e la fascia stretta attorno al braccio sinistro. È così dal 2020. E a un passo dai 34 anni si percepisce l’urgenza del messaggio. Speriamo non la sua caducità. Percorso e progressione, in ogni caso, sono lì da vedere. Testimoni oculari come la cifra che, fra poche ore, accompagnerà l’entrata in campo del capitano.

Abbracci e pungoli

Il destino, suggerivamo, non ha voluto restare in disparte. E dunque rieccoli, Granit e «Vlado», artefici del presente e del passato rossocrociato. Se Hitzfeld ha dato il la alla composizione di Xhaka, Petkovic l’ha fatta crescere di tono: 68 match condivisi, fra i quali il primo traguardo simbolico dei 50 gettoni. A quota 100, invece, il centrocampista corteggiato dal Chelsea arrivò insieme a Yakin, il 29 marzo 2022, al Letzigrund di Zurigo, guarda caso contro il Kosovo. Quell’incrocio speciale e quel numero così importante, forse lo ricorderete, andarono di traverso al giocatore, sostituito anzitempo dal ct. Incomprensioni e sottintesi hanno scandito la relazione tra i due primattori della nazionale svizzera. Successe allora, accadde dopo un brutto pareggio a Pristina e, leggendo tra le righe, si è verificato pure a inizio giugno, a margine del test pre-Mondiale contro l’Australia. Ma trasformare screzi e fragilità in pungoli e fondamenta per il successo è, e ci auguriamo rimanga, la specialità della casa. Gli indimenticabili quarti di finale raggiunti a Euro 2020, abbracciato a Petkovic, si sono ripetuti in Germania, in occasione dell’ultima rassegna continentale, e con Yakin in panchina.

Siamo al prossimo bivio. E ci aspettiamo che Granit Xhaka mostri la via, ancora una volta, ma con fare e gesti più decisi, più decisivi, rispetto alla fase a gironi. L’Algeria di Vladimir Petkovic, nonostante i ricordi e le conquiste, non può e non dovrà occupare l’ultima pagina della storia svizzera al Mondiale 2026. 

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