Non facciamoci più del male: con Xhaka e con Manzambi

Centocinquanta partite. Disputando gli oramai certi sedicesimi di finale del Mondiale 2026, Granit Xhaka raggiungerà quota 150 partite con la maglia della nazionale svizzera. Un traguardo immenso, già, eppure per taluni ancora insufficiente ai fini della comprensione del giocatore. Della sua natura e della sua portata. Quanto accaduto a cavallo del secondo match del girone è lì a dimostrarlo. L’insoddisfazione, doverosa, per la controprestazione offerta dal capitano rossocrociato al cospetto del Qatar si è trasformata in critiche (altrettanto giustificate), ma anche in speculazioni e allusioni velenose a fronte dei giudizi taglienti riservati dal diretto interessato ad alcuni compagni. Addirittura, si è parlato di un elemento potenzialmente tossico per lo spogliatoio.
Nel quadro della cruciale vittoria ai danni della Bosnia abbiamo dunque assistito alla reazione veemente del centrocampista del Sunderland. Dal 1’ al 95’, con Xhaka tornato leader, regista e ispiratore, al 96’, esultando al grido “cari giornalisti, siete solo chiacchiere e distintivo”, e infine davanti a microfoni e taccuini, sfogandosi e chiarendo le ragioni alla base di un altro gesto provocatorio.
Miccia, sviluppo ed epilogo della dinamica sono noti e riconoscibili. E, appunto, non dovrebbero più stupire nessuno dopo così tanti chilometri percorsi insieme. Eppure, il vento dell’indignazione è tornato a sollevarsi. Inutilmente. Ma anche limitarsi a porre uno o due accenti gravi sulla vicenda avrebbe e ha poco senso. Perché al SoFi Stadium, lo ribadiamo, Granit Xhaka ha dimostrato – una volta di più – la sua indispensabilità. E perché i caratteri e i calciatori che si alimentano e funzionano meglio con la benzina non sono mica la fine del mondo. Anzi. Abbiamo avuto l’ennesima prova che, complici questi estremi, tende semplicemente a viaggiare meglio la Svizzera.
D’accordo, non l’ha prescritto il dottore di ricorrere a sale e pepe in occasione di ogni grande torneo. E però, suvvia, non tramutiamo il pesantissimo successo di Los Angeles in una questione ad personam. Alziamo lo sguardo, arretriamo un attimino, e osserviamo il nuovo quadro della situazione. Il Canada, come sospettavamo, ha chiarito l’assurdità del nostro esordio. Va bene. All’incrocio di Vancouver che determinerà il primato del gruppo B, ad ogni modo, la selezione di Murat Yakin si presenterà con la testa libera, consapevolezze e leader caricati alla perfezione, e l’entusiasmo contagioso di cui avevamo bisogno. L’epifania di Johan Manzambi sul nostro Mondiale va misurata anche così: non solo in base alla bellezza dei gesti – e i gol del fenomeno ginevrino erano tanto poetici, quanto complicati da realizzare -, ma anche in considerazione del loro effetto. Manzambi, in questo senso, ha scosso Nazionale e Nazione. Ha offerto una prospettiva diversa, anche, fatta di estro e sregolatezza, oltre che di buone intenzioni.
A questa botta di vita, di cui avevamo tremendamente bisogno, occorre ora dare slancio. Per quanto felicissima a Los Angeles, la decisione di concedere esigue porzioni di partita a uno dei talenti più puri del calcio mondiale non troverà più ragione di esistere. Tradotto: Murat Yakin è chiamato a sfruttare e valorizzare molto meglio il suo tesoro. Perché cercavamo disperatamente una figura in grado di rimpiazzare, nei numeri e nel genio, Xherdan Shaqiri e l’abbiamo trovata subito, dannazione. Perciò limitarsi a riconoscere la grandezza delle 150 partite in rossocrociato di Granit Xhaka o lo spessore scultoreo di Manuel Akanji, quando arriveranno i sedicesimi di finale, costituirebbe un peccato mortale. Non facciamoci più del male.





