«Il nuovo malore di Eriksen? La recidiva in questi casi è abbastanza frequente»

È successo di nuovo: dopo aver già accusato un malore in campo durante gli Europei di calcio del 2021, il danese Christian Eriksen, 34 anni, si è ancora una volta accasciato al suolo portandosi la mano al petto ieri, domenica 7 giugno, durante un'amichevole della sua nazionale contro l'Ucraina a Odense. «Da una parte sono rimasto colpito dalla notizia, dall'altra però la cosa non mi sorprende perché è abbastanza frequente che chi soffre di questo tipo di problemi cardiaci possa avere una recidiva», esordisce il medico dello sport Marco Marano, direttore del Centro Swiss Olympic di Manno che fa da struttura di riferimento per FC Lugano e HC Lugano. «È proprio per scongiurare una recidiva che nei pazienti che soffrono di queste problematiche vengono impiantati dei defibrillatori. Ieri in campo è successo ciò che tutti si aspettavano accadesse in caso di nuovo arresto cardiaco: l'impianto ha fatto il suo lavoro salvando la vita a Eriksen».
Dopo quanto accaduto ieri e vista la non più giovane età, calcisticamente parlando, di Eriksen viene da chiedersi se il giocatore non avrebbe fatto meglio a lasciare il calcio professionistico già qualche anno fa. «È difficile da dire perché sono tanti gli aspetti che vanno presi in considerazione, primo su tutti la volontà dello sportivo», analizza il nostro interlocutore. «La decisione deve inoltre essere presa insieme ai medici».
Complicato è anche fare ipotesi sul futuro del calciatore. «C'è innanzitutto da fare un discorso legale: per continuare a esercitare la professione, il danese dovrà probabilmente firmare una liberatoria nella quale accetta di assumersi buona parte delle responsabilità di ciò che potrebbe accadergli in futuro dal punto di vista medico», spiega Marano. «Se sarà cosciente dei rischi che si assume e se comunque i medici, come credo avverrà, gli diranno che non ci sono controindicazioni a continuare a giocare, credo che tornerà nuovamente in campo. A questo punto bisognerà però vedere se ci sarà una squadra disposta a metterlo in rosa sapendo che c'è il rischio concreto che si verifichi un terzo arresto cardiaco».
Due scuole di pensiero e una questione ancora aperta
Resta anche da capire se il rischio di recidiva per le persone che soffrono di problemi cardiaci possa essere aggravato dallo svolgimento di un'attività sportiva a livello agonistico. «È una questione molto discussa nelle conferenze di medicina dello sport», osserva Marano. «Attualmente abbiamo due linee di pensiero: da una parte c'è chi ritiene che non ci sia correlazione tra lo svolgimento di attività fisiche intense e l'aumento del rischio di recidiva; dall'altra c'è invece chi crede che l'attività sportiva praticata a livello agonistico possa aumentare il rischio di recidiva. Per tale ragione, questa seconda scuola di pensiero sostiene che l'attività agonistica dopo che è stato impiantato un defibrillatore andrebbe evitata».
Il caso di Eriksen è emblematico delle conseguenze che hanno oggi queste due visioni contrapposte della medicina dello sport sul calcio d'élite. In Italia, a differenza della maggior parte degli altri Paesi, si è infatti deciso di adottare un approccio più prudente vietando ai giocatori che soffrono di determinate patologie cardiache di scendere in campo. È proprio per questa ragione che il centrocampista danese, ancora sotto contratto con l'Inter all'epoca del primo malore, aveva dovuto lasciare il campionato della Penisola per accasarsi al Brentford, in Inghilterra. Un caso simile a quello di Eriksen è poi stato quello del centrocampista della Fiorentina Edoardo Bove che aveva accusato un malore il 1. dicembre del 2024 durante una partita di campionato contro l'Inter. Anche lui impossibilitato a giocare in Italia, si era trasferito al Watford, club che milita nella serie cadetta inglese.
Ma per Marano, qual è l'approccio giusto da adottare: quello italiano o quello degli altri principali campionati europei? «Purtroppo non posso fornire una risposta perché al momento la comunità scientifica non ne ha ancora trovata una. Personalmente seguo con attenzione le discussioni e mi pongo a metà strada tra le due correnti di pensiero. La cosa migliore da fare è valutare caso per caso perché non tutti i problemi cardiaci sono uguali e non tutti gli sport comportano gli stessi rischi».
La situazione in Svizzera
I tifosi di lunga data del FC Lugano ricorderanno sicuramente che qualche anno fa, nel 2009 più precisamente, in bianconero era approdato un giocatore al quale le porte del calcio italiano erano state chiuse proprio a causa di un problema cardiaco: Felipe Martins. Ma allora, quale è la situazione nel nostro Paese? «In Svizzera non c'è una regola che impedisce ai calciatori con problemi cardiaci di giocare nei nostri campionati», chiarisce Marano. «Tutto viene lasciato alle indicazioni di medici e atleti. Generalmente viene fatta una visita medica che comprende sia la parte di medicina dello sport, sia quella cardiologica. Nel caso in cui un atleta dovesse presentare una problematica cardiovascolare, viene chiesto un parere al cardiologo che poi viene discusso con il medico della squadra e con l'atleta. Alla fine della discussione si prende una decisione. Se il calciatore sceglie di scendere comunque in campo deve firmare delle liberatorie in cui dichiara di essere cosciente dei rischi che si assume». A differenza dell'Italia, in Svizzera non esistono dunque linee guida della Federazione; si valuta caso per caso con il medico della società.
La struttura diretta da Marano, come detto in apertura di articolo, funge da punto di riferimento in campo medico anche per il FC Lugano. È allora interessante capire a quali controlli sottoponga i propri calciatori il club bianconero. «Nonostante in Svizzera non ci sia una vera regolamentazione, sottoponiamo gli atleti a controlli molto accurati», spiega il nostro interlocutore. «Tutti gli anni, a tutti i giocatori viene fatta una visita medica completa, una visita cardiologica completa e un'ecografia al cuore sotto stress. Facciamo cioè il massimo di quella che oggi è ritenuta una valutazione pre-competizione. Ciò mostra la grande sensibilità del Lugano sul tema. Non a caso i bianconeri sono uno dei club migliori in questo senso a livello svizzero».
«Si tutelino maggiormente i calciatori»
L'inizio, tra pochi giorni, dei Mondiali spinge anche a riflettere su quanto sia realmente tutelata la salute dei calciatori; il riferimento è ovviamente alle partite che verranno giocate alle 12.00 sotto un cocente sole estivo. «I fattori ambientali sono determinanti nello scatenare determinate problematiche, soprattutto a livello cardiovascolare», spiega Marano. «La temperatura esterna elevata associata a uno sforzo fisico intenso è uno dei fattori che più frequentemente porta gli atleti ad avere problemi cardiaci. Dal punto di vista medico è impensabile disputare partite in condizioni ambientali estreme caratterizzate da temperature elevate e forti tassi di umidità. Per questa ragione sono ormai anni che i medici sportivi fanno sensibilizzazione in tal senso. Le nostre restano però parole al vento perché alla salute dei giocatori si preferiscono gli interessi economici».
Nel mirino del nostro interlocutore non finiscono però solo le condizioni in cui si disputano gli incontri. «Un altro problema è il numero eccessivo di incontri che i calciatori disputano in una stagione. Diversi studi mostrano come tre giorni dopo un match i calciatori non abbiano ancora recuperato completamente dal punto di vista fisico. Nonostante ciò, però, vengono costretti a giocare ogni due/tre giorni tra campionato, coppe europee e coppe nazionali. Non è un caso che, nonostante le conoscenza nel campo della medicina dello sport siano progredite, il numero di infortuni muscolari è rimasto sostanzialmente invariato».




