Calcio

Italia, paura e ossessione Mondiali

Gli azzurri sfidano l’Irlanda del Nord a Bergamo, nella semifinale dei playoff di qualificazione all’edizione americana - I fallimenti del 2018 e 2022 sono gli avversari forse più ingombranti - L’esperto: «Esaltare l’accesso al torneo, per il movimento nazionale e sul piano mediatico, è un paradosso»
Il ct azzurro Gennaro Gattuso. ©AP/Fabio Ferrari
Massimo Solari
25.03.2026 21:30

L’Italia, per qualche ora, può ancora scegliere che cosa raccontarsi. Con quale registro. Con l’immancabile enfasi. Va da sé, si assiste a un florilegio di «ce la faremo» o «ce la faranno». Lo ha sostenuto Carlo Ancelotti, su queste colonne, e lo ha ribadito ieri - sulla Gazzetta dello Sport - Marcello Lippi, guida dell’ultima nazionale azzurra capace di salire sul tetto del mondo con Gennaro Gattuso allora in campo. «Rino mi somiglia» tiene non a caso a sottolineare l’ex commissario tecnico, intervistato a ridosso della semifinale dei playoff contro l’Irlanda del Nord. Di nuovo: l’Italia dispone di qualche ora per alimentare una narrazione carica di speranza. Una narrazione che, appunto, si aggrappa al trionfo del 2006 e dovrebbe sfociare - infine - nell’agognata qualificazione al torneo più prestigioso del pianeta, palcoscenico che non viene calcato addirittura dal 2014.

A Bergamo, dalle 20.45, gli azzurri puntano a gettare le basi per il ritorno all’ordine precostituito, da finalizzare martedì in casa di Galles o Bosnia. I fallimenti del 2017 e del 2022, i traumi di San Siro e Palermo con Svezia e Macedonia, sono però avversari decisamente più ingombranti dei nordirlandesi, tanto scorbutici e ben organizzati sul piano difensivo, quanto modesti nei valori tecnici. Speranza e paura, dunque, si mischieranno inevitabilmente al fischio d’inizio. E, a seconda della trama del match e delle spallate al risultato, un sentimento prenderà il sopravvento sull’altro.

Narrazioni decontestualizzate

«Il solo fatto che il ct Gattuso dichiari “ci meritiamo una gioia”, ad ogni modo, fornisce la dimensione dell’attuale crisi e suggerisce l’assenza di idee e figure grazie alle quali risolvere questa fragilità calcistica. Fallire significherebbe farlo per la terza volta. E a fronte di uno scenario simile, con buona pace del giornalismo complice e sempre pronto a decontestualizzare sconfitte e successi occasionali come a Euro 2020, nascondersi dietro la sagoma di un allenatore che ha avuto un allenamento e mezzo per preparare il playoff non sarebbe più ammissibile. La responsabilità della gestione ordinaria e straordinaria della Federazione, e quindi il ruolo del presidente Gravina e del suo entourage, non potrebbe più essere occultata».

Oltre a quello sportivo esiste un valore sociale: i Mondiali di calcio, per molte generazioni, sono stati tappe di una costruzione biografica
Mario Tirino, sociologo ed esperto in mediatizzazione dello sport

L’osservazione è di Mario Tirino, professore associato al Dipartimento di Studi politici e sociali dell’Università degli studi di Salerno. Sociologo ed esperto in mediatizzazione e comunicazione dello sport, Tirino soppesa il trattamento giornalistico del fenomeno azzurro, nel quadro delle recenti disfatte mondiali e della rincorsa al sogno americano della prossima estate. «Per quanto attendibile, l’esaltazione della possibile qualificazione rappresenta un paradosso. L’Italia sta infatti attraversando un momento storico che, sportivamente parlando, la pone ai vertici grazie a campioni come Jannik Sinner, Federica Brignone, alle punte di diamante dell’atletica o alle nazionali della pallavolo. E, appunto, è strano e al contempo ridicolo porre sullo stesso piano uno spareggio che vale l’accesso ai Mondiali con chi i Mondiali, o le Olimpiadi o gli Slam tennistici, li sta vincendo».

Gerarchie ed esempi virtuosi

Sarà che il pallone continua a tirare più di palline, sci e bagher. «È vero, il calcio rimane lo sport più popolare in Italia» riconosce Tirino. Per poi tuttavia precisare: «Ma sarà ancora così fra 20 anni? Non dimentichiamoci che sino all’inizio degli anni Sessanta, e nonostante due Mondiali già vinti, la disciplina più amata dagli italiani era il ciclismo. Tornando al presente, l’ascesa e la trasversalità di Sinner non va misurata solo in termini di audience generata dai suoi match, ma anche dal boom di nuovi iscritti ai circoli. Un traino, insomma, che a livello calcistico sta completamente venendo meno con la nazionale. Non solo. È evidente che un’Italia così debole, e che non riesce a esprimere un calcio, non dico di vertice, ma almeno di medio livello, non può non ridurre anche l’appeal e il valore della Serie A. L’esempio virtuoso, all’opposto, è costituito dal movimento norvegese».

Mentre gli azzurri del pallone falliscono, Sinner sta trainando il tennis in termini di popolarità e nuovi tesserati
Mario Tirino, sociologo ed esperto in mediatizzazione dello sport

A occuparsi di discipline e impatto mediatico, negli scorsi giorni, è stata pure Repubblica. Il tutto partendo da un semplice assioma: «Se i risultati aiutano il movimento, è il movimento a produrre risultati». Ebbene, ad analizzare lo stato di salute delle differenti realtà è stato Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, società leader di ricerca e consulenza. «Il calcio - ha illustrato - resta la prima disciplina, con un indice di penetrazione del 53% nella popolazione, il tennis è secondo con il 39%. Nel 2016 i valori erano rispettivamente 38 e 21». Non solo. «La Federtennis ha superato il fatturato della FIGC nel 2024 e punta a farlo anche nel numero dei tesserati».

«Si perdono spettatori»

Per il professor Tirino, quindi, «l’Italia non si sta giocando solo l’accesso al Mondiale 2026. No, in ballo c’è un bel pezzo del sistema calcio italiano e forse anche dell’economia che a esso è legata. Parliamo d’altronde di uno sport sempre meno accessibile in chiaro sulla tv generalista. Si stanno perdendo spettatori, giovani in primis, e a fronte, come accennato, di una potenziale e ulteriore riduzione dell’attrattività del prodotto, è immaginabile che DAZN e soci immetteranno molti meno soldi per aggiudicarsi all’asta i diritti tv della Serie A». Abitudini, rivoluzione digitale e speculazione economica s’intrecciano così ai 180 minuti - forse di meno, forse di più - dei playoff mondiali. «E naturalmente esiste, oltre a quello sportivo e commerciale, un valore sociale e culturale» indica Tirino. «Sono nato nel 1980 e i Mondiali, scandendo la mia gioventù e quella di milioni di italiani, hanno rappresentato le tappe di una costruzione biografica. Individuale e collettiva». Già. Ma se per 12 anni si manca l’appuntamento con il torneo, beh, smarrire un’intera generazione di appassionati è un rischio che va perlomeno considerato. Nel frattempo, e per qualche ora ancora, l’Italia può scegliere che cosa raccontarsi.

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