Messi e l'ultimo tango argentino, per un romanzo Monumental

Lionel Messi e l’Argentina. Un’ultima volta: la numero 208, con l’intreccio di addendi e destino a suggerire l’unica cifra possibile. Il 10. Il Diez. Nella notte su mercoledì, con il Benin a fungere da comparsa, gli occhi e i cuori del Monumental di Buenos Aires saranno tutti per lui. E con lui. Dopodiché, uno dei racconti calcistici più straordinari di tutti i tempi conoscerà il suo epilogo.
Leggenda e addio, evidentemente, dovevano consumarsi proprio lì. Nello stadio in cui, il 25 ottobre del 1997, tramontò la carriera dell’archetipo divino: Diego Armando Maradona. A differenza del «padre», tornato in campo nella casa del River con la maglia del Boca, a tre anni e mezzo dalla squalifica per doping ricevuta nel bel mezzo di USA ‘94, il «figlio» si congederà dalla Selección. Non ancora dal pallone. E però, soppesando momento e sentimenti, l’impressione che si ricava è inevitabilmente crepuscolare. Uno strappo definitivo, già, con il dovuto rispetto per l’Inter Miami.
Florent Torchut parla della terza e, sì, conclusiva rottura. «La prima si registrò con l’addio al Barcellona, dolorosissimo per il giocatore, come pure per il pubblico che, con ammirazione, ne aveva seguito il percorso dai 13 anni in poi. La seconda spaccatura, meno violenta, avvenne invece con la fine dell’esperienza europea e il trasferimento in MLS. Ora, però, si sta per chiudere un autentico romanzo. Perché quella tra Lionel Messi e l’Argentina è una storia che ha conosciuto uno sviluppo romanzesco».
Prima i fischi
Giornalista, tra gli altri, per France Football e autore della biografia «Lionel Messi: le Roi Leo», Torchut ha intervistato a più riprese la Pulce e ha conosciuto pure papà Jorge, la cui recente morte ha rafforzato l’inesorabilità del commiato. «Un commiato che, ovviamente, sarà sofferto» evidenzia Torchut. Per poi correggersi: «Anzi, più che sofferto lo definirei malinconico. Perché malinconia e nostalgia sono tratti distintivi del popolo argentino. E a racchiuderne lo spirito è il tango». L’ultimo tango di Lionel Messi. «Il Monumental ne accoglierà l’essenza, quel “piangiamo di gioia” che piace tanto agli argentini e a un Paese che ama cullarsi nella gloria del passato, come successe con Diego e come abbiamo osservato pure in occasione dell’ultima Coppa del Mondo» sottolinea il nostro interlocutore, per diversi anni attivo a Buenos Aires.
L’ultimo capitolo, come quelli più attigui per altro, metterà tutti d’accordo. «La trama, tuttavia, non è stata lineare» evidenzia Torchut: «Messi ha capovolto la situazione, trasformando una relazione complicata in osmosi e devozione. Parliamo di un giovane partito molto presto per Barcellona. Un giocatore che durante la Copa America casalinga del 2011 veniva fischiato e criticato aspramente. “Non sarà mai come Maradona”. “Non sente la maglia argentina”. Di Messi, è giusto ricordarlo, si diceva questo. Per tacere dell’addio alla Nazionale annunciato nel 2016, dopo la terza finale persa consecutivamente, tra Mondiali e Copa America».
Infine l’apoteosi
Il meglio e persino l’inaudito, è noto, dovevano ancora venire. «Messi è tornato, ha indossato il mantello del supereroe e, infine, ha vinto. Dapprima la Copa America, poi, certo, la Coppa del Mondo del 2022 in Qatar». E insieme a esse ecco la catarsi definitiva tra l’idolo promesso e i suoi seguaci. Oddio, ad applaudire, ammaliato, c’era pure il resto del pianeta. Va da sé, senza l’epica di Doha, «la partita del Monumental avrebbe avuto un sapore amaro. La classica opera incompiuta» rileva Torchut. «Vero, la Copa America del 2021, celebrata al Maracanã, al cospetto del Brasile, aveva già permesso di saldare parte del “debito” con gli argentini, tifosi che si definiscono resultaristas. Ad ogni modo si tratta degli stessi tifosi che avevano implorato Messi di riabbracciare l’Albiceleste, con il presidente Mauricio Macri in testa. Che lo avevano perdonato, finendo per essere ricompensati in maniera clamorosa, con il citato Mondiale in Qatar. Di qui la chiusura del cerchio ideale e l’immagine romanzesca».
Senza essere Maradona
Una volta sublimato, il rapporto tra Messi e gli argentini ha, se possibile, vissuto un’ulteriore evoluzione in chiave lirica. «Il che è stupefacente» evidenzia Torchut. Per poi precisare: «Anche se la finale ha premiato la Spagna, gli argentini hanno quasi preferito la versione di Messi al Mondiale 2026. A 39 anni, d’altronde, ha offerto delle prestazioni eccezionali. E il riconoscimento del popolo albiceleste, di riflesso, si è acuito». Come con Maradona? La domanda è scontata. «Anche se Leo non ha mai voluto paragonarsi a Diego» indica Torchut, che nell’ottobre del 2020 ha altresì avuto il privilegio di intervistare il Pibe de Oro. «Con Diego è sempre diverso, perché Maradona è stato una rockstar anche fuori dal campo, un personaggio sopra le righe, che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. Messi, in questo senso, è una figura più edulcorata. Ma, oggi, è praticamente impossibile trovare un argentino che non lo adori. Trasforma in oro tutto ciò che tocca e la sua immagine, complice la cultura della vittoria a cui alludevo in precedenza, è cambiata completamente rispetto a cinque anni fa».
Poteva giocare per la Spagna
Florent Torchut riallinea i piani descrivendo l’amore dei due calciatori più grandi di sempre per il proprio Paese. «Entrambi si sentivano e si sentono profondamente argentini. Non dimentichiamo che l’Argentina è uno Stato giovane, con poco più di 200 anni di storia. Il patriottismo in seno alla popolazione è davvero pronunciato. Sia Maradona, sia Messi, rappresentano appieno questo attaccamento alla Nazione, alla maglia e ai propri fratelli. E ciò nonostante ci si trovi di fronte a parabole differenti. La passione di Diego per la Selección era viscerale. Spesso giocava infortunato, intraprendendo lunghi viaggi da Napoli anche solo per trascorrere pochi giorni con la Nazionale. Insomma, incarnava questo spirito di sacrificio eroico, inserendosi alla perfezione nella mitologia argentina che va dal generale San Martín a Che Guevara, passando per Eva Perón. La dedizione di Messi per l’Argentina, però, è stata altrettanto profonda. Non scordiamoci che Leo è stato plasmato dalla Masia blaugrana e avrebbe anche potuto difendere i colori della Spagna. Questo scenario, tuttavia, è sempre stato fuori discussione. Quando stava iniziando ad affermarsi con il Barcellona, Messi e suo padre Jorge fecero i salti mortali per ottenere la convocazione con la selezione albiceleste. E il suo vivere la Nazionale in modo più razionale rispetto a Maradona, a mio avviso, non deve togliere nulla al valore e al vigore del suo attaccamento».
La Santa Trinità, e poi?
Messi, insomma, è e rimarrà un simbolo per l’eternità. La fine della sua carriera in Nazionale, però, non va misurata solo in chiave simbolica. Tradotto: l’Argentina si appresta a perdere un tesoro sul piano squisitamente sportivo. L’appiglio al quale era solita aggrapparsi nell’oscurità, quando le sorti di un match o addirittura un grande torneo sembravano segnate. «Una perdita immensa che apre un nuovo ciclo» conferma Torchut: «Bacino, talenti e calciatori importanti non mancano. Ma è innegabile che questa squadra, in assenza del suo salvatore e del suo genio, dovrà forgiare uno spirito collettivo nuovo e distribuire le responsabilità su più teste. L’Argentina rischia di attraversare un periodo difficile. È già accaduto, dopo Maradona, tra il 1993 e il 2021».
E gli argentini, appunto, ne sono consapevoli? «Realismo e cocciutaggine faranno a pugni» osserva Torchut. «Da un lato si è preparati a una fase di vacche magre. Dall’altro, inconsciamente, gli argentini continueranno a ritenersi i migliori. È la loro forza e la loro debolezza. Una cosa, comunque, è certa. È incredibile che un solo Paese abbia potuto emozionarsi con Messi, Maradona e, indietreggiando ancora un po’, persino Di Stéfano. La Santa Trinità». Appuntamento al Monumental di Buenos Aires per la messa. Forse l’ultima.


