L'approfondimento

Mondiali 2026, il torneo dell'unità diventa lo specchio delle tensioni tra USA, Messico e Canada

Dazi, visti negati e fischi alla bandiera americana: il torneo che doveva celebrare i legami tra Stati Uniti, Messico e Canada racconta invece le loro divisioni
©CHRIS TORRES
Marcello Pelizzari
16.06.2026 11:00

Sulla carta, la Coppa del Mondo FIFA 2026 avrebbe dovuto unire, una volta di più, Canada, Messico e Stati Uniti: tre Paesi, due frontiere, un solo torneo. Sullo sfondo, legami commerciali e culturali consolidati, in netto, nettissimo contrasto con Donald Trump e la sua politica economica, aggressiva, a suon di dazi. Per dirla con il Wall Street Journal, il Mondiale è una fotografia, a suo modo perfetta, delle tensioni e relazioni attuali. 

Andiamo con ordine: nei mesi e nelle settimane precedenti la competizione, i diverbi su commercio, sicurezza e politiche migratorie statunitensi hanno dominato il discorso. Poco prima dell'esordio, mentre il Messico era alle prese con una protesta «interna», la presidente Claudia Sheinbaum ha accusato Washington di interferire negli affari interni del suo Paese. E ancora: Trump, mai domo, ha rilanciato l'idea di annettere il Canada quale 51. Stato e ribadito che l'accordo di libero scambio con lo stesso Canada e il Messico è in dubbio.

In passato, scrive sempre il Wall Street Journal, la narrazione legata a un Mondiale era semplice e, aggiungiamo, semplificata. Il Sudafrica come destinazione emergente e forza trainante di un intero continente; il calcio che ritrova una delle sue culle storiche, il Brasile; il Qatar che trova posto nel salotto buono truccandosi da nazione occidentale, al netto dei soprusi e dei diritti negati. Era così anche per questo torneo a tre: nel 2017, quando venne lanciata la candidatura congiunta, la parola chiave nel dossier era unità. «Stiamo affrontando questa sfida insieme». A distanza di anni, l'orizzonte è cambiato. Volendo parafrasare Edward Smith, comandante del Titanic, vale la presunta frase che pronunciò durante la tragedia: «Ognun per sé». Ogni Paese, a partire dagli Stati Uniti, sta raccontando la propria storia. Washington punta sulla sicurezza a ogni costo, anche a scapito di persone legate a doppio filo alla FIFA come l'arbitro somalo Omar Artan, respinto alla frontiera, Città del Messico, invece, sulla cultura dell'ospitalità mentre il Canada si sta «vendendo» come nazione calcistica, alla faccia dell'hockey. 

Non finisce qui, dal momento che ogni Paese ha una sua mascotte mentre il logo delle città ospitanti non richiama, certo, il concetto di unità. E le citate tensioni, commerciali ma non solo, fra Canada, Messico e Stati Uniti sono esplose, sportivamente parlando, sia durante la cerimonia di inaugurazione a Città del Messico, con fischi su fischi al passaggio della bandiera a stelle e strisce, sia all'indomani a Toronto, all'esordio del Canada. John Kristick, direttore esecutivo della candidatura congiunta, ha ammesso che, ora come ora, è difficile scorgere uno spirito di unità: «Penso che sia rimasto nel dossier di candidatura» ha spiegato al Wall Street Journal. L'impressione, dunque, è quella di tre Mondiali che corrono in parallelo senza incontrarsi mai veramente.

Nel 2002, in occasione del primo Mondiale condiviso, i leader politici di Corea del Sud e Giappone parteciparono, insieme e felici, alla partita inaugurale a Seul. Nel 2008, quando Austria e Svizzera hanno organizzato il Campionato d'Europa, l'intesa era totale. L'attuale trio, tornando a Canada, Messico e Stati Uniti, si è allontanato di molto dal clima costruttivo di un tempo. I «tre amigos» si sono incontrati, di persona, solo una volta, lo scorso anno a Washington in occasione del sorteggio dei gironi, con Trump comunque al centro del palcoscenico.

Lee Igel, professore al Tisch Institute for Global Sport della New York University, ha spiegato al Wall Street Journal che, solitamente e storicamente, quando iniziano le partite le tensioni precedenti, qualsiasi esse siano, tendono a dissolversi. E invece, questo Mondiale continua a far parlare, discutere, arrabbiare anche. La narrazione secondo cui la Coppa del Mondo è una grande festa partecipativa, ad esempio, ha cozzato e cozza con l'inasprimento deciso dall'amministrazione Trump per i cittadini di Senegal, Costa d'Avorio, Haiti e Iran, il cui ingresso negli Stati Uniti assomiglia a un'impresa più che a una formalità (eufemismo). Di nuovo: diverse federazioni calcistiche, tra cui Iraq e Sudafrica, si sono lamentate del fatto che giocatori e membri dello staff abbiano dovuto affrontare lunghi ritardi in attesa dei visti o dell'ingresso negli Stati Uniti. L'Iran ha spostato il proprio ritiro nella città di confine messicana di Tijuana, anche se la squadra gioca tutte e tre le partite della fase a gironi negli Stati Uniti. Omar Abdulkadir Artan, che stava per diventare il primo arbitro della Somalia a una Coppa del Mondo, come detto si è visto negare l'ingresso negli Stati Uniti. Le autorità per l'immigrazione hanno sostenuto che avesse legami con presunti terroristi.

Davis Ingle, un portavoce della Casa Bianca, ha detto che Trump era concentrato nel rendere la Coppa del Mondo «non solo un'esperienza incredibile per tutti i tifosi e i visitatori, ma anche la più sicura e protetta della storia». Nel frattempo, il Canada ha negato l'ingresso a un giocatore ghanese accusato di stupro nel Regno Unito, Thomas Partey. Il Ministero dell'Immigrazione ha dichiarato in un comunicato che, secondo la legge canadese, i cittadini stranieri possono essere considerati inammissibili anche senza una condanna estera: «Il Canada è stato coerente nel sostenere che ospitare grandi eventi sportivi non modifica le leggi sull'immigrazione del Canada».

I funzionari canadesi e messicani, infine, hanno dichiarato che le tensioni geopolitiche hanno complicato (e non poco) l'organizzazione del torneo, nel quale sia il Canada sia il Messico ospiteranno 13 partite ciascuno, mentre gli Stati Uniti ne ospiteranno 78, inclusa la finale. «La quantità di sforzi che si stanno svolgendo dietro le quinte per garantire che la Coppa del Mondo sia un successo e sicura è eccezionale» ha detto Mark Wiseman, ambasciatore del Canada negli Stati Uniti, a un pubblico di imprenditori a Toronto la scorsa settimana, aggiungendo di essere in una chat di messaggi con i funzionari statunitensi che organizzano il torneo. Gabriela Cuevas, rappresentante del Messico per la Coppa del Mondo, ha detto di non avere avuto alcun problema con i suoi omologhi regionali. Ogni ospitante «ha i propri accordi, le proprie politiche e i propri regolamenti», ha detto.

Avrebbe dovuto essere il Mondiale dell'unità, dei tre Paesi che si stringono la mano davanti al mondo. Sta diventando, al contrario, lo specchio di un continente che si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi. Tre nazioni, due frontiere, un solo torneo: ma le frontiere, oggi, pesano più del torneo stesso. Restano i muri, i visti negati, i fischi alla bandiera, le mascotte che non si parlano. E resta quella parola, unità, scritta a caratteri maiuscoli nel dossier del 2017 ma rimasta lì, prigioniera di quelle pagine, un monumento alle ambizioni. Il pallone, d'accordo, rotola lo stesso. Ma i tre padroni di casa guardano altrove. E quando a luglio si alzerà la coppa, la vera domanda non sarà chi l'ha vinta, ma se questi tre Paesi sapranno ancora chiamarsi «amigos».