Calcio

Salzarulo e il Lugano, un anno dopo: «Oggi vedo un'altra cultura del lavoro»

Parla il braccio del Crus e già fidato collaboratore di Jose Mourinho, ingaggiato a settembre 2025 per scuotere una squadra in crisi - «Croci-Torti mi ricorda più Ranieri che Mou»
Michele Salzarulo, 43 anni, è entrato a far parte dello staff bianconero a inizio settembre 2025. © CdT/Gabriele Putzu
Massimo Solari
10.09.2026 06:00

Un anno fa, in piena crisi di risultati, il Lugano correva ai ripari adottando una serie di provvedimenti. Fra questi, l’inserimento di Michele Salzarulo nello staff tecnico. Dodici mesi più tardi, con una squadra che sembra inarrestabile, abbiamo incontrato il braccio destro del Crus, un passato da fidato collaboratore di José Mourinho all’Inter, alla Roma e al Fenerbahçe.

A proposito di Inter e Mourinho. Con quali occhi ha osservato il match di Champions League tra il Real Madrid e i nerazzurri, appena andato in scena al Santiago Bernabéu?
«Me lo sono goduto con leggerezza, curioso di vedere all’opera tanti amici, su un fronte e sull’altro. Per quanto riguarda la trama della sfida, e al netto degli errori dell’Inter, non sono invece rimasto sorpreso. Mi aspettavo esattamente questo tipo di partita, con i nerazzurri dominanti e la formazione di José più accorta e pronta a fare male con giocatori d’attacco che praticano un altro sport».

Come dichiarato alla vigilia da Mou, a tratti si è vista per davvero un’Inter che giocava a «occhi chiusi». Alla fine, però, hanno goduto i Blancos, sfruttando errori avversari e campioni del proprio arsenale. La buttiamo lì: è ciò che non dovrà accadere sabato al Lugano - che ormai gioca a memoria - contro le bocche di fuoco dello Young Boys?
«Guarda, proprio questa mattina, commentando l’incontro di Madrid, e con le dovute proporzioni, ho detto ai ragazzi che lo Young Boys è un po’ il Real della Svizzera. Perché dispone di un potenziale offensivo enorme e imprevedibile. Non a caso viaggiano a una media clamorosa di quasi 4 gol a partita. Quindi sì, l’analogia non è sbagliata. A scontrarsi, sabato, saranno il miglior attacco e la miglior difesa del torneo. E sono curioso di scoprire come andranno le cose. Oltre all’organizzazione e al lavoro del collettivo, l’esito degli uno contro uno sarà cruciale».

Un anno fa, quando accettò di far parte dello staff tecnico bianconero, la squadra barcollavasull’orlo di un burrone. Oggi guarda tutti dall’alto senza tentennare e collezionando solo successi. Che cosa è cambiato da allora?
«Quando firmai, non sapevo che cosa avrei trovato. Davvero, per me il Lugano era un oggetto misterioso. Il mercato estivo si era appena chiuso, e però ricordo giocatori ancora con la testa altrove. Ho continuato a percepire tale disorientamento per un paio di settimane. Ed è questa la differenza più lampante con l’estate che ci siamo appena messi alle spalle. Da metà giugno, quando è iniziata la preparazione, a oggi, ho ravvisato un’attitudine e una cultura del lavoro diverse. Ma non spetta al sottoscritto, dal momento che non è la sua materia, spiegare perché - rispetto alla scorsa stagione - le dinamiche e le aspettative legate al mercato non hanno destabilizzato il gruppo».

Di sicuro si è notato un progressivo miglioramento in termini di rigore difensivo. Quanti meriti si prende Michele Salzarulo?
«No, non mi prendo nessun merito. Il merito è di giocatori forti che hanno avuto la voglia e l’umilità di mettersi a disposizione. Io, dopo aver assistito a YB-Lugano al Wankdorf, ho avanzato alcune valutazioni tattiche al mister, limitandomi poi a trasmettere alla rosa quelle che erano le mie idee, i miei principi difensivi. Ma ripeto: a fare la differenza sul campo sono stati i singoli».

Io istrionico? Mou mi ha insegnato una cosa: la panchina non guarda la partita, ma la vive. Ed è giusto che sia così

Il Lugano, dicevamo, non ha ancora conosciuto inciampi. A partire da ottobre e sino a Natale, però, l’Europa non vi darà tregua. Per lei che in carriera ha vissuto tante stagioni internazionali, con l’Inter e a Roma, quale sarà la chiave per proteggere il primato in campionato e al contempo dimostrarsi ambiziosi in Conference League?
«Questo è il grande interrogativo. Credo che vada posto l’accento su tre fattori. Innanzitutto, occorre mettere più fieno possibile in cascina ora, poiché i momenti complicati - è inevitabile - interesseranno anche il Lugano. L’altra chiave, a mio avviso, passa dall’utilizzo e dalla rotazione del maggior numero di giocatori. Di qui l’importanza, già in questa fase, di rendere partecipi tutti: dalla fiducia attuale, infatti, dipenderà il grado di prontezza in autunno. Infine, giocando ogni tre giorni, conteranno riposo e gestione del recupero sul piano atletico».

Ritorniamo a dodici mesi fa, quando rispose positivamente all’appello di Mattia Croci-Torti, mentre pianificava di staccare la spina per un po’, godendosi la famiglia a Milano. La sua collaborazione, anche per queste ragioni, sembrava destinata al breve periodo. Della serie: «A un amico in difficoltà non si nega mai una mano». Come si è arrivati, dunque, al rinnovo sino al 2028? E le mansioni di Michele Salzarulo, nel frattempo, sono mutate?
«Mi è stato chiesto di concentrarmi sul sistema difensivo e, in questo senso, il cahier des charges non è mutato. Da subito, Croci-Torti mi ha concesso fiducia e responsabilità. Ed è un aspetto che ho apprezzato molto. Con il trascorrere delle settimane, poi, la sintonia con il campionato svizzero si è fatta vieppiù pronunciata. Il lavoro ha pagato, traducendosi in risultati incoraggianti. Mentre il feeling con il mister e il resto dello staff non è mai venuto meno. La prospettiva del nuovo stadio e di determinate condizioni di lavoro, non lo nego, hanno pure pesato. Passare le ore in ufficio e fare la doccia a Cornaredo è diverso dal farlo all’AIL Arena. Ve lo assicuro. Non da ultimo, la proposta di rinnovo del club è arrivata molto presto. E ve lo dice uno che ha sempre prolungato i suoi contratti a maggio-giugno. Insomma, ho capito che valeva la pena restare, dando continuità a un progetto promettente».

Ma esiste una «clausola Mourinho»? Tradotto: se il portoghese o un club di Serie A dovessero sottoporle una proposta domani, avrebbe margine per accettarla?
«No, nessuna clausola. Al momento di sottoscrivere il nuovo accordo, per altro, ne abbiamo discusso. Ma sono una persona che ama concentrarsi sul presente».

Il Crus ha contribuito in modo decisivo alla sua permanenza. Detto poc’anzi della squadra, quale evoluzione ha percepito nell’allenatore, da settembre 2025 a settembre 2026?
«Penso che siamo cresciuti tutti quanti. Sono migliorato io, lavorando con lui, e ha fatto altri passi avanti lui, insieme al resto dello staff. Per arricchire un gruppo, d’altronde, è bene che ciascuno condivida le proprie esperienze e le proprie competenze».

Croci-Torti non ha mai nascosto la propria ammirazione per José Mourinho, grande tecnico ma anche abile comunicatore. Trova che i due si assomiglino in qualche modo?
«A essere onesto, li trovo molto differenti. Non mi riferisco alle capacità e alle strategie comunicative, quanto alla gestione dello spogliatoio, con i suoi caratteri e i suoi umori. Mourinho è un tecnico decisamente più severo, mentre il Crus è un buono. Ecco, se dovessi paragonarlo a un allenatore top con cui ho collaborato, farei il nome di Claudio Ranieri».

Il disordine tattico della Super League mi ricorda un po’ quello del massimo campionato turco

Ad accomunare lei e il Crus, invece, sono la personalità e, mi permetta, un certo istrionismo. L’impressione, tuttavia, è che sia più Mattia a dover contenere l’ardore di Michele in panchina. È così?
«Non saprei. Avviene tutto in modo spontaneo ed è difficile riconoscere se esagero o meno. Mourinho, una volta, mi disse una frase che continuo a reputare un prezioso insegnamento: “La panchina non guarda la partita. La panchina vive la partita”. Ed è giusto che sia così. Avendo a disposizione iPad, oltretutto, captiamo tutto ciò che avviene in campo e di fronte a determinati errori o carenze, a livello arbitrale come pure da parte dei nostri giocatori, è difficile rimanere calmi e composti. Rispetto alle prime partite in bianconero, ad ogni modo, credo di essere migliorato (ride, ndr.)».

Ma dopo l’episodio a Thun di fine aprile, quando se la prese con Bertone, beccandosi 4 turni di squalifica, sente di essere un osservato speciale delle squadre arbitrali?
«Diciamo che ultimamente, prima del fischio d’inizio, mi viene puntualmente ricordato che cosa non è possibile fare a gara in corso. Personalmente l’ho ritenuta una squalifica fuori dal mondo. In Serie A, forse, sarei stato ammonito».

Un anno di Lugano. Un anno di calcio svizzero. In quali aspetti, e lo chiediamo allo specialista che ha lavorato ad altissimi livelli, arranca ancora la Super League?
«Non mi soffermerei sulla qualità dei giocatori. In seno alle squadre di vertice, in effetti, i profili interessanti non mancano. Per oltre un decennio ho masticato pane e tattica in Serie A, e da questo punto di vista i margini di miglioramento della Super League sono innegabili. Penso in particolar modo all’organizzazione difensiva. Il massimo campionato svizzero, in questo senso, mi ricorda un po’ il disordine della Süper Lig turca».

Mattia Croci-Torti e Michele Salzarulo.
Mattia Croci-Torti e Michele Salzarulo.
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