Una fede incrollabile, dal Campo Marzio alla AIL Arena

«Devo ammettere una certa commozione. Sono onorato». Gli occhi di Kurt Pescia luccicano. Emozione e incredulità lottano fra di loro, si mischiano. Così come i ricordi, che il 93.enne di Dino condivide con generosità. «Pensi un po’, dal Campo Marzio alla AIL Arena, passando per Cornaredo». Una storia bellissima, in effetti. Una storia di vita in bianconero.
Il 1. febbraio scorso, la famiglia Pescia era in prima linea. Pronta, prontissima ad aggredire alta la campagna abbonamenti lanciata dal Football Club Lugano in vista dell’ingresso nel nuovo stadio. Fischio d’inizio: ore 10. Operazione completata: ore 10.01. I fratelli Riccardo e Alessandro, e papà Kurt, prenderanno posto nel settore C3, file 9 e 10. «Un sogno» ci confida il classe 1933, lo sguardo vispo e la memoria lucidissima, qualche minuto prima di lasciarsi sorprendere da una meraviglia reale, mentre visita in anteprima l’impianto più moderno del Paese. «Il mio – osserva Kurt Pescia – è uno stupore profondo. Più volte, nelle scorse settimane, mi sono ritrovato a fantasticare sfruttando la mappa digitale dello stadio presente su Internet. Uno strumento capace di suggerire, ancor prima di toccarla con mano, la particolarità della AIL Arena. Penso in particolar modo alla prossimità tra tribune e terreno di gioco. Tutto sarà raccolto e, dunque, si respirerà un’atmosfera speciale. Come quando ero un ragazzino, insieme ad altre diecimila persone, al Campo Marzio».
Due parole, o meglio, un luogo che sono una macchina del tempo per il fedelissimo abbonato bianconero. «All’epoca mi piaceva posizionarmi di fronte alla tribuna, o dietro la porta, lato Nord» rammenta Kurt. Per questo motivo, forse, i primi giocatori che cita sono due estremi difensori: «Mosena e Corrodi, a cui piaceva parare con una mano sola». Ma nella mente di chi abbiamo di fronte sono impressi anche suoni e immagini. «Mio padre, che visse la conquista della prima Coppa Svizzera, nel 1931, proprio al Campio Marzio, faceva il poliziotto. E, stando ai racconti di mia mamma, gli altoparlanti dello stadio erano soliti annunciarne la presenza, a mo’ di garante della sicurezza. “Pescia al gh’è”. E via, la partita poteva iniziare».
Quando il Lugano, invece, si esibiva in trasferta, l’abitudine era un’altra. «Si transitava da piazza Dante, al caffè della Posta, storica sede del club. E se la bandiera bianconera era esposta, beh, significava che la squadra aveva vinto».
Di successi, e persino di trionfi, Kurt Pescia ne ha assaporati diversi. Dal titolo della stagione 1948-49, «con Fornara e il mitico “Cirella” Bernasconi», alla Coppa del 1968, «vinta contro il Winterthur del temibile Konietzka, con gol del grande Otto Luttrop e Simonetti. Andammo a Berna in treno». E non sarebbe stata l’ultima volta. Kurt c’era anche in occasione degli atti conclusivi al Wankdorf del 1993, 2022, 2023 e 2024. «Saltammo invece la finale del 2016, a Zurigo» indica il figlio Riccardo, il cui amore per il FC Lugano è sbocciato sulla vecchia tribuna di Cornaredo. «C’era ancora mio nonno, tre generazioni di Pescia. Come ora, peraltro, visto che anche mio figlio, che studia in Svizzera interna, segue appena può la squadra di Mattia Croci-Torti».
Kurt, lui, affianca l’attuale stadio bianconero dal primo giorno. Nel bene e nel male. «C’ero quando Riva IV trafisse l’Italia, nel 1951, come pure in occasione dei Mondiali casalinghi, per Italia-Belgio. Ah, e come scordare il clamoroso spareggio a tre, con Zurigo e Grasshopper, al termine del campionato 1967-68. Non solo. Mio malgrado sono stato costretto a digerire pure lo spareggio promozione-relegazione del 2010, con il derby vinto dal Bellinzona».
Per ogni episodio descritto, anche quelli più amari, il nostro interlocutore si affida a parole vive e al contempo cariche d’affetto. L’apice, in questo senso, si percepisce al momento di rispolverare l’amicizia con il presidente Tullio Calloni, «una carissima persona, facemmo la maturità insieme», le giocate di Luttrop – «in caso di calcio franco, sapevamo già che avrebbe trovato la rete» – e le parate di Prosperi: «Non era alto, ma possedeva un’elasticità incredibile». Volti e gesti che simboleggiano ere sportive. A 93 anni, Kurt Pescia le ha attraversate quasi tutte, saldo nella propria fede calcistica. Ora cammina di fronte a noi, con passo deciso, spinto più che sorretto dal bastone, verso la prossima tappa. Il richiamo della AIL Arena è irresistibile. Una volta giunti sulla superficie di gioco, accolti e cinti in un abbraccio bianconero, è per contro inevitabile spalancare occhi e bocca. «Il campo è morbido. L’erba di un verde intenso. Sembra di molleggiare. Sì, devo ammettere una certa commozione». Gli occhi di Kurt Pescia non smettono di luccicare. La sua emozione è stata anche la nostra.
