Il calcio generi i suoi anticorpi

Un procuratore cantonale straordinario affiancato da specialisti finanziari che analizzano le potenzialità economiche di un possibile investitore intenzionato a mettere le mani su una società calcistica? Un ex direttore di questo giornale direbbe che ormai siamo finiti al di là del bene e del male… (e non approverebbe i puntini di sospensione). L’idea – espressa da un non meglio precisato cittadino e ripresa dalla stampa - è semplicemente folle e non meriterebbe un commento, non fosse che in questo clima politico litigioso e pronto a surriscaldarsi in vista delle elezioni cantonali del prossimo anno, non sarei del tutto sorpreso di vederla raccolta da qualche deputato o candidato a diventare tale.
Suvvia, non scherziamo. L’ente pubblico ha ben altro a cui pensare e per garantire la pratica dello sport d’élite investe già capitali importanti in materia di infrastrutture e sicurezza. Addirittura in maniera discutibile, quando i soldi del cittadino sono destinati a sostenere lo svolgimento di attività sportive che rispondono alle logiche del puro e semplice business. D’accordo: il discorso è lungo e complesso, a beneficiare del sostegno dell’ente pubblico non è solo lo sport, ma anche altri settori della vita sociale, come la cultura per esempio, e quando si affrontano certi discorsi entrano in gioco le emozioni, il senso di appartenenza, l’orgoglio e magari anche l’indotto economico generato dall’evento sportivo o culturale.
Che i servizi dello Stato debbano fungere da filtro per garantire che l’accesso alla proprietà delle società sportive sia consentito esclusivamente a persone credibili e dal profilo moralmente ed economicamente ineccepibile è pretendere troppo. Prima di tutto perché il sistema calcio, dalla Fifa in giù sino alle leghe nazionali, ha già predisposto tutta una serie di verifiche e antidoti che dovrebbero scongiurare l’insediamento di avventurieri ai posti di comando delle società sportive. Il sistema delle licenze gestito dalla Swiss Football League è sicuramente perfettibile, e il caso dell’AC Bellinzona lo conferma, ma è comunque una garanzia di stabilità e credibilità. Purtroppo, l’ecosistema calcio è costituito da una rete di relazioni malsane che si sviluppano sull’asse dirigenti-tifosi-media (qualche volta anche col coinvolgimento della politica) e fa leva sull’emotività e l’irrazionalità. Se la Lega chiede ad un club maggiori garanzie per potergli accordare la licenza di gioco, quella stessa piazza che a mesi di distanza e di fronte alla possibilità di un fallimento inveisce contro i dirigenti ed esige maggior rigore, sul momento grida all’ingiustizia, a volte spalleggiata da media piuttosto compiacenti, che non hanno interesse a farsi contestare dai tifosi.
È il sistema calcio stesso che dovrebbe generare gli anticorpi necessari a guarire i suoi mali. So di andare contro corrente, ma quante volte – e non mi riferisco solo al Ticino, perché ormai il fenomeno si è generalizzato e riguarda tutta la Svizzera - abbiamo sentito commentatori affermare che bisogna ringraziare a prescindere coloro che, arrivando da lontano, mettono i loro soldi nel nostro calcio, come fossero filantropi e non uomini d’affari che si muovono sul mercato alla ricerca di buoni investimenti? Chi ha consegnato loro, inseguendo la chimera del grande risultato e senza farsi troppe domande, società che sino a un po’ di anni fa erano saldamente in mano a dirigenti locali?
Potrei continuare, chiedendo che senso ha proporre un calcio sradicato completamente dal territorio, con squadre che non schierano un solo calciatore locale. E restando al nostro orticello: da quanto tempo il Ticino non riesce più a formare talenti capaci di trovare posto in una squadra della Swiss Football League? È davvero questo il calcio che vogliamo e desiderano i nostri giovani?


