Il Mondiale che era dei russi e la festa della Lettonia
Dodici mesi fa i Mondiali di hockey su ghiaccio iniziavano senza Russia e Bielorussia, escluse per ovvi motivi, e si concludevano con il trionfo della Finlandia nella finale di Tampere. In tribuna d’onore, con un paio di jeans strappati sulle ginocchia e la maglia della sua nazionale troppo larga di almeno tre taglie, la premier Sanna Marin appariva felice e invincibile. Quest’anno Russia e Bielorussia sono ancora fuori dai giochi e la finale sarà ancora a Tampere. La Finlandia resta una delle favorite per il titolo. Ma stavolta Sanna Marin, sconfitta alle elezioni di aprile, dovrà impegnarsi di più per trovare un biglietto. Lo abbiamo già scritto in passato: con la loro cadenza annuale, i Mondiali di hockey riescono a testimoniare e raccontare gli accadimenti importanti e le trasformazioni geopolitiche. Un cambio al governo. Una guerra. L’edizione iniziata ieri, per dire, avrebbe dovuto svolgersi in Russia.
Più precisamente a San Pietroburgo, sede designata nel 2019 per la gioia di Vladimir Putin, primo tifoso della locale squadra di KHL, ma anche del friburghese René Fasel, presidente della federazione internazionale di hockey (IIHF) dal 1994 al 2021. Lo stesso Fasel che qualche mese fa ha ricevuto la cittadinanza russa. Per le ovvie ragioni citate in apertura, i Mondiali del 2023 si tengono invece a Tampere e Riga. Di nuovo. La città finlandese, con la sua futuristica arena, non ha avuto problemi a rimettersi subito in gioco. Tutto pronto, tutto collaudato. Per la capitale lettone, invece, si tratta quasi di un risarcimento - di una ricompensa, se preferite - dopo il Mondiale del 2021 ospitato a porte chiuse a causa della pandemia. Una rassegna che Riga si era caricata interamente sulle sue spalle dopo che la IIHF capì di dover togliere la co-organizzazione a Minsk per ragioni di sicurezza, con la Bielorussia infiammata dalle proteste e dalle violente repressioni del regime. Lo fece tardivamente, a soli tre mesi dall’inizio del torneo e dopo un controverso abbraccio tra Fasel e il presidente bielorusso Lukashenko.
Ed eccoci qui, al seguito della Svizzera a Riga, sede del Gruppo B. La guerra non è lontana, il confine russo è a meno di 300 chilometri, ma come fecero i finlandesi un anno fa, anche i lettoni vogliono godersi pienamente l’evento e fare festa. Da queste parti, del resto, l’hockey è lo sport nazionale. Ieri sera, in occasione dell’esordio dei padroni di casa contro il Canada, il pubblico ha dato spettacolo nonostante una partita compromessa sin da subito. Un muro di tifosi con la maglia granata pronto a trascinare i propri beniamini verso i quarti di finale. Un fattore di cui dovrà tenere conto anche la nazionale rossocrociata, che chiuderà la fase a gironi proprio contro la Lettonia in quello che potrebbe anche diventare uno scontro decisivo, qualora il nostro cammino dovesse rivelarsi più complicato del previsto. Per la selezione di Patrick Fischer, i quarti di finale sono diventati l’obiettivo minimo. Ma non bastano più per gioire. A maggior ragione senza la Russia, squadra abbonata alle semifinali. Nel mirino dei rossocrociati c’è l’ultimo weekend della competizione, quello che assegnerà le medaglie. In un torneo orfano di grandi nomi della NHL, il probabile arrivo di tre nuovi rinforzi da oltre oceano (Akira Schmid, Jonas Siegenthaler e Nico Hischier dei New Jersey Devils, estromessi giovedì notte dai playoff) alzerà notevolmente il potenziale svizzero. Ma aumenterà anche la pressione. La stessa pressione che ci tradì lo scorso anno contro una modesta selezione statunitense.
Un’ultima cosa: giovedì 25 maggio vi piacerebbe assistere dal vivo al quarto di finale della Svizzera? Ammesso che la Nazionale si qualifichi, fino a due sere prima non saprete se volare a Tampere o Riga. È il destino di un torneo diviso tra due Paesi, ma soprattutto di una formula che non permette previsioni. Oltre a testimoniare i cambiamenti altrui, i Mondiali dovrebbero forse iniziare a ripensare sé stessi.


