Il secondo trionfo del PSG è un’altra vittoria per il calcio

Non è stata, sia ben chiaro, la miglior prestazione del Paris Saint-Germain. E non è stata, nemmeno lontanamente, una mattanza in stile Monaco. L’Arsenal, a differenza dell’Inter, ha saputo tenere botta. E lo ha fatto chiudendosi, provando a difendere in ogni modo il vantaggio iniziale guadagnato con la marcatura di Havertz. Probabilmente, l’unico modo per provare a contrastare la spietata formazione di Luis Enrique era esattamente questo. O meglio, lo era per l’Arsenal, per come è stata costruita e plasmata la compagine londinese. L’unica squadra che ha lottato vis-à-vis di fronte al Paris Saint-Germain, in questa edizione della Champions League, è stato il Bayern Monaco. Solo loro, d’altra parte, vantano una qualità tecnica paragonabile a quella dei parigini.
«Una sola squadra in campo»
L’ultimo atto di Budapest non è stato invero un grande spettacolo ma, dicevamo, questo aspetto è tutt’altro che sorprendente a causa dei dettami di Mikel Arteta, il cui gioco si basa sul rigore tattico e un’esasperata organizzazione difensiva. Un calcio efficace, certo, e che non solo ha permesso ai Gunners di giungere fino in fondo in Champions League, bensì ha consentito ai londinesi di tornare a conquistare il titolo in Premier League. Un calcio, però, francamente noioso. E alcune statistiche del match ci vengono in supporto: in 75’ (ossia dal secondo tempo sino al termine dei minuti supplementari) l’Arsenal ha prodotto 0.01 expected goals. Un’inezia. Inoltre, sull’arco dell’intero incontro ha fatto registrare un possesso palla pari ad appena il 28%. Un dato, questo, per certi versi storico. Si tratta, infatti, di un record (negativo) per ciò che concerne le finali di questa competizione. Infine, va pure sottolineato il fatto che il tiro in porta di Havertz, valso il momentaneo 1-0 e giunto già al 6’, è stato l’unico, sì l’unico, scagliato dai suoi in tutta la partita. Poco, troppo poco.
E allora, forse, è giusto che a sollevare la coppa dalle grandi orecchie sia stato il PSG, che - seppur senza incantare, per una volta - ha cercato maggiormente la vittoria. «È stata dura - ha commentato Luis Enrique - perché loro hanno saputo difendersi bene. Noi siamo abituati ad attaccare in questo modo, con molti giocatori avversari dietro la linea della palla. Per come abbiamo giocato per tutta la stagione penso che questo si possa considerare un successo meritato. Forse, oggi entrambe le squadre avrebbero meritato di vincere». Rispetto al tecnico iberico, sempre straordinariamente elegante, il suo centrocampista, Joao Neves, è scelto altre parole, quelle della verità: «Onestamente, ho visto soltanto una squadra in campo». Touché.
La forza del gruppo
La vittoria dei parigini, insomma, è pure un trionfo per il calcio, quello fatto di idee e proposte offensive. È il successo di una squadra che - dopo la partenza di Mbappé - ha messo definitivamente da parte l’ego delle sue stelle, per lasciare spazio alla forza del gruppo. E non è un caso che la formazione titolare - per quanto riguarda i giocatori di movimento - sia stata la medesima scesa in campo l’anno scorso contro l’Inter. Un segnale di continuità, per un progetto - sì, è proprio il caso di dirlo - incredibilmente vincente. Il ciclo del Paris Saint-Germain non sembra minimamente destinato a concludersi a breve. I meccanismi impartiti da Luis Enrique funzionano alla perfezione e per tutte le big d’Europa si prospettano altri anni davvero duri.
I francesi, va detto, hanno dalla loro un ulteriore vantaggio, ovvero la scarsa concorrenza in patria. Un vantaggio che però va sfruttato. Per anni, soprattutto in Italia, si è discusso delle presunte problematiche legate a un campionato «non allenante». La verità è che per imporsi in Ligue 1 i parigini devono sostanzialmente svolgere il compitino, permettendosi così il lusso di far riposare i propri uomini migliori. La gestione, in termini di minutaggio, consente loro di arrivare agli appuntamenti clou, di fine stagione, con ancora parecchia energia in corpo. Anche in questo senso, è più che lecito immaginarsi alcuni giocatori del PSG tra i protagonisti assoluti del prossimo Mondiale. E occhio, perché se a imporsi dovesse essere la Francia, Dembélé potrebbe riconquistare pure il Pallone d’Oro.
