L'epilogo amaro di una festa memorabile

È finita male. L’oro è sfuggito ancora. Ci resta la terza medaglia d’argento in tre anni, la quinta dal 2013. Ma resta anche tanto, tantissimo altro. Il Mondiale in Svizzera è stato un successo. Quello della Svizzera – intesa come squadra – anche. Qualcuno si ostinerà a parlare di fallimento, come se una sconfitta in finale, dopo un torneo interpretato alla perfezione, con nove vittorie piene, non potesse neanche essere contemplata. Come se i finlandesi – solidi, strutturati, con più giocatori di NHL di noi – fossero gli ultimi arrivati. Ovviamente c’è tanta amarezza e gli stessi giocatori rossocrociati faranno fatica a prendere sonno. Perché l’occasione, con tutto il pubblico a favore, con la fiducia accumulata strada facendo, era ghiotta. Eccome. Ma questo dolore, un giorno, passerà. Le emozioni vissute in due settimane di passione, di gioia, di connessione totale tra la Nazionale e i suoi tifosi, invece, rimarranno per sempre. Nella sua drammaticità sportiva, il congedo tra squadra e pubblico è stato toccante. Un grande ringraziamento reciproco. Un conto è perdere nel silenzio di Stoccolma, come è successo un anno fa contro gli USA. O nel frastuono di Praga del 2024, con 17 mila cechi in delirio. Un altro è uscire sconfitti tra gli applausi della propria gente.
Da oggi la Svizzera è al primo posto nel ranking IIHF. Non vale una medaglia d’oro, ma la dice lunga sul percorso compiuto negli ultimi dieci anni. Ai Mondiali di Zurigo avrebbe dovuto chiudersi l’era Fischer, che invece è terminata in anticipo per il noto scandalo del falso certificato COVID. Era la metà di aprile: a un mese dalla gara d’esordio, la festa sembrava già rovinata. Invece la squadra è riuscita a ricompattarsi, uscendo ancora più forte dalla tempesta. E il pubblico l’ha seguita, creando rituali da pelle d’oca, tra canti in bärnerdutsch e ospiti VIP. La generazione di fenomeni del nostro hockey, trascinata dai veterani Roman Josi e Nino Niederreiter, ha fatto «all-in» su questa rassegna iridata casalinga. L’assenza di alcuni illustri infortunati – Fiala, Siegenthaler e Kurashev su tutti – ha impedito a Cadieux di schierare una squadra ancora più forte e potenzialmente inarrestabile. Ma il tecnico rossocrociato, promosso prima del previsto in seguito al licenziamento del suo illustre predecessore, è stato bravo ad affrontare ogni difficoltà, puntando su un’identità già radicata, su uno spirito di gruppo consolidato e sulla sua personalità, molto diversa da quella di «Fischi». Jan è di poche parole, non ama i riflettori, mette sempre la squadra davanti a lui. Ma ha dimostrato di sapere il fatto suo, sul piano tattico e gestionale. Quando venne nominato alla guida del Ginevra, nel 2021, fece una promessa a suo padre, il mitico Paul-André Cadieux, scomparso nel 2024: «Tu sei stato un giocatore migliore di me, ma io diventerò un allenatore più bravo di te». Ci è già riuscito. Per lui, però, le sfide sono appena iniziate. Forse per la Nazionale si è chiuso un ciclo, forse no. Qualche «mostro sacro», più vicino ai 40 anni che ai 30, potrebbe fare un passo indietro. Le nidiate di fine anni Novanta, invece, ci proveranno per qualche Mondiale ancora. In Germania nel 2027, in Francia nel 2028, in Slovacchia nel 2029... Qualche giovane verrà integrato strada facendo, ma prima o poi il vuoto generazionale potrebbe presentare il conto. E per la Svizzera, le finali non sarebbero più un’abitudine. E un argento tornerebbe a essere accolto da tutti con lo stupore del 2013 e l’orgoglio del 2018.


