René Matte, da Ambrì alle stelle: «Ma Zurigo non mi ha cambiato»

René Matte è sempre lì, alla transenna, pronto a dispensare un consiglio prezioso e a serrare le file. Il contesto, quello, è invece mutato. E anche parecchio. Dalla Gottardo Arena e dallo spirito della valle al luccichìo della Swiss Life Arena, dove è facile perdere il conto dei successi e dove - questa sera - l’assistente allenatore canadese ritrova l’Ambrì. Lo abbiamo intervistato.
Dunque, a Zurigo vi state già preparando per i playoff...?
«Certo che no. Il nostro inizio di stagione è stato ottimo, e ne siamo consapevoli. Ma il campionato è giovane e ci resta ancora tanto lavoro da fare per migliorare e perseguire i nostri obiettivi».
Battute a parte. Tredici punti di scarto sui primi inseguitori, dopo nemmeno un terzo della stagione, costituiscono un vantaggio impressionante, non crede?
«Le vittorie, però, valgono 3 punti e il vento - in National League - può cambiare in fretta. Non è il momento di prestare attenzione al calendario e alla classifica. Restiamo concentrati sul presente e sulla prossima partita».
Partita che vi vedrà affrontare l’Ambrì. Senza entrare nei dettagli dell’incrocio di stasera, nessuno si attendeva di vedere i biancoblù al secondo posto, proprio alle spalle dello ZSC. René Matte è sorpreso?
«Sì, un po’. Non lo nego. In Leventina sono cambiate diverse cose e in questo avvio di stagione sono già stati raccolti importanti frutti. Abbiamo già avuto modo di sfidare l’Ambrì: l’etica del lavoro e l’intensità portate sul ghiaccio da questa squadra sono emerse chiaramente. Sforzi che, indubbiamente, sono stati ricompensati a livello di risultati».
Nel giro di sei mesi lei è passato dall’essere l’assistente allenatore di un club chiamato a soffrire, turno dopo turno e in ogni stagione, finendo spesso per accontentarsi di guardare i playoff in tv, alla società più ambiziosa della National League. Ha dovuto cambiare la sua mentalità e il suo approccio al lavoro?
«Non direi. Naturalmente si è trattato di adattarsi a un nuovo allenatore e, di riflesso, a uno stile di gioco differente. Al camp di preparazione estivo, comunque, siamo arrivati molto preparati e con le idee chiare circa la filosofia da adottare. Compresi i piccoli aggiustamenti da richiedere ai singoli giocatori. Il tempo è volato e, a dirla tutta, non mi sono nemmeno posto troppe domande».
Una cosa è certa: oggi è chiamato ad allenare e gestire dei giocatori e delle personalità molto differenti rispetto ad Ambrì: come si affronta uno spogliatoio composto da campioni ed ex stelle della NHL?
«Qualcosa cambia, è vero, ma alla fine l’hockey resta hockey, i giocatori restano giocatori. Quelli che alleniamo a Zurigo possiedono sicuramente maggiore esperienza a livello nazionale e internazionale. Rispetto ad Ambrì, dunque, è diverso il vissuto dello spogliatoio. Il che si traduce in un management e in un dialogo differente. Il lavoro sul ghiaccio, per contro, non differisce dalle attività svolte ad Ambrì o, in precedenza, a Friburgo».
E da un punto di vista personale, per l’appunto dopo aver vissuto tanti campionati nella parte bassa della classifica, René Matte vive l’attuale e felice situazione come un piccolo premio alla carriera?
«Abbiamo disputato appena 16 partite di regular season e nulla è stato acquisito. Perciò mi sembra molto presto ragionare in termini di ricompense personali. Processo e percorso della squadra sono in piena evoluzione».
Intanto è alla ventesima stagione in Svizzera: quanto si sente cambiato dopo tutti questi anni?
«In effetti credo di essere il tecnico più longevo in circolazione. A maggior ragione ora che mio fratello Louis non è più a La Chaux-de-Fonds (ride, ndr.). La trasformazione più significativa, a mio avviso, ha interessato il modo di dialogare e negoziare con i giocatori, anche i più giovani. È stato necessario adeguarmi, aggiornarmi, così come lo hanno fatto i club. L’hockey è poi diventato più offensivo e, in Svizzera, ha subito una scossa notevole con il passaggio da 4 a 6 stranieri, a seguito del quale il livello della lega è cresciuto ulteriormente».
Poter affiancare un’istituzione come Claude Julien immaginiamo rappresenti la migliore fonte d’ispirazione e di stimoli anche per un coach di esperienza come lei. È così?
«Siamo uno staff composto da cinque persone, con anche Fabio Schwarz, Magnus Wennström e Mattia Stendahl, e la motivazione quotidiana è uscire dalla nostra zona di comfort per aiutarci e migliorare il più possibile la squadra. Detto ciò, è chiaro che collaborare con Claude Julien significa poter attingere da un’esperienza enorme. Imparo ogni giorno osservandolo, in particolare nel modo in cui si pone sia con i singoli, sia con il collettivo. La sua grande forza è proprio questa».
Con Julien aveva già collaborato all’Ambrì, durante la stagione 2022-23. Quanto è stato provvidenziale per convincere la dirigenza degli ZSC Lions a puntare anche su di lei per completare lo staff tecnico?
«Credo che lo abbia convinto vedermi all’opera con Luca Cereda. Trattandosi della sua prima esperienza in Europa in qualità di head coach, inoltre, necessitava di una figura che conoscesse bene la lega e i suoi giocatori. Soprattutto in una prima fase. Mi ha contattato per chiedermi se fossi interessato al lavoro. E poi è andato tutto abbastanza in fretta».
Non ha avvertito l’esigenza di mettere per un attimo in pausa la carriera dopo i mesi movimentati vissuti alla Gottardo Arena?
«Siamo stati licenziati a fine gennaio. Quindi sono rimasto fermo a febbraio, marzo, aprile e maggio. Quattro mesi per riposare bastano e avanzano (ride, ndr). Poi, ripeto: quando a proporti un nuovo incarico sono gli ZSC Lions e Claude Julien, beh, non c’è molto su cui riflettere».
Ripensando alle figure con cui ha collaborato ad Ambrì lungo la scorsa stagione, tutti hanno ricevuto un’opportunità per rilanciarsi: Luca Cereda con la Svizzera U20, Paolo Duca come CEO a Zugo, Éric Landry al Rouen in Francia. E lei, appunto, a Zurigo.
«Lo ritengo un buon segno. Nonostante il finale difficile, i nove anni di lavoro in biancoblù sono evidentemente stati notati e apprezzati anche da persone esterne al club».
Ho letto che abita a Winkel, a due passi dall’aeroporto di Kloten. La voglia di prendere un volo per tornare in Québec non la assale mai?
«No, no, affatto. La mia vita è in Europa, la mia vita è in Svizzera. L’ho sempre detto, ormai mi considero più europeo che canadese. Mia moglie e mia figlia sono qui, sono svizzere. Ci limitiamo quindi a qualche vacanza. Ad aprile, per esempio, sono tornato in Canada dopo otto anni».
Un’ultima domanda: dopo tanti anni in Romandia e nove stagioni in un paesino di valle con poche centinaia di abitanti, è immerso nella metropoli della Svizzera tedesca: che cambiamento è stato fuori dal ghiaccio?
«Le due settimane vissute a Zurigo, in qualità di consulente della RTS, durante i Mondiali, mi hanno permesso di assaggiare la città. Ma non ravviso differenze clamorose e non si è trattato di metabolizzare uno choc culturale. Riconosco tuttavia come imparare lo svizzerotedesco sia tutto fuorché semplice. Con l’italiano era andata molto meglio, ma un passo alla volta ce la faremo».

