Mondiali

Ticinese oppure no? Viaggio alle origini di Attilio Biasca

Alla scoperta dell'attaccante rossocrociato attraverso le sue parole e quelle dei genitori: papà Nicola, medico dell'Ambrì, ha lasciato il nostro cantone nel 1982 - Mamma Gabriela, invece, è ceca - Alle partite del figlio non mancano mai
© Andrea Branca
Fernando Lavezzo
18.05.2026 06:00

La Swiss Life Arena è ancora in festa. Dopo gli USA, la Svizzera ha battuto anche la Lettonia. A fine partita, Attilio Biasca volge lo sguardo verso papà Nicola e mamma Gabriela, seduti in tribuna, nel settore riservato alle famiglie dei giocatori rossocrociati. Sorride, saluta. Inserito nel line-up come tredicesimo attaccante, il 23.enne del Friburgo non ha giocato neanche stavolta, ma non perde il buon umore. «Sono felice per la vittoria e per la prestazione della squadra, è fantastico far parte di questo gruppo e continuerò a impegnarmi per guadagnarmi qualche minuto di ghiaccio», ci dice l’ex capitano della Nazionale Under 20. «Per lui essere qui è già un successo, sapeva che la concorrenza in attacco sarebbe stata tanta», ci confida papà Nicola, incontrato in un ristorante a pochi passi dalla pista. «Attilio deve pazientare e continuare a lavorare con la determinazione e la positività che lo contraddistinguono. In carriera ha sempre fatto uno scalino alla volta e anche ai Mondiali avrà la sua chance. Ma dovrà meritarsela, come tutti».

Ticinese, medico ed ex giocatore dell’Ambrì Piotta (nei primi anni Ottanta è arrivato fino alla LNB), oggi Nicola Biasca si divide tra l’attività alla Clinica ortopedica di Lucerna e quella nello staff medico del club leventinese. «Ho lasciato il Ticino nel 1982 per andare a studiare a Zurigo e non sono più rientrato», racconta. «Nel 2001 mi sono trasferito a Samedan, nei Grigioni, e due anni dopo è nato Attilio». «Da bambino nostro figlio ha giocato nel Sankt Moritz, poi nel 2011 ci siamo spostati a Lucerna ed è entrato nelle giovanili dello Zugo fino ad arrivare in prima squadra», aggiunge mamma Gabriela, che indossa la maglia rossocrociata di Attilio. Quella con il numero 17 e la C di capitano sul petto, ricordo dei Mondiali U20 del 2022. «Io vengo dalla Cechia, quindi in Attilio convivono radici diverse. È un po’ grigionese, un po’ lucernese, un po’ ceco. E sono sicura che si senta anche ticinese, sebbene non abbia mai vissuto a sud del San Gottardo».

Mamma Gabriela e papà Nicola. 
Mamma Gabriela e papà Nicola. 

Questione di lingua

Attilio conferma: «Non saprei dire quanto ci sia di ticinese in me, ma è una regione che ho nel cuore e che ho frequentato spesso per andare a trovare i nonni. Purtroppo non parlo bene italiano. Lo capisco, sì, ma lo pratico poco. Forse dovrei tirare le orecchie a papà per non aver insistito a insegnarmelo (ride, ndr.)».

«In realtà se la cava, piano piano sta migliorando», afferma Nicola. «Nelle interviste preferisce il tedesco, perché si sente più sicuro, ma i due anni trascorsi a Zugo con Riva e Hofmann gli hanno permesso di esercitare la lingua paterna», aggiunge mamma Gabriela. «È vero, con Elia e Gregory parlavo spesso italiano, ma ora gioco a Friburgo e non ho compagni ticinesi. Devo migliorare il mio francese», spiega il ragazzo, divertito.

Quel poster nella cameretta

Nicola Biasca non ha trasmesso al figlio le sue conoscenze linguistiche, ma la passione per l’hockey - già coltivata dal nonno Luciano, a sua volta collaboratore dell’HCAP come preparatore atletico - è stata tramandata alla grande: «Tra il 1999 e il 2021 sono stato consulente medico per la IIHF, la federazione internazionale», racconta il dottor Biasca. «Mi invitavano ai Mondiali e da bambino Attilio veniva con me. Ha potuto vedere da vicino leggende come Jaromir Jagr. E ora è lui a scendere in pista alla rassegna iridata. Mi ricordo che nel 2016, durante un torneo giovanile dei Pee Wee in Canada, incontrò Roman Josi e si fece una foto con lui. Ora sono compagni in Nazionale. È una storia stupenda». «Sulla porta della sua cameretta, a Lucerna, Attilio appese il poster della Svizzera che vinse l’argento nel 2013», ricorda Gabriela. «È ancora lì, non lo abbiamo tolto».

Attilio Biasca (a destra) con Bertschy (a sinistra) e Börgstrom. © Keystone/Gian Ehrenzeller
Attilio Biasca (a destra) con Bertschy (a sinistra) e Börgstrom. © Keystone/Gian Ehrenzeller

Il lavoro paga

Attilio sta vivendo settimane incredibili. Prima il titolo con il Gottéron, poi la convocazione per i Mondiali: «Sono orgoglioso e felice per questi traguardi», dice. «È bello vedere che il lavoro paga. Quando ho lasciato lo Zugo, sono uscito dalla mia zona di comfort. Ho dovuto dimostrare di nuovo il mio valore e guadagnarmi tutto. A Friburgo sono cresciuto, ho più fiducia in me stesso».

«Attilio ha un carattere tranquillo, ma forte», afferma papà Nicola. «Il fatto che sia stato scelto come capitano della Nazionale U20 - prosegue il genitore - dimostra che sa trascinare gli altri. A 17 anni è partito per il Canada, giocando due stagioni e mezza ad Halifax, nella lega juniores del Quebec. Eravamo in piena pandemia e per poter entrare in Nordamerica dovette attendere il Mondiale U20. A fine torneo si fermò lì, trascorrendo quattro settimane in totale solitudine, chiuso in una stanza d’albergo. Un periodo non facile, ma che lo ha certamente fortificato. Attilio, inoltre, ha saputo trarre insegnamenti preziosi da ogni allenatore che ha avuto, sin da piccolo. Spesso si sottovaluta il lavoro che viene svolto dai coach nei settori giovanili, ma è grazie a loro se questi ragazzi raggiungono certi livelli».

Genitori in trasferta

Salvo inderogabili impegni di lavoro, Nicola e Gabriela Biasca non si perdono una partita del figlio. «Il loro sostegno è importantissimo, sin da bambino mi hanno seguito ovunque», racconta Attilio. Durante i Mondiali, i coniugi Biasca fanno avanti e indietro in treno, tra Lucerna e Zurigo. Un viaggio breve. Durante la finale playoff tra Friburgo e Davos, invece, hanno dovuto fare le ore piccole, ad esempio rientrando nel cuore della notte dopo il lungo overtime di gara-3 nei Grigioni. «Siamo arrivati a casa verso le 2.30 e alle 6.30 avevo la sveglia per andare in clinica, ma è stato bello così», racconta Nicola. «Per gara-7 a Davos sono riuscito a trovare un biglietto in extremis, mentre Gabriela ha dovuto guardarla in TV. Ho finito di operare alle 17.00 e sono arrivato in pista alle 20.15, a partita iniziata. Durante la serie sono stato spesso inquadrato dalle telecamere e dovevo stare attento a trattenermi. Qualche vecchio paziente di Samedan mi ha persino chiesto se tifassi per i grigionesi, ma ho risposto che mio figlio aveva la precedenza. È un po’ più complicato quando Attilio gioca contro l’Ambrì, il club per cui lavoro. Spero sempre che vincano i biancoblù, ma che mio figlio segni un gol. Se capita, devo nascondere la mia soddisfazione. La cosa incredibile è che Attilio ha segnato il suo primo gol in National League alla Gottardo Arena. Io ero sulla panchina leventinese, emozionato». E se ai Mondiali la Svizzera incrociasse la Cechia? «Tiferei per Attilio», assicura la mamma. Non resta che sperare in una finale tra le due selezioni.

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