«La Formula 1 è stata un sogno, ma oggi amo quello che faccio»
All’età di cinque anni Sébastien Buemi ha ricevuto un kart, ci è salito e ha immediatamente capito che avrebbe fatto di tutto per diventare un pilota. E così è stato. Il vodese, oggi 33.enne, ci racconta la sua carriera.
Sébastien Buemi è nato a Aigle, nel 1988, e si è costruito una fantastica carriera nel mondo dei motori: due stagioni in Formula Uno con la scuderia Toro Rosso (2009-2011), campione del mondo di Formula E nel 2016, due volte campione del mondo di Endurance (2014 e 2019) e ben quattro volte vincitore della 24 Ore di Le Mans. Quest’anno il 33.enne gareggia sui circuiti della Formula E (con la Nissan) e dell’Endurance (con il team Toyota) ed è inoltre il pilota di riserva della Red Bull in Formula Uno. Siamo riusciti a rubare al pilota svizzero qualche minuto di tempo durante la sua preparazione per le 6 Ore di Monza - in programma questo weekend -, per farci raccontare qualche dettaglio in più sulla sua carriera.
Una stagione dai due volti
Partiamo dunque dalla stagione in corso, finora dai due volti. «Quest’anno il campionato di Formula E è davvero difficile - racconta Buemi -. Fatichiamo molto, insieme al team, a restare al passo. Per quanto riguarda le gare di Endurance, invece, le cose vanno molto meglio, la classifica è decisamente più sorridente. Tre settimane fa siamo riusciti persino a vincere le 24 Ore di Le Mans. Ora ci troviamo a Monza per la quarta tappa del campionato. Spero di riuscire a rimanere in corsa per il titolo mondiale fino all’ultima gara della stagione».
L’album dei ricordi
La carriera di Sébastien è stata costellata da tanti successi in diverse categorie, aspetto che non tutti i piloti possono vantare. Avendo accumulato così tanta esperienza e avendo conosciuto così tante realtà, sarebbe possibile per il pilota rossocrociato scegliere il periodo più bello e intenso vissuto finora? «È una domanda difficile. Forse sceglierei la mia prima gara in Formula Uno. È stato qualcosa di veramente speciale, un sogno che diventa realtà. Mi ricordo bene quel giorno: ho tagliato il traguardo al settimo posto, andando a punti. Onestamente speravo di fare meglio nella massima categoria, ma non sempre le cose vanno come ce le immaginiamo. Un altro momento che ricordo con gioia, è stata la vittoria a Le Mans. La prima volta che l’ho conquistata, nel 2018, è stata un’emozione incredibile. E anche quest’anno che mi sono laureato campione per la quarta volta, le sensazioni sono rimaste le stesse. E poi non posso dimenticare Londra 2016, quando sono diventato campione del mondo di Formula E all’ultima gara della stagione».
Tra sogno e realtà
Il conto con la Formula Uno è dunque rimasto parzialmente aperto, ma il vodese non è convinto di volerlo saldare, se dovesse averne la possibilità. Nelle nuove realtà conosciute negli anni, pare infatti aver trovato il suo spazio. «Sono molto contento di quello che ho. È sicuramente vero che la Formula Uno rimane una categoria incredibile, ma diventa spettacolare quando si può lottare per la vittoria. Combattere per un quindicesimo posto è un’altra cosa, non è così soddisfacente. Ovviamente la prima volta che gareggi in F1, alla guida di un’auto spaziale, ti sembra un sogno, ma dopo qualche anno ti rendi conto che vorresti poter avere la possibilità di flirtare con il podio».
Corse in città e lunghi rettilinei
Tante corse, tante esperienze e tante auto differenti. Su quale tipo di vettura Sébastien Buemi si sente più a suo agio? «Anche in questo caso dovrei riflettere con calma sulla risposta. È difficile paragonare le varie automobili e le sensazioni che mi danno. Va forse inizialmente sottolineata la differenza dei circuiti. In Formula E si corre in città, tra muri stretti, mentre nel campionato Endurance spesso ci troviamo di fronte lunghi rettilinei, dove si raggiungono velocità molto elevate, fino a 350 km/h. Non direi che si tratta di due sport differenti, ma sicuramente le sensazioni sono diverse. A me piace tanto la lotta che si crea in Formula E, ma amo forse di più la velocità dei tracciati WEC».
Al servizio della Red Bull
La bacheca in casa Buemi, lo abbiamo detto, è già ricca di trofei, ma per il 33.enne rossocrociato non è ancora sufficientemente piena. «Voglio vincere di più, in ogni campionato in cui gareggio. D’altronde, se così non fosse, potrei anche ritirarmi». Tra le numerose attività del campione elvetico, figura anche quella di pilota di riserva della scuderia Red Bull. «Con loro, al momento, sto lavorando tanto al simulatore - spiega il vodese -. Si tratta di circa trenta giornate all’anno, in cui cerchiamo di migliorare la vettura. A volte, però, non riesco a fare tutto, come è il caso di questo fine settimana: la Formula Uno fa tappa in Austria, mentre io sono a Monza».
Un calendario limitante
Nonostante il calendario molto fitto e la possibilità di scegliere di vivere ovunque, Sébastien Buemi è molto legato alla Svizzera, dove abita e dove ha tutti i suoi affetti. «Ho vissuto a Montecarlo qualche anno, poi però sono tornato in patria. Mi trovo molto bene in Svizzera, dove sono nato e cresciuto. Inoltre, i miei primi anni tra i motori li ho trascorsi proprio in territorio elvetico, dove ho corso tanto con i kart. Per non dimenticare un aspetto per me fondamentale: tutta la mia famiglia e i miei amici sono qui».
Poter passare un po’ di tempo in loro compagnia, non è però un’impresa facile per il ragazzo di Aigle. «Ora come ora mi risulta davvero difficile ritagliarmi dei momenti liberi. La mia vita è fatta quasi solo di gare e viaggi. Va anche detto che la carriera di un pilota solitamente non è lunghissima, dunque cerco di dare il massimo adesso, sperando di poter recuperare un po’ di tempo perso in futuro».
I rischi del mestiere
La vita di un pilota, oltre che molto intensa, flirta spesso anche con la paura. Lo si è visto lo scorso weekend, quando la protezione halo ha salvato due piloti in Formula 1 e Formula 2. «Anche a me è capitato qualche volta di essere protagonista di un incidente - commenta Buemi -, chiaramente non è bello, ma ritengo che non si riesca a dare il massimo in pista se si permette alla paura di prendere il sopravvento. Allo stesso tempo, però, il pilota deve calcolare bene i rischi che prende, perché si tratta pur sempre di uno sport pericoloso»


