St. Moritz, dove il ghiaccio riflette il rosso: «Ferrari non è solo un'auto, è un’esperienza»
A St. Moritz, nei giorni di The I.C.E. (International Concours of Elegance), le auto non stanno ferme: sfilano sul lago ghiacciato e attirano un pubblico che arriva per vedere da vicino pezzi rari e condividere una passione autentica per le quattro ruote. L’atmosfera è semplice e diretta: ci si saluta anche senza conoscersi, si commentano le linee di una carrozzeria, si scambiano opinioni con naturalezza. Il lago diventa una passerella naturale, le carrozzerie riflettono la luce dell’Engadina e il suono dei motori accompagna le conversazioni. Qui l’automobile è soprattutto incontro e cultura condivisa.

In questo scenario si inserisce Casa Ferrari, ospitata al Kulm Country Club: uno spazio riservato, su invito, dove il marchio porta fuori da Maranello la propria idea di accoglienza e di appartenenza. Modelli storici esposti come opere, momenti di dialogo con designer ed esperti, ambienti costruiti per favorire relazione e confronto. È qui che incontriamo Andrea Militello, Head of Sports Design Projects Ferrari coinvolto nello sviluppo della Amalfi e figura di raccordo tra stile e ingegneria, in una pausa di un programma fitto, mentre attorno a noi gli ospiti osservano le vetture e si soffermano sui dettagli.

Militello parte dal senso di questa presenza in Engadina: «Casa Ferrari nasce per portare lo spirito di Maranello nei luoghi dove i nostri clienti vivono e si incontrano, non è soltanto un’esposizione ma un’estensione della nostra cultura progettuale, un modo per creare connessioni autentiche tra persone, auto e territorio, e St. Moritz è un contesto straordinario perché qui il paesaggio impone rigore, la luce è netta, il bianco del lago non perdona e ogni linea viene messa alla prova, per questo parlo di precisione: significa coerenza tra forma e funzione, significa non poter nascondere nulla dietro effetti scenografici, significa lasciare che sia la qualità del progetto a parlare».

Il discorso si sposta naturalmente sulla Ferrari Amalfi, la nuova granturismo V8 che interpreta un’idea di sportività più quotidiana. «Una vettura deve essere un portale che ti riporta alla persona, deve poterti accompagnare ogni giorno senza perdere intensità nel tempo, deve essere capace di attraversare stagioni diverse della tua vita senza risultare fuori luogo, non deve costringerti a interpretare un personaggio ma offrirti uno spazio coerente con ciò che sei, elegante ma mai ostentata, capace di farti viaggiare lontano con naturalezza, con quella leggerezza che nasce dall’equilibrio tra prestazione e comfort; nel nome Amalfi c’è un richiamo mediterraneo, un’idea di luce, di strada che segue il mare, ma alla fine ciò che conta è che l’auto funzioni nella realtà quotidiana, che sia concreta, affidabile, profondamente guidabile».
Quando il tema diventa il processo di sviluppo, Militello sottolinea il valore della squadra: «Per me l’aspetto più significativo del lavoro in Ferrari è che qui nessun progetto è un gesto individuale ma il risultato di competenze che dialogano continuamente. Ferrari è un’azienda relativamente compatta e questa è una forza enorme perché riduce la distanza tra design, ingegneria e produzione, ti permette di confrontarti ogni giorno con chi sviluppa la tecnologia, con chi la industrializza, con chi la verifica su strada, e questa vicinanza crea convergenza sull’obiettivo, il prodotto resta sempre al centro, non chi lo firma».

Il nodo resta l’equilibrio tra estetica e tecnica: «Integrare la prestazione dentro la bellezza è la vera sfida, non si tratta di aggiungere elementi per dichiarare potenza ma di far sì che ogni soluzione tecnica trovi una forma coerente, che l’aerodinamica, le proporzioni, i volumi parlino la stessa lingua, Ferrari ha un linguaggio fatto di eleganza, di ricerca, di purezza, eliminare l’ornamento superfluo perché quando una linea è giusta non ha bisogno di essere spiegata, la si percepisce come inevitabile».
Sulla pressione che deriva da una storia così imponente, la risposta è lucida: «I criteri di bellezza esistono e li conosciamo, la vera complessità è far convivere quei criteri con una tecnologia che evolve rapidamente senza trasformare l’auto in un manifesto tecnico, la tecnologia deve essere al servizio dell’esperienza estetica e dinamica, non deve sovrastarla».

Infine la fatica, raccontata senza filtri: «Le asperità fanno parte del percorso perché l’asticella è altissima e la tensione verso l’eccellenza è costante, ma proprio quella tensione ci consente di crescere, di superare soluzioni scontate e di arrivare a un risultato che sentiamo pienamente nostro, e il momento più forte non è la fine dello sviluppo ma quando la vettura esce nel mondo, quando la vediamo su strada e capiamo che ha una presenza autonoma, che genera reazioni, che crea relazione con chi la guarda e con chi la guida, in quel momento smette di essere un progetto e diventa realtà viva».

Intorno, Casa Ferrari continua a intrecciare passato e presente, memoria e visione. Prima di tornare ai suoi impegni, Militello lascia un’ultima riflessione che riporta tutto alla dimensione concreta del mestiere: «Alla fine non progettiamo solo una forma, progettiamo un’esperienza che deve durare negli anni. Se quando rivedi quell’auto tra dieci o quindici anni la senti ancora attuale, allora significa che hai lavorato nella direzione giusta. È questo il metro con cui misuriamo un progetto».


