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Taca la bala

«Nepo babies» alla ribalta

Piccolo giro alla scoperta dei figli d'arte, di cui il Mondiale è particolarmente costellato
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
20.06.2026 06:00

Li chiamano, in maniera un po’ spregiativa, «nepo babies»: «Nepo» sta per nepotism, nepotismo. Dunque i «nepo babies» sono i «figli di genitori famosi». Il mondo ne è pieno; cinema, musica, moda, finanza. Poteva dunque mancare il calcio? Certo che no e il Mondiale ci sta rivelando storie interessanti.

Piccolo giro alla scoperta dei «nepo boys». Partiamo da una nazionale che dovrebbe starci un po’ simpatica per il duo ticinese che la conduce, l’Algeria di Vlado Petkovic e Davide Morandi. In porta c’è Luca Zidane, 28 anni, figlio di Zinedine, superstar del calcio che il Mondiale lo vinse con la maglia della Francia (nel 1998). Al debutto contro l’Argentina, Luca – titolare nel Granada, seconda divisione spagnola – non ha rimediato una gran bella figura sotto gli occhi di papà Zizou. La tripletta di Messi è stata agevolata dalle indecisioni del portiere, tanto che qualcuno ha azzardato la domanda crudele: ma se non si fosse chiamato Zidane avrebbe giocato? Cresciuto accanto alle star del Real Madrid, campione europeo U17 con la Francia, Luca Zidane non avrebbe scelto sicuramente l’Algeria, Paese dal quale sono emigrati in Francia i nonni, se avesse avuto maggior talento e l’aspettativa di venir convocato da Deschamps.

In casa Norvegia sappiamo già quasi tutto di Erling Haaland, uno degli attaccanti più forti in circolazione, anche lui figlio d’arte: papà Alfie disputò come terzino due partite del Mondiale statunitense del 1994. In questo caso, vista la caratura del gigante biondo, nessuno si azzarderà ad affermare che sia un raccomandato. Sempre nella Norvegia, c’è un altro figlio che ha già fatto meglio del padre: è Alexander Sorloth, 26 reti in nazionale contro le 15 segnate in tutta la carriera da papà Goran, che in patria ha vinto ben 5 campionati con il Rosenborg. Ancora: Erik Thorstvedt era il portiere della Norvegia a USA 94 e subì un solo gol in tre partite: suo figlio è Kristian, centrocampista di qualità, reduce da un’ottima stagione col Sassuolo e subentrato nella prima partita degli scandinavi contro l’Iraq.

Varcando l’Oceano approdiamo in casa Stati Uniti, dove la storia di Timothy Weah appare incredibile. Papà George è una leggenda del calcio che ha vinto il Pallone d’Oro nel 1995 e ha indossato, solo per citarne alcune, le maglie del PSG, del Milan e del Manchester City. Dopo il ritiro si è dedicato alla politica diventando addirittura presidente della Liberia (dal 2018 al 2024). Il figlio possiede ben quattro passaporti: liberiano, francese, giamaicano (per la mamma) e statunitense (perché è nato a New York). Se la Francia è ricca di talenti e non se lo fila, lui potrebbe scegliere una delle altre tre nazionali e il cuore suggerirebbe quella di papà George. Il cuore, ma business is business e allora forse il richiamo dei dollari e il prestigio degli USA esercitano sul ragazzo un’attrazione che definiremmo fatale. Restando negli USA: c’è un altro figlio d’arte in squadra, si chiama Sebastian Berhalter è centrocampista, gioca in Canada ed è figlio di Gregg, ex-calciatore che la nazionale a stelle e strisce l’ha allenata dal 2018 al 2024, portandola agli ottavi di finale in Qatar.

Stringiamo: il portiere della Scozia Angus Gunn è figlio di Bryan Gunn, anche lui portiere, ma meno bravo del figlio. Fu convocato dalla Scozia per i Mondiali di Italia 90, ma era la terza scelta. In Francia troviamo Marcus Thuram, figlio di Lilian campione del mondo nel 1998; in Argentina Giuliano Simeone, figlio del grande Diego che poi è il suo allenatore all’Atletico Madrid. Nel Ghana gioca l’attaccante Jordan Ayew, figlio di quello che era conosciuto come il grande Abedi Pelé; nel Portogallo Francisco Conceiçaõ è figlio di Sergio, ex-nazionale e oggi allenatore. E non sarebbe finita qui…

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