Scende il Marco, sale il Franjo

È l’idolo di una nazione intera, lo sportivo che ha preso il posto dell’immenso Roger Federer nel cuore degli svizzeri. Un campione smisurato, Marco Odermatt, che s’è portato a casa la quinta coppa del mondo generale consecutiva, a coronamento di un’altra stagione eccezionale. Eppure…
Eppure quest’annata 2025/26 ci restituisce un campione un po’ più umano rispetto agli anni scorsi, quando sembrava un atleta inattaccabile, un gigante sbarcato in un giardino di nani. C’è Odi al cancelletto di partenza? Bene, allora è aperta la lotta per la conquista del secondo posto, mormoravano i suoi avversari. Odermatt superstar del gigante, cannibale del superG, fortissimo anche in discesa, disciplina alla quale è arrivato seguendo un piano di carriera che prevedeva un approccio morbido con la regina della velocità. Però il finale di questa stagione – e qualche passaggio intermedio – non sono stati da Odi, che ha buttato via la coppa del gigante, alla quale teneva molto, e lasciato intravedere qualche crepa nel suo pur granitico rendimento. Ufficialmente la coppa di gigante l’ha persa a Lillehammer uscendo nella prima manche dell’ultima gara stagionale della specialità, ma in realtà le fondamenta della sconfitta erano state poste prima, a Kranjska Gora, dove il nostro campionissimo si è classificato solo quinto, mentre il suo avversario Lucas Pinheiro Braathen ha vinto, costringendo Odermatt a giocarsi tutto nella finale. È legittimo obiettare che alla pressione Marco è abituato, ma la realtà dei fatti ci dice che le circostanze hanno costretto il nostro a scendere a tutto gas nell’ultima prova, durante la quale ha commesso un errore di lettura del tracciato che non è da lui. Facciamo un salto indietro e torniamo alla discesa di Kitzbühel: era uno degli obiettivi stagionali di Odi, che avrebbe scambiato un titolo olimpico per il successo sulla Streif. Invece l’ha battuto Giovanni Franzoni, un italiano che prima di questa stagione non era mai andato sul podio. E tutti ricordiamo le lacrime e lo sconforto dello svizzero a fine gara.
Si diceva di titoli olimpici: ecco, ci sarebbe comunque stato poco da scambiare, perché anche le Olimpiadi ci hanno restituito un campione un po’ meno invulnerabile rispetto al solito e anche in questo caso c’è il sospetto che Odi non abbia retto la pressione come sapeva fare negli anni passati. Addirittura fuori dal podio in discesa, terzo nel superG, secondo in gigante. D’accordo, con l’argento della combinata a squadre il fuoriclasse del canton Nidvaldo si è portato a casa tre medaglie, ma la delusione per aver mancato l’oro in una delle tre discipline in cui partiva coi favori del pronostico non è poca. Lucas Pinheiro Braathen che dimostra di stargli col fiato sul collo nel gigante, gli irriverenti astri nascenti Franjo von Allmen e Franzoni che lo sfidano apertamente in discesa e superG, sono fattori che in qualche modo hanno messo a dura prova le certezze di Marco Odermatt, il quale in non poche circostanze durante la stagione anche a livello di interviste ha dimostrato un pizzico di nervosismo al quale non eravamo abituati. Che questi segnali stiano a indicare che il regno di Odermatt vacilla, dopo cinque stagioni da sovrano assoluto, è da tutto dimostrare. Però certe dinamiche sono capaci di innescare il tarlo del dubbio anche nei più grandi campioni, che prima o poi, tallonati dal nuovo che avanza, sono costretti a cedere lo scettro. Per ora nessuno nel Circo bianco declinato al maschile ha la polivalenza di Odermatt, che paga anche le fatiche di doversi battere da diverse stagioni ai massimi livelli in tre discipline su quattro. Lui ha annunciato un altro anno di gigante, poi, probabilmente, a trent’anni abbandonerà questa disciplina che gli ha dato tantissimo ma costa molta fatica. Intanto c’è una lunga pausa: da sfruttare per rigenerarsi e capire se le piccole crepe emerse quest’anno sono dovute al salto di qualità degli avversari, o a qualche cedimento personale.


