Sci alpino

Giorgio Rocca: «I Giochi, McGrath e il mio 2006: sì, mi è venuto un nodo alla gola»

Abbiamo intervistato l'ex slalomista azzurro, vent'anni fa protagonista della stagione più entusiasmante e al contempo amara della sua carriera
Giorgio Rocca, 50 anni, continua a coltivare la passione per lo sci. ©GRMediaHouse
Massimo Solari
16.04.2026 06:00

A inizio settimana, con l’ultima prova dei Campionati svizzeri organizzati a St. Moritz, è tramontata la stagione dello sci alpino. Alla Corviglia, con la sua scuola sci, è di casa pure Giorgio Rocca. Abbiamo intervistato l’ex campione italiano a margine di un’annata agonistica ricca di spunti. Non prima però di aver fatto un salto indietro nel tempo.

Sono infatti trascorsi 20 anni dalla stagione più entusiasmante e per certi versi anche più amara della sua carriera. Da un lato la Coppa del Mondo di slalom, con successi di prestigio, su tutti Adelboden. Dall’altro l’eliminazione ai Giochi di Torino. Ci ripensa?
«A fronte di quelle esperienze, il mio sguardo sulle Olimpiadi di Milano Cortina - sui Giochi tornati in Italia - è stato inevitabilmente diverso. Oltretutto, si è corso a Bormio, dove nel 2005 conquistai il bronzo ai Mondiali. A mio avviso si è trattato di un’edizione bella e riuscita, al di là degli inghippi logistici che, visto il formato diffuso, andavano messi in conto. Ho visto delle sedi ben preparate - la mia Livigno in primis - e delle belle piste. Sì, anche quella di slalom sulla Stelvio, che in parte ha fatto discutere gli atleti. In situazioni del genere occorre trovare dei compromessi».

Ci permettiamo d’insistere sul 2006, creando un altro ponte verso la stagione appena finita agli archivi. Immaginiamo che quanto accaduto in slalom ad Atle Lie McGrath - fuori nella seconda manche olimpica da leader e poi vincitore del globo di cristallo - le abbia smosso qualcosa.
«È così. Mi sono rivisto, eccome, in un’altra parabola fatta di sconforto e gioia. Di più: ai Giochi, ho avvertito un nodo alla gola, osservando l’amaro epilogo della sua gara. Io, a Torino, mi presentai al cancelletto forte della netta supremazia in Coppa del Mondo. McGrath, da parte sua, aveva tutte le carte in regola per trionfare, complice l’ampio vantaggio costruito nella prima manche. Un paio di differenze comunque ci sono. Sicuramente la pressione, che per un atleta italiano - ai Giochi di casa e per di più favorito - era enorme. La mia reazione, dopo l’uscita di pista, fu inoltre molto diversa. Niente sfogo nel bosco, per intenderci (ride, ndr.). Ricordo però di aver sperato, per un breve attimo, che si trattasse di una fantasia. Che non fosse successo per davvero. Purtroppo non era così. E le scatole, va da sé, mi girarono parecchio, poiché ero consapevole di poter vincere quell’oro. Allo stesso tempo, ed è quello che cerco di insegnare ai miei figli e ai miei allievi, è possibile sormontare ogni delusione. E, in questo senso, la Coppa del Mondo di slalom fu senz’altro un riconoscimento importante. Come lo è stato per McGrath».

Da un norvegese a un norvegese rilanciatosi sotto la bandiera brasiliana. Lucas Pinheiro Braathen non solo si è messo al collo l’oro del gigante, a Milano Cortina, ma ha avuto l’ardire di privare sua maestà Marco Odermatt anche del globo di specialità. Sorpreso?
«Un po’ sì, non lo nego. Anche perché Lucas è artefice del suo destino sportivo e del suo business, di fatto non essendo sostenuto economicamente dalla federazione brasiliana. A fronte di simili condizioni, che generano non poca pressione, i suoi successi acquistano ancora più valore. Praticamente ha trionfato in autonomia, approfittando delle esitazioni commesse da Odermatt nella seconda parte della stagione. E per quanto io sia un tifoso di Marco, credo che le vittorie di Braathen possano solo fare del bene al Circo bianco. D’altronde parliamo di un campione gentile, ma diverso da Odermatt e persino più amato dai teenager. Figure come quella del brasiliano, Franjo von Allmen o nuovi fenomeni alla Franzoni sono aria fresca».

Adoro Odermatt, ma ben vengano altri fenomeni come Braathen, von Allmen e Franzoni

A proposito della nuova stella azzurra. I Giochi 2026 hanno fatto tramontare l’esperienza di Mauro Pini alla testa della squadra maschile italiana, nelle discipline tecniche. Semplicemente non è esploso il Giovanni Franzoni dei paletti stretti, o numeri e uomini alla mano la situazione del settore è parecchio fragile?
«Diciamo che è una situazione viziata da un sistema e da criteri che sono difficili da scardinare. Probabilmente bisognerebbe avere il coraggio di ripartire da zero, con un nuovo nucleo di sciatori e molta pazienza. Ma, evidentemente, il tutto è molto più complesso. Il bravo allenatore di team, oggi, è quello che è in grado di fare squadra, cercando al contempo di personalizzare il lavoro di ciascun atleta con i vari specialisti del settore, dal tecnico, al nutrizionista, passando per lo psicologo. Mauro, anche per predisposizione caratteriale, ha dimostrato di essere un ottimo allenatore per i singoli talenti: pensiamo a Lara Gut, a Tina Maze o a Petra Vlhova. Mentre nel contesto della squadra italiana, addentellati mediatici compresi, non è forse riuscito a trovare le migliori sensazioni».

A sublimare le Olimpiadi, in chiave azzurra, sono stati gli ori di Federica Brignone in gigante e superG. Il suo sensazionale rientro, dopo il grave infortunio alla gamba subito nemmeno un anno prima, ha costituito la storia epica dell’edizione. Il terribile schianto che ha interessato Lindsey Vonn, presentatasi al cancelletto con un legamento del ginocchio rotto, è invece stato etichettato dai più come gesto folle, un pericolosissimo azzardo che non ha pagato. Giorgio Rocca che idea si è fatto?
«Io con il crociato rotto non avrei corso. La verità, però, è che Vonn, intesa anche come personaggio, ha puntato tutto sulla discesa olimpica. Assumendosi dunque il rischio di un dolore enorme quanto le aspettative riposte in quella gara. La ginocchiera indossata per mantenere bloccata l’articolazione si è rivelata un’arma a doppia taglio. Anzi, a mio avviso - soppesate le potenziali conseguenze - parliamo di un supporto che andrebbe vietato. Ritenendo di non avere nulla da perdere, ad ogni modo, l’americana si è presentata al via. Aveva il diritto di farlo. Ha commesso un errore e ora dovrà farvi i conti per parecchio tempo».

E il prodigio di Brignone?
«Della doppia impresa di Federica mi preme sottolineare un aspetto. Ho avuto modo di analizzare un po’ più a fondo lo stato della sua gamba sinistra, guardando anche alcune lastre. Ebbene, vi assicuro che la complessità dell’infortunio non è mai emersa totalmente. Davvero, dovreste vedere la condizione del suo piatto tibiale. O anche solo come cammina oggi. È alla luce di questi fattori che le medaglie di Brignone sono da considerare straordinarie. Non dimentichiamo inoltre che prima dei Giochi aveva sciato pochissimo, una decina di giorni. Sì, la sua è una storia bellissima».

D’obbligo la domanda su Lara Gut-Behrami: la ticinese tornerà in pista o si «accontenterà» di una carriera incredibile?
«Da quanto so, la riabilitazione di Lara procede correttamente. Lara sta bene. E, a questo punto, tornare o meno alle competizioni è solo una questione di cuore e motivazioni. Insomma, Gut-Behrami deve guardarsi dentro e capire se, a quasi 35 anni e dopo aver vinto tutto, ha ancora voglia di mettersi in gioco e di fare la vita da atleta. Di sicuro, soppesando l’attuale livello del circuito femminile e prendendo anche l’esempio di Brignone, Lara non tornerebbe nel ruolo di comparsa».

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