Roger Federer nella Hall of Fame: «Se chiudo gli occhi ho 13 anni e sono un raccattapalle»

Da sabato sera Roger Federer fa ufficialmente parte della Hall of Fame del tennis. Wow. L’ingresso nel pantheon della racchetta era una formalità per il vincitore di 20 titoli del Grande Slam, ma la cerimonia di Newport ha avuto un significato particolare anche per il modo in cui il campione basilese è stato celebrato.
Il sole calava lentamente dietro il Newport Casino, edificio storico che si avvicina ai 150 anni di vita. Sul cosiddetto Hufeisen-Court, un campo dal fascino d’altri tempi, l’atmosfera era quasi intima: tra il pubblico sedevano soprattutto amici e familiari dei due nuovi membri della Hall of Fame, Federer e la conduttrice televisiva statunitense Mary Carillo, oltre a diverse leggende del tennis. Nel grande stadio vicino, numerosi appassionati seguivano la cerimonia su uno schermo gigante. A fare da sottofondo, di tanto in tanto, anche le grida di una decina di gabbiani, omaggio involontario alla tradizione marittima di Newport.
Mirka: «Prima di tutto c’è l’uomo»
A pronunciare l’elogio di Federer non è stato, come qualcuno si aspettava, Rafael Nadal. A parlare è stata Mirka Federer, che con il marito si era conosciuta alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quando entrambi erano ancora giovani atleti. Il suo intervento è stato personale e intenso. «Ho visto il lavoro, la disciplina e l’impegno», ha raccontato. «E anche dopo aver assistito a mille sue partite, non ha mai smesso di impressionarmi».
Ma il tennis, ha sottolineato Mirka, non è l’aspetto che più l’ha colpita nel marito. «Non è mai stato il suo tennis a impressionarmi di più, ma l’uomo che c’è dietro», ha detto. Per la famiglia, Federer ha sempre messo i suoi successi in secondo piano. «È il figlio, l’amico, il marito e il padre più devoto che i nostri figli potessero desiderare», ha aggiunto Mirka. «Ciò che mi rende più orgogliosa non è quello che Roger ha realizzato davanti agli occhi del mondo, ma il modo in cui si comporta quando nessuno lo guarda».
Il ricordo dell’allenamento con la fidanzata
Mirka ha strappato un sorriso al pubblico ricordando gli anni in cui il marito si allenava talvolta insieme a lei. «Dopo una finale a Cincinnati, Andy Roddick aveva scherzato: “Non riesco a credere di aver perso contro qualcuno che si riscaldava con la sua fidanzata”», ha raccontato. «Ancora oggi ridiamo di quella battuta». Roddick, presente tra gli spettatori, ha accolto il ricordo con un sorriso.
«Non ho mai inseguito la fama»
Quando è arrivato il suo turno, Federer ha ammesso di essere un po’ nervoso, nonostante una carriera trascorsa sotto i riflettori. «Entrare a far parte di questa storia e avere un posto qui significa moltissimo per me», ha detto. La Hall of Fame richiama naturalmente il concetto di fama, ma la notorietà non è mai stata il suo obiettivo. «Volevo semplicemente divertirmi, dedicare il mio tempo alle cose e alle persone che amo», ha spiegato. Il basilese ha giocato sui campi più importanti del mondo, davanti a migliaia di spettatori. Ma quando chiude gli occhi e pensa al tennis, il ricordo che gli appare è un altro: «Sono a Basilea, ho 13 anni e sono agli Swiss Indoors. E non sono un giocatore, ma un raccattapalle».
«Ho bisogno di fazzoletti e occhiali da sole»
Federer si è commosso nel ringraziare le persone che lo hanno accompagnato durante la carriera: i genitori Lynette e Robert, la sorella Diana, il manager Tony Godsick, gli allenatori e i collaboratori, da Pierre Paganini a Stefan Edberg e Severin Lüthi. Ha ricordato anche le sue ispirazioni di gioventù, tra cui Martina Hingis, e Marc Rosset, «che per me era come un fratello» e che aveva conquistato l’oro olimpico per la Svizzera sedici anni prima del successo ottenuto da Federer e Stan Wawrinka nel doppio. «Fanno tutti parte del mio pantheon», ha detto. Ma è stato il momento dei ringraziamenti a Mirka a metterlo definitivamente in difficoltà. «Ho bisogno di fazzoletti, di occhiali da sole e di tutto l’aiuto possibile», ha scherzato, con le lacrime agli occhi. «Prometto però che entro l’alba avrò finito».
«Sono fiero che la Svizzera mi accompagni»
Nel suo discorso Federer ha riservato un pensiero anche alla Svizzera, il Paese che gli ha permesso di crescere e al quale ha sempre legato la propria identità sportiva. «È un grande onore rappresentare questi colori. Ora che il mio nome è scritto qui, sono orgoglioso che la Svizzera mi accompagni», ha affermato.
La conclusione è stata una sorta di dichiarazione d’amore per il tennis. «Non mi sono mai considerato un atleta, ma un tennista. La parola chiave, nonostante tutto il lavoro, è “giocare”». È anche una delle ragioni per cui Federer ha regalato tanta gioia al pubblico durante la carriera e continua a farlo, anche dopo il ritiro. A Newport, nella notte della sua consacrazione, solo i gabbiani hanno deciso di non restare fino alla fine del discorso.
