Una coriacea Svizzera piegata dalla Serbia di Jokic

Eravamo venuti per una foto ricordo, una di quelle da mettere nelle storie sui social, da mostrare un giorno a chicchessia e poter dire «l’ho visto dal vivo». E non solo noi: la sfilata di magliette numero 15 dei Denver Nuggets dentro e fuori la BFC Arena è stata impressionante, più che sulle rive della Sarine sembrava di essere un miglio sopra il mare. Alla presentazione delle squadre un vero solo boato, a seguire il nome scandito dallo speaker. Nikola Jokic. Vero, seppur in misura minore, come a Kriens un paio di mesi fa l’impressione era quella di essere in terra straniera, ma l’hype generato dalla stella serba, il miglior giocatore di basket al mondo, attraversa confini e cuori delle tifoserie. Poi però si è alzata la palla a due, con il suo essere imparziale, indifferente a fama e status e calato il clamore, scese le luci della ribalta, ad uscire e prendersi un po’ di palcoscenico è stata la «piccola» Svizzera. Coriacea, spavalda, senza timori reverenziali e tecnici, la formazione guidata dalla panchina da coach Papatheodoru – vedi tu la differenza tra averlo e non averlo – ha guardato negli occhi la Serbia per 30 minuti abbondanti, rispondendo colpo su colpo, mettendo la testa avanti, costringendo Jokic a spremersi (30 minuti e 22 punti, 14 rimbalzi e 7 assist) e poi a riprendere i suoi. «Non parliamo di me, parliamo della squadra, pessimo approccio, senza energia, non all’altezza di quelli che vogliamo essere. Però complimenti alla Svizzera, merita di essere qui». Non è ovviamente bastato a coprirsi di gloria alla sirena finale, perché i serbi, pur privi di altri pezzi pregiati, alla lunga hanno saputo far valere il maggior tasso tecnico e fisico, arrivando a dilagare negli ultimi 5 minuti rendendo piuttosto ingeneroso il risultato finale. Eppure, dall’arena solitamente dedicata al Gottéron vestita a festa – e che festa e che vestito – il pubblico ne è uscito con un paio di lampi del «Joker» da raccontare al bar o ai nipoti e, almeno quello vestito di rossocrociato, questa sera non così in minoranza, con una Nazionale di cui per una sera andare fieri. Mica poco, considerando quanto la serata di Kriens con la Bosnia ci aveva ridimensionati e fatti sentire parecchio lontani da certi livelli. Oggi invece, per una trentina di minuti di gioco e oltre, ci siamo guadagnati anche noi il diritto di respirare un po’ di quell’aria rarefatta che tira lassù, dove domina il signore della «mile high city».