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Africa

Ghana, Togo e Benin

Un viaggio alla ricerca di un’Africa, che forse non esiste più, attraverso tre paesi poco turistici. La tragica eredità dello schiavismo; città caotiche e straboccanti di energia; villaggi ricchi di tradizioni; la magia della religione Voodoo..
Giò Rezzonico
16.03.2026 12:00

Itinerario

Marzo 2026

  • 1° giorno       Milano - Accra
  • 2° giorno      Accra - Cape Coast, i castelli della tratta
  • 3° giorno       Elmina e le remote comunità dell'interno
  • 4° giorno       Il regno degli Ashanti e Kumasi
  • 5° giorno       La regione del Volta
  • 6° giorno       Passaggio in Togo
  • 7° giorno       Sokodé e la danza del cavallo
  • 8° giorno       Il nord del Togo e i castelli di argilla
  • 9° giorno       Le popolazioni del nord
  • 10° giorno     Le popolazioni del nord
  • 11° giorno     Le maschere Gelede e Abomey
  • 12° giorno     Ouidah e la religione Voodoo
  • 13° giorno     Ganvié, il villaggio su palafitte e imbarco
  • 14° giorno     Milano

  

Durata del viaggio: 14 giorni

Operatore turistico: Kel12

 

Un viaggio in Ghana, Togo e Benin alla ricerca di un’Africa che forse non esiste più e che in ogni caso è difficile scoprire da turisti. Sia per i nostri atteggiamenti paternalistici e aggressivi post colonialisti, sia per la nostra fretta. Due fattori, la pretesa di portare a casa immagini esclusive e di vedere tutto nel minor tempo possibile, che di fatto erigono una barriera tra noi e le popolazioni che ci ospitano, impedendoci di comunicare con loro per capire culture tanto diverse dalla nostra. Di conseguenza, ciò che dovrebbe essere lo scopo principale del viaggio viene meno, a causa della nostra mentalità e anche dei nostri atteggiamenti. Consapevole di queste difficoltà, Kel12, l’operatore che ha organizzato per un ristretto gruppo il viaggio a cui ho partecipato, ha cercato di superare il problema retribuendo le comunità visitate sia per entrare nei loro villaggi, sia per assistere a riti tradizionali, organizzati esclusivamente per noi, ma che si sono rivelati molto coinvolgenti anche per le popolazioni locali. Rispettando i tempi turistici abbiamo così potuto assistere a cerimonie che sarebbe stato impossibile vedere nel loro contesto reale.

Fatte queste doverose premesse, vi racconto il nostro viaggio.

L’itinerario prevedeva la visita di tre paesi – Ghana, Togo e Benin – che rappresentano il risultato delle colonizzazioni avvenute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. I confini sono stati tracciati sulla carta, a tavolino, dalle potenze coloniali europee, senza tener conto delle etnie presenti sui territori. Il Ghana, ex colonia britannica, ha conquistato l’indipendenza nel 1957 e accoglie oggi una popolazione di oltre 30 milioni di abitanti. Togo e Benin, entrambi ex colonie francesi, sono indipendenti dal 1960 e contano rispettivamente 9 e 13 milioni di residenti. Politicamente i tre stati sono retti da governi «democratici». Il più avanzato è certamente il Ghana, mentre in Togo una famiglia, sempre la stessa, sostenuta per oltre 60 anni da governi francesi di diversi colori politici, dirige il paese esercitando un potere dispotico. In Benin, l’attuale presidente è un industriale, considerato il «re del cotone», fautore di una politica molto centralizzatrice che favorisce una ristretta casta e ostacola il ruolo dell’opposizione. Nei tre stati i cristiani rappresentano la maggioranza e convivono pacificamente con i musulmani, presenti soprattutto nelle regioni del nord. In Benin è considerato ufficiale anche il rito voodoo, un credo animista che si sovrappone alle due principali religioni.

La prima tappa del nostro itinerario ci porta a riflettere criticamente sul ruolo storico dell'Europa per la sua politica di sfruttamento di questi territori. Dapprima con il commercio degli schiavi, in seguito con la politica coloniale e, dopo l’indipendenza, sostenendo governi corrotti ma servili verso l’Occidente.

 

Testimonianze dello schiavismo

In Ghana visitiamo i due forti di Cape Coast e di Elmina, quest’ultimo edificato nel 1482 e considerato il più antico edificio coloniale presente nell’Africa subsahariana. Come numerosi altri forti presenti sulla costa atlantica nacque come punto di rifornimento per le navi dirette verso le Indie e come base per il commercio di avorio e oro, ma ben presto venne destinato alla più redditizia tratta degli schiavi.

Durante le visite notiamo posate per terra corone di fiori donate da «turisti» giunti dagli Stati Uniti, dal Brasile o da Haiti per visitare i luoghi da cui furono deportati i loro antenati. Il peso della storia si fa sentire prepotentemente visitando le anguste e soffocanti segrete dei due castelli, che testimoniano gli orrori inimmaginabili subiti da quei prigionieri ridotti alla schiavitù con la forza. Il suolo degli stanzoni dove venivano stipati i malcapitati non è costituito da terriccio o da fango ma da escrementi umani oggi compatti come la pietra. E, sopra questi stanzoni, collegata con una botola da cui i sacerdoti potevano sentire i lamenti dei prigionieri, si trova la cappella del forte: sconvolgente! Alle donne, esposte agli stupri dei soldati e dei visitatori, veniva riservato il trattamento peggiore. Se rimanevano incinte venivano trasportate in un altro edificio, dove accudivano i loro piccoli fino all’età di quattro anni, quando erano considerati pronti per essere venduti come schiavi. Nel forte di Elmina un trattamento particolare era riservato al governatore. La sua camera da letto era collegata con una scala agli stanzoni delle schiave, che venivano selezionate e proposte alla sua attenzione. Se la prescelta rifiutava di concedersi veniva legata a un palo e lasciata per giorni senz’acqua, né cibo.

 

Città e villaggi

Il primo impatto del viaggio con il grande caos delle città africane, espressione di una forte energia che traspare anche dai colori vivaci degli abiti della popolazione, avviene con il nostro arrivo ad Accra, capitale del Ghana con 6 milioni di abitanti. Una città di grandi contrasti, dove grattacieli con boutiques di lusso e signorili quartieri coloniali convivono con abitazioni poverissime coperte da tetti in lamiera. Vi si incontrano donne eleganti e altre dirette al mercato con la propria merce in equilibrio sopra la testa o con il bimbo legato alla schiena. Una sensazione simile la viviamo anche a Cotonou, principale città del Benin, il giorno prima di imbarcarci per il volo di ritorno. All’infuori di grandi piazze dedicate all’indipendenza, queste metropoli sono di scarso interesse turistico.

Durante i nostri spostamenti – complessivamente abbiamo percorso quasi 4 mila chilometri – abbiamo attraversato agglomerati urbani di varie dimensioni, che colpiscono per la loro vivacità ed estensione. Sono costituiti prevalentemente da abitazioni basse, uno o al massimo due piani, con un’infinità di piccoli commerci al piano terreno. E dove si scorge uno spiazzo è sempre colmo di bancarelle.

Per incontrare le prime capanne costruite in argilla col tetto in paglia, tipiche del nostro immaginario collettivo legato all’Africa, bisogna raggiungere il nord del Togo e del Benin. In Togo le abitazioni dell’etnia Batammariba ricordano dei castelli medievali in miniatura. Le capanne vengono costruite, strato per strato, con mattoni di terra e raffigurano la cosmogonia della religione animista. Il piano terreno rappresenta la morte ed è il luogo degli antenati. Sul piano superiore a cielo aperto, che simbolizza la vita, abita la famiglia. I neonati, dopo il parto vengono isolati in un locale appartato in attesa di stabilire quale antenato si è reincarnato in loro. Tutto – famiglia, cibo e scorte – in passato era conservato e protetto per ragioni di sicurezza, all’interno della casa fortificata. Davanti all’ingresso non mancano mai feticci dalla forma fallica con il compito di tenere lontani gli spiriti maligni.

Per secoli queste popolazioni hanno cercato rifugio nelle terre discoste al nord, lontano dalla costa, per fuggire dai predatori di schiavi. Oggi, accanto alle abitazioni tradizionali, protette dall’Unesco, compaiono anche case quadrate, costruite con gli stessi materiali ma con tetti in lamiera, ritenute più comode.

Assieme alla comunità di etnia Somba, che nel nord del Benin abita anch’essa in capanne simili a fortini, abbiamo assistito e partecipato alla tradizionale produzione del burro di karité, ottenuto da una noce, con proprietà sia gastronomiche, sia curative. Le etnie dei Fulani e dei Taneka, sempre in Benin, vivono invece in capanne rotonde ricoperte da tetti conici in paglia. In un villaggio abitato da Fulani, una popolazione nomade di pastori, ci siamo cimentati nella produzione di una sorta di ricotta ottenuta dal latte appena munto.

È costruita invece su palafitte la romantica Ganvié nel sud del Benin, considerata la Venezia africana, dove tutte le attività della vita quotidiana si svolgono a bordo di piroghe. I suoi fondatori si rifugiarono secoli fa in queste paludi insalubri anch’essi per sfuggire alle razzie degli schiavisti.

 

Mercati e artigianato

Le occasioni per conoscere l’Africa più autentica sono certamente rappresentate dai mercati, sempre caotici e coloratissimi. Ne incontriamo moltissimi durante i nostri spostamenti da una località all’altra. Li scorgiamo sia seguendo gli spostamenti delle donne che trasportano la merce in perfetto equilibrio sopra la testa, sia con l’intensificarsi di sacchetti in plastica abbandonati ai lati delle strade. Sarebbe bello fermarsi e confondersi tra la folla variopinta, ma il tempo è tiranno e dobbiamo rispettare il programma. Ci concentriamo perciò solo su alcuni mercati particolari. La cittadina di Elmina nel Ghana, dove abbiamo visitato il forte, è famosa per il suo storico porto peschereccio. Centinaia di pescatori, a bordo di piroghe colorate, la mattina all’alba fanno ritorno in porto con il loro bottino. Mentre gli uomini rammendano le reti, le donne si dedicano alla vendita. Lo spettacolo è garantito, sia dalle variopinte e innumerevoli piroghe ormeggiate, sia per la varietà di pesce nel mercato.

A Kumasi, sempre in Ghana, visitiamo uno dei mercati più vasti dell’Africa centrale. In parte si svolge al coperto in un enorme capannone, in parte a cielo aperto per le vie del centro. Occupa un’area di 12 ettari e coinvolge oltre 10 mila commercianti, che propongono ogni tipo di merce. Per apprezzarlo sarebbe necessario intrattenersi per un’intera giornata, ma per ragioni di tempo gli dedichiamo solo un’oretta, così come a quello simile di Cotonou: il Dantopka Marché. Molto romantico, vicino a Cotonou è il mercato galleggiante che si svolge giornalmente a Ganvié, la Venezia africana.

Di grande interesse è anche la visita dei villaggi artigianali del Ghana, specializzati in vari tipi di lavorazioni: dal legno alla ceramica, dal ferro ai tessuti e alle perle di vetro. Ad Adanwomasie, dove è stato concepito il ricco e interessante tessuto del Kente ghanese, in tutte le case si lavora ai telai tradizionali. Da generazioni, soprattutto uomini, tessono strisce strette e lunghe di tessuto, decorato con motivi geometrici, che vengono poi assemblate per formare stoffe molto preziose. Anche in Togo visitiamo un villaggio rinomato per il suo tradizionale tessuto simile al Kente. Purtroppo, viene però realizzato con un filo sintetico proveniente dalla Cina, nonostante tutta la lavorazione avvenga scrupolosamente a mano. Ancora in Ghana, nel villaggio di Ntunso assistiamo alla lavorazione di un altro tessuto, Adinkra, famoso per la stampa su stoffe tradizionali di simboli antichissimi, depositari di significati ancestrali, impressi con stampi ricavati da una zucca particolare e utilizzando coloranti indelebili a base di estratti naturali.

Avvicinandoci al confine con il Togo, ma sempre nel Ghana, il villaggio di Krobo è rinomato per l’antichissima tradizione della produzione di gioielli realizzati con perle di vetro, simbolo di ricchezza e bellezza e ancora oggi apprezzati e indossati dalle donne indigene. Le perle nascono da vetro riciclato, dapprima frantumato, in seguito modellato con stampi di argilla e infine cotto in un forno realizzato con la terra, a una temperatura tra i 700 e i 900 gradi.

In Togo, in un villaggio isolato tra le montagne, abbiamo anche assistito alla produzione di utensili ottenuti tramite la fusione del ferro estratto dalla terra con procedimenti antichissimi.

 

Voodoo e tradizione

Diciamo subito che il Voodoo, nato in Benin e nel Togo, non ha nulla a che vedere con la magia nera, a cui talvolta è stato erroneamente associato in Occidente, ma propone una visione dell’universo che collega il mondo divino a quello umano. Si basa sulla fede in un creatore supremo, sotto al quale esiste un vasto pantheon di spiriti, ciascuno associato a elementi naturali, attività umane o forze ancestrali. Questi spiriti agiscono come intermediari tra gli esseri umani e il divino, influenzando la vita quotidiana. Il cuore di questa religione pulsa nei suoi luoghi sacri come santuari, templi e foreste incantate che fungono da abitazioni sia per gli spiriti, sia per gli antenati sempre molto venerati. La città costiera di Ouidah, dove visitiamo alcuni luoghi mistici, è considerata la capitale spirituale di questo credo, che dal 1966 è riconosciuto dallo stato del Benin e viene praticato dal 75 per cento della popolazione in sintonia con le religioni cristiana e musulmana. Un altro importante luogo di culto è rappresentato da un famoso feticcio, che si trova nel centro del Benin, dove i fedeli chiedono favori agli dèi. Se il desiderio viene esaudito, il beneficiario torna sul luogo per sacrificare un pollo, una capra o un montone, a seconda dell’importanza della richiesta, e spargere il suo sangue sul feticcio.

Legate al credo Voodoo si tengono durante l’anno diverse cerimonie per mettersi in contatto con gli spiriti degli dèi o degli antenati. Siccome è obiettivamente difficile per noi turisti avere la fortuna di assistere a queste cerimonie, Kel12, l’operatore del nostro viaggio, ne ha organizzate alcune per noi a pagamento. Sebbene il pathos non fosse quello dell’autenticità, va detto che le popolazioni locali le hanno seguite assieme a noi con sincero trasporto.

Il ritmo forte e ossessivo scandito dai tamburi accompagna tutte queste cerimonie, durante le quali i protagonisti entrano in trance posseduti da forze sovrannaturali misteriose, e si mettono in contatto con gli spiriti per piegare la realtà umana a proprio favore. Durante la cerimonia di Kokou, per esempio, i protagonisti con il corpo cosparso da una sorta di sapone arancione, entrano in trance danzando in modo forsennato e si passano sul corpo coltelli taglienti senza ferirsi. Così come, durante la danza notturna del fuoco, con i volti illuminati dalle fiamme, i danzatori prendono in mano e addirittura in bocca la brace rovente senza riportare alcuna bruciatura, né dando segni di dolore. Coraggio? Autosuggestione? Magia? Si chiede la nostra guida. Difficile per noi, figli della ragione, spiegare una tale performance. In un’altra occasione a Cove in Benin assistiamo a una danza mascherata, legata alla Madre Terra, alle stagioni e ai riti agricoli, che viene praticata per propiziare la fertilità dei campi e delle genti. In questa occasione è la maschera il medium utilizzato per mettere in contatto il sovrannaturale con l’umano.

La cerimonia dello Zangbeto, forse la più spettacolare di tutte e la più rappresentativa del rito Voodoo, rappresenta invece gli spiriti non umani, le forze della natura e della notte che intervengono in qualità di giustizieri per proteggere il villaggio da malfattori di ogni risma e costringerli a riparare le loro malefatte. Zangbeto è rappresentato da grossi covoni multicolori di paglia che ruotano vertiginosamente su sé stessi, eseguono passi acrobatici, strisciano e poi, improvvisamente, si accasciano. Gli adepti sollevano allora il covone per scoprire il feticcio che si trova al suo interno e farci credere che ad ispirare le mosse del covone non fosse un essere umano, ma lo spirito di Zangbeto.

Meno spirituale, ma pure molto spettacolare la danza del cavallo a cui abbiamo assistito a Sokodé in Ghana, assieme a una folla di curiosi locali. Questa cerimonia trova le sue origini nella tradizione guerriera dell’etnia locale. Durante il rito viene messa in mostra la gestione esperta dei cavalli, che danzano al ritmo dei tamburi, per esibire il proprio trionfo sui nemici sconfitti e, allo stesso tempo, onorare gli antenati.

 

 

Per saperne di più

  • Noah Gil-Smith, Ghana, Edizioni Amazon
  • Noah Gil-Smith, Benin, Edizioni Amazon
  • Loredana Boscarato, Togo-Benin-Ghana, Edizioni Amazon
  • Gilles Labarthe, Le Togo de l’esclavage au libéralisme mafieux, Marseille 2005
  • Bruce Chatwin, Il viceré di Ouidah, Milano 1997
  • Philippe Charlier, Voudou l’homme, la nature et les dieux, Paris 2025
  • Leandro Mallamaci, Benin: la memoria e il pregiudizio, Edizioni Amazon
  • Marco Aimé, L’incontro mancato, Torino 2005
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