La conquista della fiducia passa dal capitale a prestito

«Sono solidale con gli obbligazionisti, ma la lezione è quella di leggere il prospetto informativo», ha dichiarato martedì scorso il presidente del Cda di UBS Colm Kelleher in occasione del Financial Times Global Banking Summit tenutosi a Londra, sottolineando ancora una volta che UBS non ha avuto nulla a che fare con la controversa (e contestata) decisione della Finma di azzerare il valore delle famigerate obbligazioni AT1 di Credit Suisse, pari a 17 miliardi di dollari (16 miliardi di franchi). Come noto, contro la decisione presa lo scorso 19 marzo dalla Finma sono fioccati i ricorsi al Tribunale amministrativo federale da parte di circa 2.500 investitori internazionali, ma non solo, colpiti dal provvedimento e che chiedono risarcimenti fino a 9 miliardi di dollari.
A sorprendere ulteriormente i ricorrenti è stato l’annuncio di alcune settimane fa da parte di UBS riguardo l’emissione di bond AT1 propri per 3,5 miliardi di dollari remunerati a oltre il 9% l’anno e senza la famigerata clausola di azzeramento. La cifra secondo le stime degli analisti potrebbe salire di ulteriori 11 miliardi. Un dato, quest’ultimo, verosimile se si considera che a fine settembre nel bilancio di UBS figuravano bond AT1 per 13 miliardi di dollari e che alcuni di questi sono giunti a scadenza oppure sono stati rimborsati.
«Il fatto che ci sia una domanda per 36 miliardi di dollari a fronte dell’offerta di 3,5 miliardi di obbligazioni AT1 vi dice che è una battaglia di ieri», ha ancora affermato a Londra Kelleher in merito al boom di richieste di sottoscrizioni di queste obbligazioni da parte degli investitori attirati, presumiamo, sia dal tasso d’interesse offerto, sia dalla fiducia nella banca guidata da Sergio Ermotti e nelle condizioni «adeguate» di emissione dei bond. A differenza degli AT1 di Credit Suisse azzerati, quelli emessi da UBS, in caso di necessità, possono essere convertiti in azioni.
Banca solida e ben capitalizzata
L’emissione di bond AT1 da parte di UBS, come abbiamo scritto ieri, non sarebbe da mettere in relazione alla decisione del Consiglio federale di inasprire le regole sui requisiti di capitale e liquidità delle banche sistemiche affinché possano resistere meglio alle crisi (in particolare le corse agli sportelli). Alcuni interrogativi però si impongono. Perché ricorrere all’emissione di un simile strumento di capitale, incorrendo oltretutto in costi ingenti (si stimano costi per interessi pari a 350 milioni di dollari l’anno per alcuni anni) anziché, per esempio, fare un classico aumento di capitale?
«Emettere obbligazioni al posto di nuove azioni permette di non diluire la base azionaria in uno dei momenti migliori della vita della banca», ci spiega Antonio Mele, professore ordinario di Finanza all’USI. «Semmai - continua - questo genere di emissione comporterebbe una conversione in azioni - e quindi una diluizione di capitale sociale - proprio nei momenti più difficili in cui il valore delle azioni (e quindi del capitale azionario di base, ndr) è basso di suo. Ed è proprio questo rischio (l’essere costretti a diventare azionisti in tempi meno buoni) a spiegare gli elevati tassi d'interesse che gli investitori richiedono per compare titoli AT1. Ricordo che questo genere di strumento finanziario è una delle risposte frutto della regolamentazione ai costosi salvataggi che i governi avevano dovuto affrontare durante la crisi finanziaria globale del 2008. Peraltro, i titoli AT1 non possono essere utilizzati per il calcolo del capitale proprio (CET1) della banca necessario per fare fronte alle attività rischiose».
Un altro interrogativo riguarda, infatti, i requisiti di capitale di UBS: a fine settembre UBS aveva un rapporto CET1 (Common Equity Tier 1, il capitale azionario di base) su attività ponderate per il rischio che sfiorava il 15%, ben superiore ai limiti imposti dalle regole di Basel III (4,5%) per le banche di rilevanza sistemica.
«La capitalizzazione di UBS è tale da rendere l’ipotesi di conversione al momento molto remota», commenta ancora Antonio Mele. «L’impiego di AT1 per UBS sembra per ora essere relativamente modesto e del tutto in linea con le altre banche sistemiche e rimango convinto che un uso massiccio di questi strumenti non sia nell’interesse della banca data la sua già solida condizione patrimoniale e l’esigenza di contenere quanto più possibile il costo del capitale dei prossimi esercizi», conclude il professore Mele.
